Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Obama piega Ubs: così cambia il segreto svizzero


LA LISTA DI BERNA. Dopo un anno di trattative e minacce, l’Unione delle banche svizzera rivelerà i nomi di 4.450 evasori fiscali americani. Così eviterà il processo “John Doe”. Il ricatto del fisco Usa ha funzionato.

UBS

Ubs si è arresa al fisco americano. Per evitare il procedimento civile “John Doe” in Florida, l’Unione delle banche svizzera abbandonerà un dogma insostenibile nell’epoca in cui il G20 tutto si pronuncia contro i paradisi fiscali. Rivelerà i nomi di 4.450 clienti che hanno usato i conti presso Ubs per evadere le tasse statunitensi.Trattandosi di una banca svizzera, però, anche la forma conta: i nomi non saranno dati all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate Usa), ma a una task force svizzera governativa. Il segreto bancario svizzero è quindi – solo formalmente – salvo: Ubs non rivela nulla al fisco americano, ma risponde alle pressioni della Swiss Federal Tax Administration. Quel che conta, però, è la sostanza.

In previsione del G20 di Londra, che si è tenuto il quattro aprile scorso, la Svizzera aveva annunciato di iniziare a collaborare con l’Ocse per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali. Ubs aveva subito provveduto a rassicurare i suoi correntisti con un comunicato che è ancora disponibile sul sito della filiale italiana: «Il legittimo diritto alla privacy dei nostri clienti continuerà a essere garantito». E nello specifico: «Gli ultimi sviluppi non pregiudicano in alcun modo la posizione di Ubs in relazione al provvedimento “John Doe summons” dell’Internal revenue service, che richiede al tribunale di imporre al nostro istituto di rivelare all’IRS l’identità di 52mila clienti statunitensi. Tali informazioni sono tutelate dalla legge sul segreto bancario svizzero». E fino all’ultimo la banca presieduta da Kaspar Villiger (nel board dei direttori c’è anche Sergio Marchionne, numero uno di Fiat, come vicepresidente non esecutivo) ha provato a tenere fede ai suoi impegni.

Ma la pressione dell’amministrazione americana di Barack Obama, che garantiva il necessario peso politico all’azione dell’IRS, è stata più forte. Ubs aveva anche provato, prima di cedere sui nominativi, a dimostrare che i suoi conti non erano stati usati per frodare il contribuente americano. Aveva commissionato una perizia alla società di consulenza Alix Partners, presentata in evidenza nel sito aziendale, che ha esaminato i conti dei clienti americani che detenevano securities, cioè strumenti di investimento di vario tipo, americani senza aver adempiuto alle dovute comunicazioni al fisco Usa. Risultava che «virtualmente nessuno dei conti di questi clienti era titolare di investimenti americani nel periodo 2002-2007». Non è bastato. E ieri i segugi americani dell’agenzia delle entrate (omaggiati da Gabriele Muccino nel suo ultimo film “Sette anime”) hanno potuto esultare scrivendo sul sito: «L’IRS riceve una quantità senza precedenti di informazioni grazie all’accordo con Ubs». L’IRS ottiene un risultato diverso da quello che auspicava, cioè avere tutti i 52mila nominativi dei sospetti, ma comunque soddisfacente: nell’accordo tra Stati Uniti e Svizzera firmato ieri viene più volte esplicitato l’invito e gli incentivi ad autodenunciarsi, ottenendo così condizioni di trattamento più favorevoli rispetto a quelle che spetteranno a chi finirà nella lista. Visto che nessuno può essere sicuro di essere tra i 47mila e 500 sospettati che rimarranno protetti e che le rivelazioni della task force svizzera verranno centellinate, molti vorranno prevenire il peggio uscendo allo scoperto da soli. E così – si stima – altri 5mila nomi potrebbero essere spuntati dai 52mila. Come ci tiene a precisare Ubs, la banca non dovrà pagare multe, a differenza che nel precedente accordo (a febbraio) quando per adempiere alle richieste della giustizia americana aveva dovuto versare una sanzione da 780 milioni di dollari.

Non è finita l’era del segreto bancario svizzero, le casse elvetiche restano comunque uno dei rifugi più sicuri per gli evasori americani (ed europei). Ma il duello, ormai prolungato, del governo di Washington con Ubs – e per la proprietà transitiva con il governo svizzero – sta creando un precedente rilevante. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, è solo questione di tempo prima che il dipartimento di Giustizia americano metta sotto assedio altri istituti di credito. I nomi dei bersagli sono il meglio della finanza elvetica (già provata dalla crisi finanziaria): Credit Suisse, Julius Baer, Zurcher Kantonalbank e UBP. Il caso Ubs ha dimostrato che, con le dovute pressioni, anche i più riservati tra i banchieri del mondo possono iniziare a collaborare.

 

Annunci

20/08/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , ,

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: