Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Conflitti e interessi al Tesoro (Usa)

Un anno dopo il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre, chi in quei giorni prese decisioni di emergenza forzando i regolamenti, oggi comincia a pagarne il prezzo. È toccato prima a Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve la banca centrale americana. L’accusa è di aver fatto pressioni sui vertici di JP Morgan perché si comprassero la malandata Merrill Lynch, banca d’affari il cui fallimento era giudicato un pericolo per la tenuta del sistema.
Ora tocca a Henry Paulson, l’ultimo segretario al Tesoro di George Bush, quello che ha gestito i mesi del collasso finanziario. La sua posizione era delicata: prima di diventare ministro era il numero uno di Goldman Sachs, la più importante investment bank di Wall Street, che aveva guidato verso grandi risultati, prima dell’inizio della crisi. La settimana decisiva nel mandato di Paulson è stata quella cominciata lunedì 15 settembre 2008: Lehman Brothers dichiara l’insolvenza, l’unico vero rivale di Goldman si è visto rifiutare il sostegno del Governo e prima dell’apertura dei mercati si arrende alla crisi di liquidità e al peso dei derivati spazzatura. Richard Fuld, il “gorilla” di Wall Street che la guidava da anni, diventa il simbolo dei manager rapaci e irresponsabili che hanno distrutto la finanza. La motivazione ufficiale per non salvarla: bisogna ridurre il moral hazard, il retropensiero di chi rischia troppo perché si sente protetto dal denaro dei contribuenti. Il giorno dopo, il 16 settembre, però, il governo decide di salvare il gruppo assicurativo A.I.G. perché il suo crollo avrebbe destabilizzato quel che restava della finanza americana. Adesso si scopre, lo ha rivelato il New York Times, che mentre Paulson prendeva queste decisioni si sentiva spesso al telefono con Lloyd Blankfein, il suo successore alla testa di Goldman Sachs.

 

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I punti sensibili sono due. Anche se all’inizio della loro storia lavoravano insieme, Goldman e Lehman erano rivali. Il fallimento di una significa più spazio per l’altra. Oggi Goldman è diventata una banca commerciale per raccogliere risparmio dai privati e – soprattutto – gli aiuti dalla Federal Reserve. Ha già iniziato a restituire i prestiti del piano Paulson (che il segretario al Tesoro era faticosamente riuscito a far approvare in ottobre) e ha stupito i mercati con profitti record nel secondo trimestre 2009: 3,44 miliardi, non male per una banca che stava per fallire. E sarebbe fallita quasi certamente se fosse crollata A.I.G. Questa è infatti la seconda questione delicata: il 16 settembre 2008 il governo inizia la procedura che porterà alla nazionalizzazione di A.I.G. e che implica un’iniezione di 13 miliardi di dollari (il costo totale diventerà poi di oltre 170), soldi che servono anche a remunerare i creditori del gruppo assicurativo tra cui c’è, appunto, Goldman Sachs. Che riceve quindi oltre tre miliardi. E in questo nessuno scandalo, visto che il salvataggio di A.I.G. serviva proprio per evitare che le sue controparti, cioè le società con cui aveva contratti aperti, ricevessero un contraccolpo che ne avrebbe messo a rischio la stabilità.

Ma quando la notizia ha iniziato a circolare, qualche mese fa, in tanti hanno pensato: ecco perché Paulson ha salvato A.I.G. e non Lehman, perché nel primo caso Goldman ci guadagnava e nel secondo no. Il New York Times ha scritto di aver ottenuto i tabulati delle telefonate di Paulson grazie al Freedom of information act, la legge che impone la pubblicità di documenti in precedenza secretati. Ma nulla si sa del contenuto delle telefonate. L’unica certezza è che il segretario al Tesoro si era impegnato, nel codice etico che i ministri e i funzionari di nomina governativa sono tenuti a sottoscrivere, a non avere rapporti con la sua ex azienda. Infatti, quando è stato invitato a una riunione con la Fed per discutere della solidità di alcune banche, tra cui Lehman, ha dovuto richiedere una deroga al codice che gli è stata accordata anche una seconda volta, proprio in occasione della regia del salvataggio di A.I.G. . Ma le deroghe non comprendevano le telefonate a Lloyd Blankfein.
La vicenda è solo agli inizi, ma è improbabile che si trasformi in un vero scandalo. C’è chi dice che Goldman è troppo potente, che se ha avuto un momento di debolezza lo scorso anno, ora è di nuovo quella di un tempo, risorsa dei governi di mezzo mondo (la lista di suoi dirigenti diventati ministri o premier è lunga). In primavera si era addirittura scoperto che un membro del consiglio direttivo della Fed di New York, la più potente delle banche regionali che compongono il Federal Reserve System, continuava a sedere anche nel consiglio di Goldman mentre attuava le misure straordinarie a sostegno di Wall Street. E non è successo quasi nulla.

Paulson ormai è fuori dalla politica, sta scontando il periodo di decantazione fisiologico per tutti gli uomini di governo che aspettano di tornare nel settore privato. Ma la denuncia del New York Times è un segnale dei tempi, arrivata proprio quando la disoccupazione americana smette di crescere: il momento dell’emergenza è passato, ora si torna alla normalità e chi si è preso troppe libertà nel nome dell’eccezionalità della situazione adesso deve risponderne.

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11/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Governo in gabbia (salariale)

TUTTI CONTRO LA LEGA. La Cisl parla di «ritorno all’Urss», la Uil di «stupidaggine». Bordate pure dall’Ugl. Gasparri e Cicchitto “interpretano” Berlusconi: nessuna apertura al Carroccio. Frena anche Scajola.

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Almeno su una cosa sono (quasi) tutti d’accordo: le gabbie salariali non si devono fare e comunque non devono essere chiamate così. Solo la Lega, in modo prudente, continua a difendere l’idea di una differenza fissata per legge dei salari tra nord e sud, forte di quello che ha detto Silvio Berlusconi domenica rilanciando la proposta di Umberto Bossi: «Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra sud e nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Il problema è come farlo.

Ieri i sindacati – anche quelli meno ostili al Governo – hanno bocciato l’idea: la Cgil è «contrarissima», la Uil di Luigi Angeletti le bolla come «stupidaggine», secondo Raffaele Bonanni della Cisl le gabbie sarebbero «un ritorno all’Unione sovietica» con tutti i salari d’Italia decisi a Roma per legge. E anche l’Ugl di Renata Polverini ha preso posizione: «Sono un errore, servirebbero solo a penalizzare ulteriormente il sud».
Ma su questo non sono tutti d’accordo. Il dato più citato in questi giorni è lo studio della Banca d’Italia secondo cui al nord il costo della vita è superiore del 16 per cento rispetto a quello nel Mezzogiorno. Sostiene Giuseppe Bortolussi, capo della confederazione degli artigiani di Mestre, che al nord i salari sono già oggi superiori del 30 per cento, quindi se si introducessero le gabbie, a guadagnarci sarebbe il sud (o il nord a rimetterci, a seconda di come avverrebbe il riequilibrio).

La discussione, però, è per ora tutta politica, non di merito. Soprattutto all’interno al governo. Due vertici del quadrilatero che guida il Pdl in parlamento, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (capigruppo, rispettivamente, alla Camera e al Senato), hanno cercato di raffreddare il clima. «I salari, presi oggettivamente, dipendono da un complesso di fattori: dalla situazione economica generale, dai rapporti di forza tra le parti, dai livelli di produttività aziendali e, evidentemente, dal costo della vita. Il presidente del Consiglio si è riferito a questi parametri. Nessuno pensa di fissare per legge i differenziali salariali», ha detto Cicchitto, frenando chiaramente rispetto all’intemerata leghista. Ancora più netto Gasparri: «Il termine gabbie salariali va tolto dal dibattito perché ingenera equivoci e giustamente si presta a polemiche».

È Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, a spingere oltre l’esegesi delle parole di Berlusconi e a suggerire la via di una possibile mediazione: «Non mi pare proprio che Berlusconi faccia riferimento alle gabbie salariali, a cui rimaniamo contrari. Piuttosto, il presidente del Consiglio sta pensando a un tipo di contrattazioni regionali per incoraggiare investimenti nel sud e favorire una nuova stagione di ripresa imprenditoriale del Meridione». Tradotto: non si sta discutendo di centralizzare la fissazione dei salari, ma al contrario un decentramento, spostando il potere di decisione più a livello regionale. E questo è l’unico compromesso che può soddisfare il Partito del sud nato quest’estate all’interno del Popolo della libertà e che – pur privo di riconoscimenti formali – da quando è riuscito a ottenere quattro miliardi extra da Berlusconi per il Mezzogiorno esiste de facto.

Il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, ha però già detto alla Stampa che se differenziazione di salari deve esserci, allora che si faccia solo all’interno delle singole imprese: «Siamo contrari ad avere quattro livelli di contrattazione: il contratto nazionale, quello territoriale, quello aziendale e la contrattazione individuale. Noi vogliamo puntare sul livello aziendale, anche perché è in azienda, e non nel territorio, che si determinano i miglioramenti della produttività». Una linea che trova una – almeno parziale – sponda governativa nel ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola che sostiene: «Dobbiamo avvicinare la contrattazione al territorio, alla specificità aziendale e anche alla produttività del territorio». Ma Scajola ci tiene anche a precisare che tutto il dibattito sulle gabbie salariali e le tensioni Pdl-Lega sono «una polemica basata sul nulla».

11/08/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento