Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’assenza di Andreatta

Dieci anni dopo. Nel dibattito sul riformismo aperto quest’estate da Prodi manca il professore di Trento che fu tra i pochissimi a costruire una cultura di governo di centrosinistra. Un libro ricostruisce la sua esperienza da ministro del Tesoro

Beniamino Andreatta

 
Beniamino Andreatta

Quando Romano Prodi ha scritto l’ultimo suo editoriale sul Messaggero, il giorno di ferragosto, sembrava parlare di Beniamino Andreatta. O meglio, della sua assenza. Il dibattito sulla sconfitta elettorale alle europee è durato pochi giorni, scriveva Prodi, poi è svanito nel nulla prima di arrivare al nocciolo della questione: «Il riformismo ha perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti». Il pezzo si chiudeva ricordando che «chi non è capace di nuotare conto corrente non sarà mai in grado di risalire il fiume». E tra poco saranno dieci anni dall’uscita dalla vita pubblica dell’ultimo uomo politico che ha tutte le caratteristiche riformiste di cui Prodi non riesce più a vedere traccia: era il quindici dicembre del 1999 quando Andreatta si accasciava in parlamento, durante il dibattito sulla legge finanziaria. Dopo quasi un decennio in coma, si è spento il 26 marzo del 2007 a 87 anni. «Difficile dire cosa sia rimasto della lezione di Andreatta nella cultura politica del centrosinistra attuale, bisognerebbe prima capire in cosa questa consista», dice Fernando Salsano, ricercatore all’università di Tor Vergata che ha appena pubblicato per Il Mulino “Andreatta ministro del Tesoro” (332 pagine, 28 euro).

Nel suo libro Salsano ricostruisce una parte dell’esperienza politica di Andreatta, i suoi due brevi passaggi dal ministero dell’Economia (resta da raccontare Andreatta l’atlantista, l’ispiratore dell’Ulivo, il regista dell’ascesa di Romano Prodi, il professore universitario, il democristiano atipico). Ma già così questa visione parziale è sufficiente a rispondere ad alcune delle questioni aperte dall’intervento di Prodi. Intervistato dal Riformista, il senatore del Pd Nicola Rossi ha commentato così l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: «Il nostro è stato un tentativo del tutto inutile. Abbiamo commesso un errore. Pensare che la cultura politica della Terza via di Tony Blair si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta, da noi una sinistra liberale non era possibile e nlo è ancora meno oggi». In realtà il libro di Salsano ricorda che Andreatta era riuscito a trovare posizioni di centrosinistra (da democristiano) e liberali e le aveva maturate proprio durante le sue esperienze di governo. Spiega Salsano: «Andreatta viene da una versione cattolica del keynesianesimo, ma una volta al governo si trova alle prese con una forte inflazione e instabilità politiche che non permettono il mantenimento di politiche di sostegno alla domanda. Diventa più monetarista, ma non passa da un’ortodossia all’altra, perché rimane sempre capace di rivedere prontamente le proprie posizione sulla base dell’esperienza. E questo è forse uno degli aspetti più importanti della sua azione di governo».

Quando il professor Andreatta diventa per la prima volta ministro del Bilancio è il 1979, un’esperienza che dura solo tre anni perché a dicembre del 1982 Amintore Fanfani viene incaricato di formare un nuovo governo ma Andreatta si è fatto troppi nemici e ne viene escluso. In quel breve lasso di tempo Andreatta riesce ad affrontare molti dei problemi strutturali che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, continuano a essere al centro del dibattito pubblico e ai quali il centrosinistra non riesce a dare risposte convincenti (giudicando dai dati elettorali). Il suo approccio è, pur declinato in modi differenti, sempre quello di creare un vincolo esterno che costringa gli attori a quello scatto verso l’efficienza di cui, da soli, sono incapaci. Nel 1981 il problema del debito pubblico non è meno grave di oggi (nel 2009 dovremmo arrivare al 118 per cento), ma c’è una differenza: quando il ministero del Tesoro emette titoli di debito e una parte di questi non viene collocata presso gli investitori, la Banca d’Italia si impegna a farsene carico finendo per sostenere di fatto la politica di spesa pubblica. Andreatta riesce a ottenere il famoso “divorzio”, trasformando una raffinata concoscenza scientifica dell’economa in forza politica: verifica con i suoi consulenti legali che sia in suo potere farlo poi, d’intesa con l’allora governatore della banca centrale Carlo Azeglio Ciampi, tronca con una lettera il rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia. Non avviene alcun dibattito pubblico, in pochi afferrano la portata del provvedimento: da quel momento in poi il ministero avrebbe dovuto faticare molto di più per ottenere finanziamenti, rispettando le regole di mercato senza più la rete di protezione offerta da Bankitalia che, a sua volta, ritrovava un’indipendenza che le mancava da trent’anni, quando il vincolo era stato introdotto.

Prodi, a ferragosto, scrive che manca chi ha «il coraggio di scontentare molti e ha la forza di ricomporre il proprio elettorato». E l’uso dei vincoli esterni che caratterizzò l’azione di Andreatta aveva proprio questa funzione, ridurre le zavorre di privilegio che l’Italia non poteva più permettersi (irritando quindi i privilegiati) nel nome di un interesse collettivo difficile da capitalizzare poi nell’urna e che – forse – si poteva perseguire solo in un sistema politico privo di alternanza al governo. L’adesione al Sistema monetario europeo, la battaglia per la fine dell’intervento straordinario nel mezzogiorno e quella (persa) per il contenimento del deficit, oltre all’accordo con il commissario europeo Karel van Miert per ridurre l’indebitamento delle aziende pubbliche al livello delle loro concorrenti private: decisioni che costringono gli attori a sforzi prima non richiesti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto perché spesso queste risorse sono il denaro pubblico. Ma che non vengono ben recepite dai colleghi di governo, in particolare dal Partito socialista che ottiene l’allontanamento di Andreatta dai ministeri finché l’agonia della prima repubblica e Mani Pulite, da cui il professore esce indenne, eliminano il potere di veto dei socialisti. E Andreatta torna al governo nel 1993, prima al Bilancio poi, dopo pochissimi mesi, al ministero degli Esteri. I momenti in cui Andreatta ha davvero la possibilità di agire sull’economia italiana sono brevissimi, soprattutto se comparati a quelli di cui disporranno alcuni dei suoi successori (il più longevo dei quali è Giulio Tremonti), eppure sembra aver concentrato in quei pochi mesi iniziative e prese di posizione su tutto quello di cui l’Ulivo prima e il Partito democratico poi si sarebbero dovuti occupare, dalla battaglia federalista per responsabilizzare gli enti locali nella gestione dei soldi trasferiti da Roma, alla gestione del mercato del lavoro, con un’attenzione maggiore al salario reale che a quello nominale regoalrmente eroso dall’inflazione, fino ai rapporti con il sistema bancario a proposito del quale aveva ben chiara la necessità di combinare la pressione della concorrenza per ridurre i costi dei servizi con le esigenze di stabilità.
Eppure Andreatta è scomparso dal dibattito interno del Partito democratico: pur essendo nel decennale dalla sua uscita dalla vita pubblica, alla festa nazionale del Pd di Genova il suo nome non è mai stato fatto e nel sito del partito l’unica sua traccia è un articolo di Enrico Letta, che con Andreatta ha lavorato e ne ha ereditato la gestione del centro studi Arel. Ma forse anche questa sconfitta postuma non avrebbe scoraggiato il professore con la pipa. Ha detto di lui Prodi, ricordandolo a febbraio, quando gli è stata intitolata una sala del ministero dell’Economia: «Proprio nel momento in cui si frammentava un’ipotesi, immediatamente riusciva a costruirne un’altra con un senso del domani che io, onestamente, non ho mai ritrovato in nessun’altra persona. Il senso cioè che le cose si potessero sempre cambiare. Le sconfitte non lasciavano in lui minimamente traccia né di astio né di ritirata. Erano semplicemente degli episodi rispetto ai quali andava avanti».

30/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La lunga estate di Corrado Passera

PASSERA

Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa

 

Ieri Corrado Passera, capo operativo di Intesa Sanpaolo, ha presentato agli analisti e al mercato i conti semestrali della banca che dirige. Per essere risultati da tempo di crisi, non si può lamentare: l’utile netto nel secondo trimestre è stato di 513 milioni, il primo semestre si attesta quindi a 1,6 miliardi circa, la metà dei 3,1 della prima metà del 2008. I problemi della crisi non sono certo spariti, perché i “crediti deteriorati”, cioè quelli sul cui valore è legittimo avere qualche dubbio, sono saliti dagli 11 miliardi di fine 2008 ai 16,6 del 30 giugno scorso, con un aumento di oltre il 44 per cento. Nonostante queste incognite e i 18 milioni (pochissimi, a cui va però sommata a più vasta “area di contagio”) ancora investiti in prodotti collegati direttamente ai mutui subprime americani, Passera ha spiegato agli analisti che la banca è in grado di garantire la «redditività sostenibile», sfruttare la crisi per ridurre i rischi eccessivi presi prima.

La presentazione del bilancio semestrale chiude un’estate che per Passera non è stata di vacanza. Mentre Alessandro Profumo, dopo aver progressivamente risollevato la sua banca dopo le tribolazioni di fine 2008, è da mesi assente dalle cronache, sul tavolo del capo di Banca Intesa restano aperti molti dossier ad alta sensibilità mediatica. A partire dal lungo crollo dell’impero immobiliare di Luigi Zunino: ieri il consiglio di amministrazione della sua società, Risanamento, ha deciso di rinviare l’approvazione della relazione sulla gestione a martedì prossimo, quando scadrà il termine per presentare il piano di ristrutturazione dell’azienda immobiliare che doveva costruire il futuro immobiliare di Milano e invece è collassata sotto il peso di debiti insostenibili. Quello che succederà dipende tutto dalla disponibilità delle banche a farsi carico di una parte delle passività e proprio Banca Intesa è la più esposta, con 476 milioni. E questa è una vicenda finanziaria dalle dimensioni rilevanti che – a seconda di come si concluderà – diventerà una voce importante nel bilancio estivo personale di Passera. Un’altra è la voce Alitalia. Soltanto un anno fa, la formazione della Cai per assorbire la parte sana dell’ex compagnia di bandiera era stata l’impresa principale con la quale Passera era riuscito ad accreditarsi come banchiere di sistema, portabandiera dell’idea che una grande banca con forti radici nazionali ha responsabilità che non sono solo la massimizzazione del profitto. Nell’estate 2009 il giudizio su quell’operazione si è fatto più sfumato: la nuova Alitalia assomiglia sempre più alla vecchia, tra ritardi e bagagli smarriti, mentre continuano a circolare voci di tensioni nell’azionariato di Cai (ne fa parte anche Intesa, già advisor del governo nella privatizzazione). I buoni rapporti con il governo Berlusconi consolidati durante quei mesi sembrano ora un po’ meno solidi. Al meeting di Rimini Passera ha bocciato con una battuta il progetto di una Banca del Sud a cui sta lavorando il ministro Giulio Tremonti e ha auspicato «una scossa» per uscire dalla crisi, la stessa parola che aveva già usato in un’intervista di un mese prima a Massimo Giannini di Repubblica. E con una battuta gli ha replicato il ministro Maurizio Sacconi, «speriamo che la scossa non venga dalla sua banca». Visti i conti di ieri sembra poco probabile, ma è un segnale che il rapporto dialettico si è fatto più aspro, nonostante l’accordo del tre luglio con cui Intesa si è impegnata a garantire credito alle piccole e medie imprese (che restano però marginali nella strategia del gruppo, il portafoglio crediti è composto solo al sei per cento da finanziamenti «small business»).
Anche su un altro fronte estivo è troppo presto per trarre conclusioni: l’Antitrust ha dato tempo fino alla fine del 2009 a Crédit Agricole e alle assicurazioni Generali per risolvere quel rapporto (un «patto di consultazione»), cioè un’intesa tra due grandi azionisti di Intesa, che ha allarmato l’autorità per la concorrenza: il rischio è una multa miliardaria. Ha detto ieri Passera: «Sono sicuro che i nostri azionisti non creeranno danni o fastidi alla nostra banca, ma posso certamente dirvi che, nel caso dovesse succedere ma sono sicuro che non succederà, in quel caso non pagheremo il costo di comportamenti dei nostri azionisti che non siano accettati dall’Antitrust». Per ora è però soltanto un auspicio. C’è poi un dossier minore che potrebbe creare qualche frizione ulteriore con Tremonti: Intesa, lo ha detto Passera sempre al meeting di Rimini, si sta interessando al destino di Delta, piccola banca bolognese che ha un rapporto sospetto con la Cassa di San Marino, una delle casseforti degli evasori. E proprio ieri Tremonti si è incontrato con il suo omologo sanmarinese in previsione dello scudo fiscale di settembre. Se il bilancio estivo di Intesa San Paolo, quindi, è buono per consolidare quello personale di Passera è forse troppo presto.

29/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , | Lascia un commento

Effetto Bernanke sulla teoria economica

Helicopter Ben

Helicopter Ben

 

La riconferma di Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve offre all’ex professore di Princeton la possibilità di traghettare l’America fuori dalla crisi finanziaria. Ma anche di creare un nuovo paradigma teorico, di ambire alla stessa influenza culturale che fu del suo predecessore Alan Greenspan, in un momento in cui gli economisti sono in cerca di una guida. E, soprattutto, di una nuova sintesi capace di superare i modelli economici che la crisi ha dimostrato essere inadeguati. A metà luglio, l’ “Economist” ha dedicato la copertina alla confusione terorica, rappresentata da un enorme tomo di “Modern economic theory” che si liquefa. Bernanke è l’uomo a cui tutti guardano, sia per il suo curricolum di studi (esperto della Grande Depressione e monetarista atipico, seguace critico di Milton Friedman) ma soprattutto per la posizione che ricopre: quello di presidente della Fed è uno dei lavori più duri, in questo momento, ma anche l’unico che consente di fare ciò che per gli economisti di solito è impossibile. Tradurre in pratica le teorie, applicare i modelli e vedere che succede, senza (o in minima parte) dovendo scendere a compromessi con la politica.
Bernanke potrebbe quindi diventare l’ideologo – o almeno la bandiera – della teoria economica degli anni zero, così come Greenspan lo fu del trionfo capitalista dell’ultimo quindicennio del secolo: in carica dal 1987 al 2006, Greenspan portò gli Stati Uniti alla prosperità e alle bolle finanziarie precedenti la crisi, con una personalità capace di trasformare i dati sul Pil in un manifesto della superiorità dell’economia di mercato su quella pianificata (e sul modello socialdemocratico di welfare state europeo). Poi è arrivata la crisi e molte certezze sono crollate. Non quelle sulla superiorità del libero mercato sulla pianificazione di stampo sovietico, ma su quanto e come il mercato debba essere libero.

Scrive l’economista giapponese Leiichiro Kobayashi sul sito voxeu.org: «Visto che l’attuale teoria macroeconomica sfrutta solo le leve keynesiane (politica monetaria e fiscale), gli unici strumenti che abbiamo sono le tasse e la politica monetaria. È evidente che risolvere il problema degli asset tossici e stabilizzare il sistema finanziario sono passi importanti, ma non è chiaro il rapporto tra questi e la stabilità macroeconomica». In pratica: tutti hanno dolorosamente capito in questa crisi che i legami tra l’economia reale e l’intangibile mercato del credito sono molto più stretti di quanto la teoria sostiene. La finanza non è solo uno strumento, ma si è fatta attore determinante. Charles Wyploz, in una sua recente lezione, ha riassunto così le ipotesi alla base della teoria dei mercati finanziari: che gli occasionali shock sono casuali e non correlati tra loro (come i temporali) e sono in prevalenza di entità trascurabile con alcuni, rarissimi, picchi. La storia continua a dimostrare che queste ipotesi sono false. «Perché banchieri, investitori e tutti gli altri continuano a basarsi su queste idee anche se sanno che sono inadeguate?», si chiede Wyploz. Una risposta che l’economista francese si da è che ormai la scienza economica è diventata così dipendente dalla matematica più sofisticata che chi solleva obiezioni viene liquidato come qualcuno che non ha studiato abbastanza per capire le formule. Barry Eichengreen, studioso di teoria monetaria, sostiene una tesi diversa: nella letteratura accademica ci sono tutte le nozioni che consentivano di presentire questa crisi e di capirne la dinamica, ma ha prevalso l’approccio della «conoscenza selettiva»: banchieri e finanzieri consideravano solo quello di cui avevano bisogno per giustificare la propria linea di condotta. A questa tentazione, sempre presente nelle scienze sociali, si è aggiunta la «maledizione di Tobin»: James Tobin (quello noto per l’omonima Tax) ha sostenuto a lungo, senza risultati, che macroeconomia e finanza non potevano essere studiate separatamente. Ma invece è successo, con il risultato che chi sapeva dei problemi nel settore dei mutui subprime cartolarizzati frequentava università e convegni diversi da chi era ben consapevole dei pericoli di una bilancia dei pagamenti troppo squilibrata e di un dollaro in declino come valuta di riserva.

Al centro di questa ragnatela teorica piena di falle c’è lui, Ben Bernanke, che ha recuperato ricette vecchie di cento anni (quelle del fondatore dell’ “Economist” Walter Bagehot) e ha mandato a zero i tassi di interesse, espanendo al contempo i poteri della banca centrale come mai era successo in passato. Sottoscrivendo, quando si è rivelato necessario, anche titoli di debito pubblico governativo, per ridurne il rendimento (e quindi il costo per lo Stato) a lungo termine. Ora tutti gli accademici guardano alla Fed. Bernanke è stato messo dalla crisi nella condizione di superare il gap tra macroeconomia e finanza. La sua Fed si occupa attualmente più di politica fiscale, sostenendo la spesa pubblica e alcuni settori tipo quello edilizio, che della tradizionale politica monetaria. E per la prima volta, forte di un nuovo mandato che allunga il suo orizzonte temporale d’azione, Bernanke può provare ad applicare quello che l’economista della Bocconi ha definito con un ossimoro «monetarismo keynesiano». Cioè una sintesi tra le principali conquiste teoriche del monetarismo di Friedman (la quantità di moneta è importante almeno quanto il suo prezzo, cioè il tasso di interesse) e quelle di John Maynard Keynes (che il mercato del lavoro non tende a eliminare la disoccupazione e il legame tra moneta ed economia reale). Il presidente della Fed ha la chance di diventare il simbolo di un nuovo capitalismo, ancora difficile da definire (nelle intenzioni “illuminato”), così come Greenspan lo era stato di quello sregolato dell’esuberanza irrazionale e dell’illusione della fine dei cicli economici. Solo in tempi straordinari come questi poteva trovare le motivazioni e le opportunità per provarci. Ma per cominciare, superata la fase dell’emergenza, serviva una riconferma. E, almeno questo risultato, Bernanke l’ha già ottenuto.

27/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama chiede il bis: Bernanke resta alla Fed

Anticipo. Il presidente della banca centrale americana è stato riconfermato ieri: una scelta che soddisfa gli economisti e Wall Street. Da studioso della Grande Depressione, finora ha evitato gli errori del Ventinove. Da adesso non ha più esempi da seguire e dovrà fare da solo.

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

Con cinque mesi di anticipo, il presidente americano Barack Obama ha riconfermato Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Come già era successo al suo predecessore Alan Greenspan, anche Bernanke (repubblicano) si è visto rinnovare il mandato da un presidente (democratico) di diverso colore politico. Queste le parole di Obama per motivare la scelta: «Come esperto delle cause della Grande Depressione, sono certo che Ben non avrebbe mai immaginato di far parte di una squadra incaricata di evitarne un’altra. Grazie al suo coraggio, al suo temperamento e alla sua creatività è riuscito ad evitare proprio questo».

Esattamente quello che aveva sostenuto Bernanke nel suo intervento al convegno di Jackson Hole, nel weekend, attribuendosi il merito di aver evitato il disastro grazie all’espansione dei poteri (e del bilancio) della banca centrale, scontrandosi con il panico degli investitori che ha determinato la paralisi dei mercati del credito. Nei prossimi quattro anni, Bernanke dovrà affrontare le conseguenze delle misure che oggi gli consentono di vantare il successo. I puntelli di emergenza messi all’economia americana dovranno essere gradualmente rimossi per evitare che facciano da carburante all’inflazione, a partire dalle agevolazioni creditizia al settore immobiliare (il piano TALF è stato appena prorogato perché l’edilizia non residenziale resta in crisi). Il bilancio della banca centrale è più che raddoppiato durante la crisi, solo nell’ultima settimana le sue passività sono cresciute di 37 miliardi di dollari, arrivando a 2037. Significa che la Fed ha immesso nel sistema creditizio un’enorme quantità di denaro (sotto forma di prestiti alle banche) ottenendo in cambio, come garanzia, titoli dal valore incerto. Ed è questa la sfida maggiore che Bernanke dovrà affrontare: liberarsene al momento giusto, un attimo prima che la liquidità in circolo si trasformi in inflazione e un attimo dopo che le banche hanno ripreso i loro business as usual, per non soffocare la ripresa.

In questo frangente il suo passato accademico non lo aiuterà. Bernanke è noto per essere un fine studioso della Grande Depressione (a cui ha dedicato numerosi libri tra cui “Essays on the Great Depression”, Princeton University Press) e del decennio perduto del Giappone. Riguardo al Ventinove è arrivato alle stesse conclusioni di uno dei suoi maestri, Milton Friedman: se il dissesto finanziario diventò catastrofe economica, la colpa fu soprattutto della politica monetaria che non diventò espansiva in modo abbastanza reattivo, lasciando fallire le banche. «Avevate ragione, ci dispiace e non lo rifaremo», ha detto Bernanke nel 2002, appena nominato nel board della Fed (non ancora presidente) a Friedman e Anna Schwartz, in un famoso discorso pubblico per i 90 anni di Friedman. E – infatti – non ha ripetuto gli stessi errori: suscitando qualche perplessità negli economisti più prudenti, la sua Fed ha reagito con prontezza, recuperando polverosi articoli del suo statuto (come il 13.3 che permette interventi straordinari in tempi straordinari) che le hanno permesso di muoversi ben oltre i confini tradizionali. Anche con una disinvoltura che ora gli viene rimproverata, soprattutto nelle fusioni bancarie incoraggiate con modi – dicono i critici e le parti in causa – un po’ troppo spicci.

Ma la storia non offre alcun suggerimento su come uscire dalla situazione attuale: enorme debito pubblico, Fed quasi onnipotente ma legata a doppio filo al Tesoro e quindi meno indipendente, mercati in cerca della ripresa ma dove nessuno dei problemi strutturali alla base della crisi è stato affrontato. A risolvere la Grande Depressione ci pensò, più del New Deal rooseveltiano, la seconda guerra mondiale. Il Giappone è ancora in cerca di una via alla crescita. “Helicopter Ben”, che ha sganciato dollari su Wall Street come da un elicottero (seguendo un auspicio di Friedman) non ha esempi da seguire e, questa volta, invece che ispirarsi alla storia dovrà scriverla.
La Borsa ieri ha reagito con moderato entusiasmo: sa che Bernanke ha tanti pensieri che occuparsi dei superbonus dei manager o limitare la speculazione di ritorno non è in cima alle sue priorità. Perché, oltre a guidare il mondo fuori dalla Grande Recessione, Bernanke dovrà traghettare la Fed attraverso la riforma della supervisione finanziaria e della vigilanza su cui sta lavorando Obama. Da come ne uscirà, dipenderà il destino della Fed: potrebbe avere una maggiore autonomia dalla politica (occupandosi anche dei rischi sistemici) o diventarne sempre più dipendente, se le esigenze di finanza pubblica e le pressioni contro un aumento dei tassi di interesse dovessero intensificarsi.

26/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Vero, falso e mistero: quello che sappiamo dell’Avvocato e il fisco

L’EREDITA’ DI GIANNI. Per ora c’è una sola certezza: l’Agenzia delle entrate sta indagando su presunti (e illeciti) tesori segreti nei paradisi fiscali. Ma i numeri che circolano sono tutti da dimostrare. Tutto parte dalle tesi di Margherita Agnelli: quando è morto Gianni, dice, quello che è stato diviso non era il suo patrimonio complessivo.

L'Avvocato Gianni Agnelli

L'Avvocato Gianni Agnelli

La vicenda della presunta evasione fiscale di Gianni Agnelli e dei fondi esteri che il fisco sta cercando è diventata un caso politico. E anche di storia economica, riportando il dibattito sulla Fiat agli scontri interni alla famiglia proprio quando il gruppo di Torino, con la gestione di Sergio Marchionne, se ne stava emancipando, forte di un profilo sempre più internazionale dopo aver inglobato l’americana Chrysler. Può essere utile fare il punto su quanto davvero si sa – al netto delle speculazioni e dei si dice – della questione.

Di cosa si sta discutendo?

Il dodici agosto 2009 il Tg5 rivela che l’Agenzia delle entrate ha avviato un’indagine sull’eredità di Gianni Agnelli, morto nel 2003, dopo le dichiarazioni della figlia Margherita che – iin una causa civile in corso e interviste – ha sostenuto l’esistenza di un tesoro segreto dell’Avvocato, a lei nascosto al momento della divisione dell’eredità. Circola una stima: tra uno e due miliardi di euro (i legali di Margherita sostengono sia almeno 1463 miliardi), ma essendo capitali di cui ancora deve essere accertata l’esistenza, non sono numeri affidabili.

Perché se ne parla soltanto ora?

L’indagine del fisco era già avviata, ma è stata resa pubblica, per il suo alto valore simbolico, insieme ad altre nel momento in cui il fisco (e il governo) volevano mandare un messaggio di impegno nella lotta all’evasione. Che dovrebbe servire a convincere chi ha portato capitali all’estero a rimpatriarli pagando la penale prevista dallo scudo fiscale (che sarà dettagluiato a breve) invece che lasciarli nei conti stranieri dove, minaccia il fisco, prima o poi verranno scovati. Se davvero esistesse un tesoro riconducibile a Gianni Agnelli, questo non potrebbe essere rimpatriato con lo scudo, perché non si applica ai procedimenti in corso al momento della scadenza per aderirvi, cioè il 15 settembre. Un’altra scadenza che secondo alcuni potrebbe motivare l’esplosione del caso è l’avvicinarsi del 12 novembre, quando il il giudice Brunella Rosso del tribunale civile di Torino si pronuncerà sulla causa che ha visto Margherita Agnelli contro tre alti dirigenti delle holding di famiglia, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron. Il giudice ha già respinto i 48 capitoli di prova (documenti e richiesta di testimonianze) presentati da Margherita, decisione che è stato interpretata come un segnale di debolezza della figlia di Gianni Agnelli. A questo si aggiunge che, nell’ultima fase del contenzioso, Margherita ha cambiato squadra di legali, cosa che suscita qualche incognita sulle sue strategie future.

Cosa spinge Margherita a scontrarsi con sua madre e tre dei suoi figli?

Nel gennaio del 2003 muore Gianni Agnelli e si apre una complessa partita per la sua successione in cui si deve decidere la spartizione delle sue partecipazioni azionarie (nelle holding che controllano la FIat) e del suo patrimonio personale. Margherita sostiene – anche in tribunale – che il patrimonio diviso non fosse quello complessivo e che una parte sia rimasta nascosta all’estero (nota solo a Gabetti, Grande Stevens, Maron e pochissimi altri). Queste convinzioni maturano però solo in un secondo momento. Dopo la morte dell’Avvocato, infatti, Margherita firma nel 2004 un “accordo tombale”, definitivo, sull’asse ereditario di Gianni Agnelli, che riguarda anche le spettanze della moglie dell’Avvocato, Marella Caracciolo. Nell’ambito di tale accordo, Margherita rinuncia alla sua quota nella catena di comando societario a monte della Fiat, in quella fase sull’orlo del collasso soprattutto per l’andamento del settore auto. Negli anni successivi Margherita ha ammesso che quella decisione si è rivelata un errore, anche perché la spartizione delle quote nella società Dicembre tra i suoi primi tre figli (spartizione che ha detrminato l’ascesa di John Elkann a erede di Gianni) è stata organizzata – sostiene lei – da Gabetti e Grande Stevens alle sue spalle, senza informarla. La battaglia di Margherita ha comportato un detrioramento progressivo dei rapporti con suo figlio John (avuto dal primo marito Alain Elkann, ora Margherita è sposata con Serge de Pahlen) e con sua madre.

Quali prove ha Margherita a sostegno della tesi dell’esistenza di un patrimonio occulto dell’Avvocato?

Il quotidiano Libero sta pubblicando a puntate la storia della successione (firmata da Gigi Moncalvo) che ricostruisce la vicenda dal punto di vista di Margherita. La pistola fumante da lei individuata è un assegno di 109 milioni a lei versato da un soggetto non rivelato dalla banca che lo ha pagato, cioè Morgan Stanley. Quei soldi sono una piccola parte della liquidità che spetta a Margherita nell’ambito dell’accordo tombale, a conguaglio dei beni immobili e mobili già consegnati. Il fatto che Morgan Stalney si rifiuti di comunicare chi ha ordinato il bonifico spinge Margherita a sospettare che ci siano delle sacche di denaro a suo tempo a disposizione dell’Avvocato – nascoste nei paradisi fiscali e conosciute solo, dice Margherita, da Gabetti, Grande Stevens e Maron- di cui lei non aveva contezza. E quindi la spartizione del patrimonio è tutta da rifare, dopo aver conteggiato anche i tesori segreti. Allo stato delle cose, però, niente lascia pensare che la stabilità azionaria della Fiat sia in discussione.

Che cosa rischiano gli eredi di Gianni (John e i suoi fratelli, Margherita e Marella) nell’indagine del fisco?

 Per ora nulla, visto che ancora non è stata dimostrata l’esistenza del tesoro estero che dovrebbe essere frutto dell’evasione fiscale dell’Avvocato. La procura di Torino, subito dopo che l’indagine dell’Agenzia delle entrate è stata resa pubblica, ha chiarito di non aver aperto nessuna inchiesta (anche se potrebbe sempre farlo, qualora emergessero ipotesi di reato). Se davvero dovesse qualcosa di concreto, potrebbero arrivare multe dell’agenzia a chi si è reso responsabile della sottrazione dei capitali all’erario italiano. A complicare la situazione c’è il fatto che Margherita e Marella Caracciolo sono entrambe residenti in Svizzera. Un elemento che può concorrere a chiarire la situazione è l’accertamento sulla cittadinanza svizzera di Marella, messa in discussione da chi l’accusa di detenere oltre frontiera una residenza fittizia, cosa che sarebbe dimostrata dai contratti del personale di servizio e dalla presunta permanenza dei suoi cani (Husky) più a Torino che in Svizzera.

25/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Il Fantacalcio è come la Borsa, ma senza la crisi

amauri

Troppo semplice liquidarlo come la valvola di sfogo di un popolo di allenatori da poltrona, che vogliono un surrogato dell’esperienza sul campo. Con il campionato di Serie A, da ieri, è tornato anche il Fantacalcio che è soprattutto un gioco, ma anche una spia dell’evoluzione antropologica dell’italiano pallonaro. Non più una copia sbiadita del campionato reale, ma un suo derivato (come certi prodotti finanziari dipende da un’attività sottostante ma vive di vita propria). E si evolve con la società in cui si muovono i suoi giocatori, da attività socializzante a sfida solitaria contro una schiera di anonimi fantallenatori.

Partiamo dai fondamentali. Il Fantacalcio funziona così: ogni giocatore si sceglie una formazione di undici titolari più eventuali riserve alla vigilia delle partite domenicali, osserva i risultati e le pagelle che i giocatori ottengono su un giornale di riferimento, calcola il punteggio totale della squadra determinato dalla somma dei voti individuali più i bonus positivi dovuti a gol fatti, assist e rigori parati e quelli negativi (gol subiti, rigori sbagliati, ammonizioni ed espulsioni). Su questo scheletro si possono costruire un notevole numero di varianti. Il brand “Fantacalcio” è di proprietà del Gruppo Espresso, creato dallo Studio Vit oltre vent’anni fa che ne ha steso anche il regolamento standard, ma questo non ha impedito la nascita di decine di fantacampionati paralleli di cui il più famoso è forse il Magic Cup della Gazzetta dello Sport.

Quando il Fantacalcio inizia ad affermarsi, tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi Duemila, è un’esperienza collettiva. Il campionato della Gazzetta è cosa per pochi stakanovisti del pallone che comprano il giornale tutti i giorni, si sottopongono alla trafila di telefonate a numeri a pagamento, dettatura dei nomi o dei codici dei calciatori e ogni settimana comunicano la formazione aggiornata. Per gli altri la sfida è più casalinga. E, se proviamo ad analizzarlo con le categorie della teoria dei giochi, la versione amatoriale riesce a trovare una sua efficienza. A partire dalla formazione delle rose a disposizione dei partecipanti.

