Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Le ragioni del successo dei cinesi d’Italia


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Chiarelettere ha da poco pubblicato un libro abbinato a un dvd che è il seguito di un suo fortunato saggio, “I cinesi non muoiono mai” di Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò , si chiama “Miss Little China”. Il documentario è firmato da Riccardo Cremona e Vincenzo De Cecco e, all’interno di un racconto-cornice si pone l’ambizioso obiettivo di raccontare i cinesi d’Italia. Lo spunto è il concorso per eleggere la più bella tra le miss cinesi che abitano in Italia e – prima sorpresa – si scopre che le ragazze cinesi possono anche essere davvero attraenti. E qui si può cogliere un tentativo degli autori di far passare un messaggio subliminale (esplicitato nel libro che acompagna il documentario): i cinesi sono come noi, amano i concorsi di bellezza, sanno organizzare serate mondane a Venezia, sperano nelle scorciatoie che la società dello spettacolo promette – e raramente mantiene – ai giovani che non vogliono ridursi come i loro genitori. Ma se fosse solo questo, “Miss Little China” sarebbe assai poco ambizioso e perfino un po’ qualunquista. L’interesse del film deriva soprattutto dalle differenze che emergono.

 I cinesi lavorano. Tanto, tantissimo, sempre e anche bene. Il meccanismo lo spiega la madre di una delle miss in gara (in un italiano perfetto): i cinesi non possono mai dire di no, quando un imprenditore italiano ha bisogno di una lavorazione intermedia, di solito nel tessile, e ha scadenze impossibili da rispettare, si rivolge a un’azienda cinese. Che è disposta a lavorare anche di notte e – in quanto cinese – deve offrire un prezzo inferiore a quello dei concorrenti italiani. Non si tratta dei laboratori clandestini raccontati da Roberto Saviano in “Gomorra”, ma di imprese regolari che riescono a fare quello che sembra impossibile ai tanti imprenditori italiani che lamentano il declino industriale: continuare a lavorare in settori dove il margine di profitto è basso. E dove bisogna lavorare duramente, di notte, di domenica e a Natale. Cremona e De Cecco chiariscono anche uno dei misteri che circonda le comunità cinesi: come fanno a trasformarsi da dipendenti a padroni nel giro di pochi anni, superando ostacoli burocratici e ambientali che bloccano molti italiani? Semplice, i cinesi non spendono, risparmiano. Mandano soldi in patria e accumulano finché non decidono di investire e fare il salto. E questo è vero soprattutto per la prima generazione, per i genitori delle miss in concorso. I figli, invece, stanno cercando il proprio percorso: il documentario racconta di quelli che trovano un business nel fare da raccordo tra le imprese italiane e il più ricco mercato di sbocco esistente, dove un miliardo di consumatori cinesi anela i prodotti del made in Italy.

Altri non hanno quello spirito di iniziativa. Come uno sconsolato ragazzo che parla con un marcato accento modenese e racconta i suoi insuccessi lavorativi seduto su una panchina della periferia di Modena: non è disposto a lavorare giorno e notte per vent’anni come i suoi genitori, sogna la vita dei suoi coetanei ma non può averla perché i soldi sono pochi e – da cinese senza qualifiche – non riesce ad essere assunto anche in una terra dove restare disoccupati è difficile.

Il lavoro dei due autori (e della squadra che li supporta) è apprezzabile soprattutto perché esplora un terreno vergine, il racconto dell’immigrazione senza il vincolo del politically correct o le fobie securitarie di stampo leghista. Eppure, alla fine, resta l’impressione di non avere capito tutto, che qualcosa continui a sfuggirci, i cinesi restano un po’ misteriosi anche se più simpatici (nonostante una certa malinconia). Ma forse anche questo è un pregio di “Miss Little China”, perché stimola gli spettatori ad approfondire e i giornalisti a indagare.

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08/09/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , ,

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