Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Le tante ragioni del pessimismo: perché la crisi non sta finendo


Anche ieri sono arrivati segnali dall’economia che invitano a essere ottimisti: la produttività dei lavoratori americani è cresciuta nel secondo trimestre del 6,4 per cento, il risultato migliore da sei anni. Il petrolio è salito ancora, sopra i 73 dollari al barile, e le Borse continuano, con qualche frenata occasionale come quella di ieri, ad andare bene dopo che perfino alcuni zombie, come le agenzie di mutui americane nazionalizzate da George Bush, Fannie Mae e Freddie Mac, hanno cominciato a fare utili. Tutti vogliono essere ottimisti: è di due giorni fa il sondaggio di Kpmg secondo cui le imprese inglesi e italiane sono quelle più fiduciose nella ripresa.
Forse ha ragione lo storico di Harvard Niall Ferguson, che sul Financial Times ha paragonato Barack Obama a Felix il gatto: come il personaggio dei cartoni animati, il presidente americano continuerà a essere fortunato e tutte le potenziali bombe su cui è seduto – a partire da un deficit che nel 2009 sarà di 1800 miliardi di dollari – verranno disinnescate dal provvidenziale ritorno della crescita. Ma i numeri – in cui tanti si esercitano in questi giorni a intravedere sprazzi di sereno – invitano alla prudenza. E lo ha detto ieri proprio Obama: «Non siamo ancora fuori dal bosco» (che in America equivale al nostro tunnel).

Prendiamo le ultime stime del Fondo monetario internazionale: la crescita del Pil mondiale dovrebbe essere negativa (-0,9) nel 2009 e positiva (2,5) nel 2010. Calcolando l’interesse composto, alla fine dell’anno prossimo il mondo sarà più ricco dell’uno per cento circa rispetto allo scorso gennaio. Ma questo non vale per i paesi più industrializzati: per loro la differenza sarà un -4 per cento secco. Ora le previsioni cominciano a essere riviste al rialzo, ma sarà cruciale quanto in fretta miglioreranno le cose.

Negli Stati Uniti, per esempio, c’è il problema del pagamento dei sussidi di disoccupazione: le politiche del lavoro sono affidate nella quasi totalità ai singoli stati federati. E molti di questi, nel tempo delle vacche grasse, non hanno messo da parte nulla e quando è arrivata la crisi hanno cominciato a indebitarsi. Secondo i calcoli della fondazione Pro publica, solo 13 stati su 50 hanno le finanze pubbliche in grado di sostenere il numero di disoccupati causato dalla recessione. Gli altri hanno dovuto prendere soldi in prestito, a partire dalla California (2,6 miliardi di dollari) fino allo stato di New York (1,3 miliardi). Ora il tasso di disoccupazione ha cominciato a ridursi, ma resta l’incognita se i miglioramenti saranno abbastanza rapidi da evitare il collasso alla finanza locale americana. Oggi terminerà la riunione del Fomc, il comitato della Federal Reserve che decide la politica monetaria, dove si sta discutendo della richiesta da parte di alcuni membri del Congresso (su tutti il potente democratico Gary Frank) di espandere i pacchetti di sostegno alla finanza. In particolare il Talf, Term Asset-backed securities Loan Facility, per sostenere il mercato di titoli derivati costruiti su prestiti agli studenti, finanziamenti delle carte di credito e rate per il pagamento dell’auto. Perché c’è il sospetto diffuso, anche se nessuno può averne la certezza, che appena la stampella pubblica verrà tolta, l’economia (e il settore del credito) torneranno nel caos. Come il mercato immobiliare, dove l’aggiustamento al ribasso dei prezzi – dopo gli eccessi della bolla speculativa scoppiata nel 2007 – continuerà ancora per almeno un anno.

Ma non sono certo solo problemi americani. Secondo gli analisti di RGE, la società dell’economista Nouriel Roubini, tra le grandi economie industrializzate solo le condizioni della Francia (e in parte della Norvegia) invitano davvero all’ottimismo: gli ammortizzatori sociali francesi, dal salario minimo alla rigidità del mercato del lavoro, sono stati combinati con politiche anticrisi dall’effetto immediato che hanno fatto il loro dovere. Mentre in altri Paesi sono state finanziate infrastrutture la cui costruzione deve ancora cominciare. Le grandi economie emergenti, invece, sono crollate alla stessa velocità di quelle occidentali a cui erano agganciate dalla globalizzazione ma ora, secondo le stime del Fondo monetario, stanno iniziando a uscire dalla crisi più in fretta.

La grande speranza è ovviamente la Cina: gli economisti che per anni hanno spiegato tutti gli squilibri del mondo con la teoria del savings glut (i cinesi consumano troppo poco e risparmiano troppo, immobilizzando ricchezza), ora sperano che lì nasca una nuova domanda di beni e servizi tale da compensare quella scomparsa – forse per sempre, di certo per un po’ – in Europa e America. Gli ultimi dati dicono che in luglio la produzione industriale è salita del 10 per cento anche se le esportazioni crollavano del 23, segno che il mercato interno è più solido di quello internazionale. Ma il settore finanziario è ancora un rebus, forse all’inizio di una nuova bolla sulla Borsa di Shanghai tornata ai livelli del 2007, prima della crisi. Ma l’ottimismo che suscita una crescita attesa del 9,4 per cento del Pil nel 2009 deve essere temperato, secondo RGE, dalla constatazione che nessuno dei problemi strutturali è stato affrontato nell’anno della crisi: troppi crediti nei bilanci delle banche di dubbio valore, eccesso di risparmio, eccesso di capacità produttiva per un mondo che consumerà meno.

 

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12/08/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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