I prezzi della Gazzetta sono fissati dall’alto: ogni partecipante dispone di 250 magic milioni e, rispettando quel budget, deve acquistare tre portieri, otto difensori, altrettanti centrocampisti e quattro attaccanti. Nel Fantacalcio informale, invece, si procede con l’asta: tutti i giocatori valgono un milione, poi si rilancia finché qualcuno non lascia. Un meccanismo che massimizza l’efficienza: nel gioco i difensori e i portieri sono meno importanti (perché segnano poco e ottengono raramente voti estremi, in alto o in basso), quindi nell’asta si tende a non rilanciare troppo tenendo le risorse per scatenarsi sugli attaccanti, gli elementi decisivi. Con i prezzi amministrati dall’organizzatore del gioco, tipo la Gazzetta dello Sport,un giocatore come la mezzapunta milanista Pato viene valutato 33 milioni, cioè tre volte il terzista della Roma Cicinho. In un’asta, invece, il rapporto sarebbe probabilmente stato molto più alto, perché i prezzi degli attaccanti tendono a salire, soprattutto per quelli titolari (mentre quelli di tutte le riserve si livellano verso il basso, tendendo a uno).
Nel Fantacalcio amatoriale si procede per scontri diretti (non conta fare più punti di tutti gli altri, ma soltanto superare l’avversario di giornata), così che tutti i giocatori hanno l’incentivo a vigilare sulla correttezza dei calcoli; ogni singolo calciatore può essere posseduto da un singolo giocatore, con l’effetto che il meccanismo diventa più competitivo perché è più difficile comporre una squadra di titolari (scegliendo i giocatori a inizio stagione) ed è fondamentale anche una conoscenza delle squadre minori.
Negli anni, però, le versioni ufficiali del Fantacalcio si sono evolute, trasformando un’attività socializzante in una passione individualistica. Prendiamo il caso di quello oraganizzato dalla Repubblica. Si gioca gratis, a differenza che in quello della Gazzetta. Ogni partecipante può formare tre squadre, spendendo 300 fantamilioni, e compete in un’unica lega nazionale con tutti gli altri concorrenti. Ci sono premi ogni giornata per i primi classificati e premi finali, più ricchi. Tutti possono avere gli stessi giocatori (nessuno ha l’esclusiva su Buffon o Eto’o, per fare un esempio). E nessuno conosce gli sfidanti, nascosti dietro anonimi nickname.
C’è un’altra novità importante: le quotazioni dei giocatori si aggiornano durante il campionato e il mercato è sempre aperto. Ogni settimana, quindi, si può comprare e vendere l’intera rosa. Diventando più ricchi o più poveri (sempre solo in fantamilioni, però): un giocatore come Giampaolo Pazzini, nello scorso campionato, passando dalla condizione di panchinaro della Fiorentina a bomber inamovibile della Sampdoria si è rivelato un ottimo investimento. Il gioco diventa così sempre più simile al Superenalotto o, per restare in ambito calcistico, al Totocalcio: l’abilità sta tutta nell’individuare la combinazione vincente della settimana – il “Top 11” – sulla base della probabilità che il giocatore scenda in campo (ci sono faccine sorridenti o tristi a seconda che superi o no il 50 per cento), delle statistiche e della possibilità che venga rivalutato consentendo così, se necessario, di venderlo comprando un altro giocatore altrettanto forte. O magari di vendere due difensori rivelazione per permettersi un goleador affidabile.

Come succede talvolta anche alla Borsa, il Fantacalcio si sgancia così dai fondamentali: non è più importante conoscere la storia dei club e dei singoli, studiarsi biografie e statistiche durante l’estate per arrivare a settembre in condizione di fare le scelte migliori e, sapendone più degli amici, accaparrarsi le promesse o lasciare ad altri i sicuri bidoni esotici (l’elenco è lungo, da Quaresma a Julio Baptista). Tutto quello che conta è essere rapidi, cogliere i trend, fare investimenti spregiudicati ed essere pronti a scaricare anche il giocatore amato appena inizia a svalutarsi perché non rende o perché si è infortunato: tenere immobilizzati i fantamilioni è troppo penalizzante. Meglio liberarsi anche di Francesco Totti, quando non è al meglio, e investire su, per dire, Osvaldo e poi ricomprare il pupone quando torna a segnare.
Può sembrare un calcio con poco cuore e molta speculazione, ma è il modello che si è affermato in questi anni. Il sito internet di scommesse betfair.it ha fatto la sua fortuna proprio applicando questi principi: commissioni bassissime e meccanismi da Wall Street, con scommesse tra utenti e non solo contro il banco che funzionano come le opzioni in Borsa. Si scommette su un evento, per esempio la vittoria dell’Bari oggi contro l’Inter, piuttosto improbabile. Se per caso Kutuzov dovesse segnare a Julio Caesar, a quel punto conviene coprirsi puntando sulla vittoria dell’Inter, scommettendo su un evento che è diventato meno scontato e quindi più reddittizio. Comunque vada a finire il match (si può fare una puntatina anche sul pareggio), qualcosa si vince: e facendo bene i conti sulle commissioni e sulle vincite/perdite ponderate per la probabilità, si può uscirne sempre soddisfatti. Con un po’ di fortuna.

Il calcio virtuale privato della sua dimensione socializzante, però, a molti non basta più. La storia del sito Fantagazzetta.com (niente a che spartire con la Gazzetta dello Sport), rappresenta bene il cambiamento: nasce come supporto a un gruppo di otto amici che giocano tra loro al Fantacalcio. Poi viene aperto al pubblico per offrire consulenze, statistiche, un campionato di Fantacalcio nazionale e articoli originali scritti dagli utenti che, come spiega uno dei fondatori, Nino Ragosta,«ormai sono una comunità di 200mila persone, con un tasso di fedeltà altissimo, che ci segue tutti gli anni».
Ragosta e i suoi amici, poi soci, hanno lentamente trasformato la passione in business e ora, con la società Quadronica, gestiscono diversi siti di Fantacalcio che raccolgono pubblicità sufficiente a ripagare i costi e i nuovi investimenti (hardware e contenuti) motivati dal crescente successo di pubblico. «Con le leghe nazionali, però, non conosci più il tuo avversario, diventa una cosa anonima», spiega Ragosta. Per questo nel loro sito e in quello gemello Fantagenius stanno cambiando ancora. Ora offrono la possibilità di creare minileghe tra amici: si torna al modello artigianale ma con Fantagazzetta che offre il supporto tecnico. E, per superare l’asetticità che trasforma i calciatori in un insieme di statistiche, per chi gioca a Fantagenius si possono vincere ogni settimana caricature da scaricare (i “Campioncini, li vedete in questa pagina) che permettono poi di avere dei bonus in classifica. Anche Sky, che ha un Fantacalcio molto simile a quello di Repubblica (più esplicitamente funzionale a promuovere i contenuti dell’azienda), si è accorto che ora gli utenti vogliono di nuovo il rapporto umano. E consiglia loro di aggregarsi in fan club, tipo tutti i Romanisti insieme, per ridurre l’isolamento del fantaallenatore.

