Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’assenza di Andreatta


Dieci anni dopo. Nel dibattito sul riformismo aperto quest’estate da Prodi manca il professore di Trento che fu tra i pochissimi a costruire una cultura di governo di centrosinistra. Un libro ricostruisce la sua esperienza da ministro del Tesoro

Beniamino Andreatta

 
Beniamino Andreatta

Quando Romano Prodi ha scritto l’ultimo suo editoriale sul Messaggero, il giorno di ferragosto, sembrava parlare di Beniamino Andreatta. O meglio, della sua assenza. Il dibattito sulla sconfitta elettorale alle europee è durato pochi giorni, scriveva Prodi, poi è svanito nel nulla prima di arrivare al nocciolo della questione: «Il riformismo ha perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti». Il pezzo si chiudeva ricordando che «chi non è capace di nuotare conto corrente non sarà mai in grado di risalire il fiume». E tra poco saranno dieci anni dall’uscita dalla vita pubblica dell’ultimo uomo politico che ha tutte le caratteristiche riformiste di cui Prodi non riesce più a vedere traccia: era il quindici dicembre del 1999 quando Andreatta si accasciava in parlamento, durante il dibattito sulla legge finanziaria. Dopo quasi un decennio in coma, si è spento il 26 marzo del 2007 a 87 anni. «Difficile dire cosa sia rimasto della lezione di Andreatta nella cultura politica del centrosinistra attuale, bisognerebbe prima capire in cosa questa consista», dice Fernando Salsano, ricercatore all’università di Tor Vergata che ha appena pubblicato per Il Mulino “Andreatta ministro del Tesoro” (332 pagine, 28 euro).

Nel suo libro Salsano ricostruisce una parte dell’esperienza politica di Andreatta, i suoi due brevi passaggi dal ministero dell’Economia (resta da raccontare Andreatta l’atlantista, l’ispiratore dell’Ulivo, il regista dell’ascesa di Romano Prodi, il professore universitario, il democristiano atipico). Ma già così questa visione parziale è sufficiente a rispondere ad alcune delle questioni aperte dall’intervento di Prodi. Intervistato dal Riformista, il senatore del Pd Nicola Rossi ha commentato così l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: «Il nostro è stato un tentativo del tutto inutile. Abbiamo commesso un errore. Pensare che la cultura politica della Terza via di Tony Blair si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta, da noi una sinistra liberale non era possibile e nlo è ancora meno oggi». In realtà il libro di Salsano ricorda che Andreatta era riuscito a trovare posizioni di centrosinistra (da democristiano) e liberali e le aveva maturate proprio durante le sue esperienze di governo. Spiega Salsano: «Andreatta viene da una versione cattolica del keynesianesimo, ma una volta al governo si trova alle prese con una forte inflazione e instabilità politiche che non permettono il mantenimento di politiche di sostegno alla domanda. Diventa più monetarista, ma non passa da un’ortodossia all’altra, perché rimane sempre capace di rivedere prontamente le proprie posizione sulla base dell’esperienza. E questo è forse uno degli aspetti più importanti della sua azione di governo».

Quando il professor Andreatta diventa per la prima volta ministro del Bilancio è il 1979, un’esperienza che dura solo tre anni perché a dicembre del 1982 Amintore Fanfani viene incaricato di formare un nuovo governo ma Andreatta si è fatto troppi nemici e ne viene escluso. In quel breve lasso di tempo Andreatta riesce ad affrontare molti dei problemi strutturali che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, continuano a essere al centro del dibattito pubblico e ai quali il centrosinistra non riesce a dare risposte convincenti (giudicando dai dati elettorali). Il suo approccio è, pur declinato in modi differenti, sempre quello di creare un vincolo esterno che costringa gli attori a quello scatto verso l’efficienza di cui, da soli, sono incapaci. Nel 1981 il problema del debito pubblico non è meno grave di oggi (nel 2009 dovremmo arrivare al 118 per cento), ma c’è una differenza: quando il ministero del Tesoro emette titoli di debito e una parte di questi non viene collocata presso gli investitori, la Banca d’Italia si impegna a farsene carico finendo per sostenere di fatto la politica di spesa pubblica. Andreatta riesce a ottenere il famoso “divorzio”, trasformando una raffinata concoscenza scientifica dell’economa in forza politica: verifica con i suoi consulenti legali che sia in suo potere farlo poi, d’intesa con l’allora governatore della banca centrale Carlo Azeglio Ciampi, tronca con una lettera il rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia. Non avviene alcun dibattito pubblico, in pochi afferrano la portata del provvedimento: da quel momento in poi il ministero avrebbe dovuto faticare molto di più per ottenere finanziamenti, rispettando le regole di mercato senza più la rete di protezione offerta da Bankitalia che, a sua volta, ritrovava un’indipendenza che le mancava da trent’anni, quando il vincolo era stato introdotto.

Prodi, a ferragosto, scrive che manca chi ha «il coraggio di scontentare molti e ha la forza di ricomporre il proprio elettorato». E l’uso dei vincoli esterni che caratterizzò l’azione di Andreatta aveva proprio questa funzione, ridurre le zavorre di privilegio che l’Italia non poteva più permettersi (irritando quindi i privilegiati) nel nome di un interesse collettivo difficile da capitalizzare poi nell’urna e che – forse – si poteva perseguire solo in un sistema politico privo di alternanza al governo. L’adesione al Sistema monetario europeo, la battaglia per la fine dell’intervento straordinario nel mezzogiorno e quella (persa) per il contenimento del deficit, oltre all’accordo con il commissario europeo Karel van Miert per ridurre l’indebitamento delle aziende pubbliche al livello delle loro concorrenti private: decisioni che costringono gli attori a sforzi prima non richiesti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto perché spesso queste risorse sono il denaro pubblico. Ma che non vengono ben recepite dai colleghi di governo, in particolare dal Partito socialista che ottiene l’allontanamento di Andreatta dai ministeri finché l’agonia della prima repubblica e Mani Pulite, da cui il professore esce indenne, eliminano il potere di veto dei socialisti. E Andreatta torna al governo nel 1993, prima al Bilancio poi, dopo pochissimi mesi, al ministero degli Esteri. I momenti in cui Andreatta ha davvero la possibilità di agire sull’economia italiana sono brevissimi, soprattutto se comparati a quelli di cui disporranno alcuni dei suoi successori (il più longevo dei quali è Giulio Tremonti), eppure sembra aver concentrato in quei pochi mesi iniziative e prese di posizione su tutto quello di cui l’Ulivo prima e il Partito democratico poi si sarebbero dovuti occupare, dalla battaglia federalista per responsabilizzare gli enti locali nella gestione dei soldi trasferiti da Roma, alla gestione del mercato del lavoro, con un’attenzione maggiore al salario reale che a quello nominale regoalrmente eroso dall’inflazione, fino ai rapporti con il sistema bancario a proposito del quale aveva ben chiara la necessità di combinare la pressione della concorrenza per ridurre i costi dei servizi con le esigenze di stabilità.
Eppure Andreatta è scomparso dal dibattito interno del Partito democratico: pur essendo nel decennale dalla sua uscita dalla vita pubblica, alla festa nazionale del Pd di Genova il suo nome non è mai stato fatto e nel sito del partito l’unica sua traccia è un articolo di Enrico Letta, che con Andreatta ha lavorato e ne ha ereditato la gestione del centro studi Arel. Ma forse anche questa sconfitta postuma non avrebbe scoraggiato il professore con la pipa. Ha detto di lui Prodi, ricordandolo a febbraio, quando gli è stata intitolata una sala del ministero dell’Economia: «Proprio nel momento in cui si frammentava un’ipotesi, immediatamente riusciva a costruirne un’altra con un senso del domani che io, onestamente, non ho mai ritrovato in nessun’altra persona. Il senso cioè che le cose si potessero sempre cambiare. Le sconfitte non lasciavano in lui minimamente traccia né di astio né di ritirata. Erano semplicemente degli episodi rispetto ai quali andava avanti».

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30/08/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , ,

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