Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Ocse: le incognite di una ripresa «più rapida del previsto»


SUMMIT. Oggi a Londra si tiene il G20 finanziario, preparatorio di quello di Pittsburgh: si parlerà dei bonus ai banchieri e se sia ora di rimuovere le misure straordinarie a sostegno dell’economia.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Oggi inizia a Londra il G20 finanziario, il vertice dei ministri economici dei venti Paesi che a fine mese si incontrerannoa Pittsburgh per fare un bilancio della crisi a cinque mesi dal precendete summit di aprile. Il tema che occuperà i politici e i giornali è quello dei tetti alle retribuzioni dei manager: ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel (in campagna elettorale), il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno scritto una lettera congiunta al G20 – di cui fanno parte – per auspicare un forte messaggio alla fine del vertice di Pittsburgh su questo tema che da sempre sta a cuore soprattutto alla Merkel e a Sarkozy, che sta già provvedendo in patria.

Il vero scopo della riunione di oggi e del G20 americano è però decidere se è giunto il momento di rimuovere le stampelle messe alle economie occidentali per consentire loro di non crollare nella crisi. Nel concreto si tratta di stabilire se i tassi di interesse devono restare ancora bassi o – magari in modo concoredato – vadano gradualmente alzati rendendo i prestiti più onerosi e scoraggiando l’inflazione; se gli stimoli fiscali devono essere reiterati o meno, se i prestiti alle banche americane vanno rinnovati o restituiti. Ieri sono arrivate le analisi dell’Ocse, firmate dall’economista Jorgen Elmeskov che guida il dipartimento di economics: la ripresa è «più vicina di quanto previsto alcuni mesi fa». I segnali positivi, infatti, sono tanti: gli spread tra i corporate bond e i titoli di stato si stanno riducendo (tradotto: prestare soldi a un’azienda è considerato poco più rischioso di prestarli a uno stato che non può fallire), le imprese hanno ricominciato ad accumulare scorte, segnale che la domanda sta ripartendo e non si produce più giorno per giorno. Le economie emergenti, soprattutto Cina e India, stanno tornando ad avere una crescita sostenuta. Non alla velocità sperata da molti, che confidavano di andare a rimorchio, ma a un ritmo tale da garantire alle aziende occidentali la tenuta di importanti mercati di sbocco per i loro prodotti. Nel mercato monetario, che era impazzito durante l’autunno scorso, le cose sono tornate alla normalità e anche gli indicatori di stabilità nel settore finanziario stanno convergendo verso i livelli pre-crisi. Tuttavia, ammette l’Ocse, è difficile dire quanto di questo miglioramento sia duraturo e quanto solo l’effetto del doping della spesa pubblica. I CDS sulle banche, per esempio, indicano che il panico che un anno fa ha fatto scrivere al Wall Street Journal che “Wall Street è morta”, non è scomparso. All’inizio del 2007 l’indicatore di sintesi dell’Ocse sui CDS bancari era circa zero, cioè chi prestava soldi a una banca e comprava un derivato per coprirsi dall’eventualità del suo fallimento pagava il costo di un’assicurazione su un avvenimento molto improbabile. Poi le banche hanno iniziato a fallire e i CDS sono passati da 0 a oltre 600 punti, quando collassava Lehman Brothers. Oggi siamo tra 100 e 200, a seconda delle piazze finanziarie. Semplificando un po’ si può dire che le banche vengono considerate duecento volte più a rischio che prima della crisi. Il commercio mondiale «si è stabilizzato», ma su livelli inferiori del 20 per cento rispetto al picco raggiunto a fine 2007.

Anche per questo ieri la Banca centrale europea ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, all’uno per cento: conserva la possibilità di ridurlo ancora se le cose peggiorano e si prende tempo di aspettare il ritorno dell’inflazione prima di alzarlo. Ha detto il presidente Jean-Claude Trichet: «Le ultime informazioni supportano la nostra visione secondo cui ci sono sempre più segnali di stabilizzazione nell’attività economica, sia nell’Eurozona che altrove. Questo è coerente con le nostre aspettative che stia finendo una fase di significativa contrazione dell’attività economica e ora sarà seguita da un periodo di stabilizzazione e da una ripresa molto graduale». Il Pil nella zona dell’Euro, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2009 da un minimo di 3,8 punti percentuale a un massimo di 4,4. Per l’Italia – conferma anche l’Ocse – andrà peggio: il calo sarà di almeno il cinque per cento, come ormai è chiaro da mesi. Trichet ha confermato anche ieri quella linea di prudenza che una decina di giorni fa lo ha visto contrapposto a Ben Bernanke che, fresco di riconferma alla Federal Reserve, spandeva ottimismo al forum di Jackson Hole, in Wyoming. Il presidente della Bce ha lanciato un messaggio che suona come un monito ai capi di Stato e di governo che si riuniranno al G20: «Non dobbiamo pensare, ora che i mercati funzionano meglio e che stiamo uscendo dal tunnel, che bisogna riprendere a fare quello che facevamo prima», pena il rischio di «rivivere quello che abbiamo appena passato». È la minaccia della crisi a “W”, un violento crollo seguito da una ripresa rapida – la fase attuale – e poi da un nuovo collasso. Mai, nei suoi intevrenti recenti, Trichet era stato così esplicito nei suoi inviti alla prudenza.

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04/09/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , ,

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