Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Effetto Bernanke sulla teoria economica


Helicopter Ben

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La riconferma di Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve offre all’ex professore di Princeton la possibilità di traghettare l’America fuori dalla crisi finanziaria. Ma anche di creare un nuovo paradigma teorico, di ambire alla stessa influenza culturale che fu del suo predecessore Alan Greenspan, in un momento in cui gli economisti sono in cerca di una guida. E, soprattutto, di una nuova sintesi capace di superare i modelli economici che la crisi ha dimostrato essere inadeguati. A metà luglio, l’ “Economist” ha dedicato la copertina alla confusione terorica, rappresentata da un enorme tomo di “Modern economic theory” che si liquefa. Bernanke è l’uomo a cui tutti guardano, sia per il suo curricolum di studi (esperto della Grande Depressione e monetarista atipico, seguace critico di Milton Friedman) ma soprattutto per la posizione che ricopre: quello di presidente della Fed è uno dei lavori più duri, in questo momento, ma anche l’unico che consente di fare ciò che per gli economisti di solito è impossibile. Tradurre in pratica le teorie, applicare i modelli e vedere che succede, senza (o in minima parte) dovendo scendere a compromessi con la politica.
Bernanke potrebbe quindi diventare l’ideologo – o almeno la bandiera – della teoria economica degli anni zero, così come Greenspan lo fu del trionfo capitalista dell’ultimo quindicennio del secolo: in carica dal 1987 al 2006, Greenspan portò gli Stati Uniti alla prosperità e alle bolle finanziarie precedenti la crisi, con una personalità capace di trasformare i dati sul Pil in un manifesto della superiorità dell’economia di mercato su quella pianificata (e sul modello socialdemocratico di welfare state europeo). Poi è arrivata la crisi e molte certezze sono crollate. Non quelle sulla superiorità del libero mercato sulla pianificazione di stampo sovietico, ma su quanto e come il mercato debba essere libero.

Scrive l’economista giapponese Leiichiro Kobayashi sul sito voxeu.org: «Visto che l’attuale teoria macroeconomica sfrutta solo le leve keynesiane (politica monetaria e fiscale), gli unici strumenti che abbiamo sono le tasse e la politica monetaria. È evidente che risolvere il problema degli asset tossici e stabilizzare il sistema finanziario sono passi importanti, ma non è chiaro il rapporto tra questi e la stabilità macroeconomica». In pratica: tutti hanno dolorosamente capito in questa crisi che i legami tra l’economia reale e l’intangibile mercato del credito sono molto più stretti di quanto la teoria sostiene. La finanza non è solo uno strumento, ma si è fatta attore determinante. Charles Wyploz, in una sua recente lezione, ha riassunto così le ipotesi alla base della teoria dei mercati finanziari: che gli occasionali shock sono casuali e non correlati tra loro (come i temporali) e sono in prevalenza di entità trascurabile con alcuni, rarissimi, picchi. La storia continua a dimostrare che queste ipotesi sono false. «Perché banchieri, investitori e tutti gli altri continuano a basarsi su queste idee anche se sanno che sono inadeguate?», si chiede Wyploz. Una risposta che l’economista francese si da è che ormai la scienza economica è diventata così dipendente dalla matematica più sofisticata che chi solleva obiezioni viene liquidato come qualcuno che non ha studiato abbastanza per capire le formule. Barry Eichengreen, studioso di teoria monetaria, sostiene una tesi diversa: nella letteratura accademica ci sono tutte le nozioni che consentivano di presentire questa crisi e di capirne la dinamica, ma ha prevalso l’approccio della «conoscenza selettiva»: banchieri e finanzieri consideravano solo quello di cui avevano bisogno per giustificare la propria linea di condotta. A questa tentazione, sempre presente nelle scienze sociali, si è aggiunta la «maledizione di Tobin»: James Tobin (quello noto per l’omonima Tax) ha sostenuto a lungo, senza risultati, che macroeconomia e finanza non potevano essere studiate separatamente. Ma invece è successo, con il risultato che chi sapeva dei problemi nel settore dei mutui subprime cartolarizzati frequentava università e convegni diversi da chi era ben consapevole dei pericoli di una bilancia dei pagamenti troppo squilibrata e di un dollaro in declino come valuta di riserva.

Al centro di questa ragnatela teorica piena di falle c’è lui, Ben Bernanke, che ha recuperato ricette vecchie di cento anni (quelle del fondatore dell’ “Economist” Walter Bagehot) e ha mandato a zero i tassi di interesse, espanendo al contempo i poteri della banca centrale come mai era successo in passato. Sottoscrivendo, quando si è rivelato necessario, anche titoli di debito pubblico governativo, per ridurne il rendimento (e quindi il costo per lo Stato) a lungo termine. Ora tutti gli accademici guardano alla Fed. Bernanke è stato messo dalla crisi nella condizione di superare il gap tra macroeconomia e finanza. La sua Fed si occupa attualmente più di politica fiscale, sostenendo la spesa pubblica e alcuni settori tipo quello edilizio, che della tradizionale politica monetaria. E per la prima volta, forte di un nuovo mandato che allunga il suo orizzonte temporale d’azione, Bernanke può provare ad applicare quello che l’economista della Bocconi ha definito con un ossimoro «monetarismo keynesiano». Cioè una sintesi tra le principali conquiste teoriche del monetarismo di Friedman (la quantità di moneta è importante almeno quanto il suo prezzo, cioè il tasso di interesse) e quelle di John Maynard Keynes (che il mercato del lavoro non tende a eliminare la disoccupazione e il legame tra moneta ed economia reale). Il presidente della Fed ha la chance di diventare il simbolo di un nuovo capitalismo, ancora difficile da definire (nelle intenzioni “illuminato”), così come Greenspan lo era stato di quello sregolato dell’esuberanza irrazionale e dell’illusione della fine dei cicli economici. Solo in tempi straordinari come questi poteva trovare le motivazioni e le opportunità per provarci. Ma per cominciare, superata la fase dell’emergenza, serviva una riconferma. E, almeno questo risultato, Bernanke l’ha già ottenuto.

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27/08/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , ,

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