Tutto troppo complicato? Senza dubbio è più semplice scendere in strada e tirare due calci a un pallone. Dipende se uno preferisce far lavorare il cervello o i polpacci.

23/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La Borsa non crede al potenziale di M&C

CARLO DE BENEDETTI. Passata la febbre da opa, ora rimane da capire quanto vale l’azienda che l’editore di “Repubblica” ha deciso di non vendere più. L’operazione Treofan non spiega tutto.

Le mosse di Carlo De Benedetti a Piazza Affari e dei suoi alleati (ex, futuri e sospetti) continuano ad essere l’enigma estivo su cui si esercitano gli analisti finanziari e la Consob. La commissione che vigila sulla Borsa ha diffuso ieri una fotografia aggiornata di come è spartito il capitale rimasto in circolazione del fondo Management&Capitali, dopo che il 13 per cento delle azioni è stato ricomprato dall’azienda stessa.

La notizia che emerge dalle comunicazioni fatte dagli azionisti, sollecitati dalla Consob lunedì, è che Diego della Valle, socio dell’Ingegnere, non sta comprando: è fermo al 4,2 per cento. Quindi non è sospettabile di far parte di quello che qualcuno – tra chi disapprova il comportamento dell’Ingegnere in questa vicenda – inizia a chiamare «concerto». Anche la famiglia Segre, con la Compagnia finanziaria torinese (e la controllata Banca Intermobiliare) è salita – di poco – al 6,011 per cento il 10 agosto e dopo non si è più mossa. Questo è un dato che va interpretato. I Segre hanno lanciato una delle due offerte pubbliche di acquisto sul fondo M&C che De Benedetti aveva di fatto messo in vendita, prima di pentirsi e ricominciare a comprare azioni a prezzi record. L’altra è quella di Giovanni Tamburi, socio di M&C che voleva conquistare il controllo della società per rilanciarla e con CDB non è più in buoni rapporti da tempo (l’editore di Repubblica ha rotto in modo unilaterale il patto di sindacato che lo legava al banchiere di investimento). Le due opa erano rispettivamente a 0,11 e 0,12 centesimi. Con i prezzi di mercato lievitati fino a 0,18, la Tamburi Investment Partners ha autorizzato la sua controllata Second Tip a vendere un po’ di azioni di M&C. Traduzione: con l’opa la società sta chiedendo agli investitori di vendere le proprie azioni a 12 centesimi, perché così le ha valutate; se i prezzi di mercato sono molto più alti, allora conviene vendere, perché la società è sopravvalutata. Tamburi è quindi sceso dal 15 al 12 per cento, realizzando una buona plusvalenza. Oggi, invece, Alessio Nati entrerà fisicamente in possesso delle azioni di M&C che ha già comprato con la sua ALNA srl, circa il 5,3 per cento del capitale. Nati è parente di CDB (marito della figlia di primo letto dell’attuale moglie dell’Ingegnere). Mentre si perfezionano le mosse fatte nel corso dell’ultima settimana dai giocatori della partita M&C, il titolo sembra aver finito la sua corsa verso l’alto. Ridefiniti i rapporti di forza e passata la febbre da terza opa (chi la farà? Nati? De Benedetti? nessuno?), l’entusiasmo degli investitori per il fondo che doveva salvare le imprese decotte sta scemando. La quotazione stellare del titolo non può essere giustificata soltanto dal tempismo con cui si è concretizzata l’operazione Treofan.

Mercoledì il titolo M&C stentava a restare in positivo e un poco di vigore lo ha trovato con l’annuncio che «Treofan lancia l’azione di scambio delle obbligazioni». In pratica M&C passerà dallo staus di creditore di un gruppo troppo indebitato ad azionista di un’azienda alleggerita dal suo carico, perché i debiti vengono convertiti in azioni. Il quotidiano Milano Finanza si spinge a presentarla quasi come una cash cow, una macchina da soldi, «tanto che l’Ingegnere, convinto delle potenzialità della società, ha sparigliato le carte comprando azioni [di M&C] a 0,19». Una spiegazione che però non regge, perché tutte le informazioni sulla salute e le prospettive della Treofan erano note da molto tempo al mercato e a De Bendetti. Nell’offerta di opa della famiglia Segre, per esempio, si legge: «Il 3 luglio 2009 M&C ha firmato gli accordi definitivi per la ristrutturazione del gruppo Treofan. Leader mondiale nella produzione di film di polipropilene, tramite un debt to equity swap ha avviato la sua ristrutturazione». Non ci sono quindi elementi di sostanza che possano aver spinto l’Ingegnere a ribaltare la decisione di liberarsi di M&C fino a mettersi addirittura in una posizione che potrebbe spingerlo a lanciare lui stesso l’opa se la Consob dovesse accertare che tra lui e Nati c’è un accordo occulto. La parentela però, ribadisce l’autorità di vigilanza, non è un indizio sufficiente a sospettarlo. Ma la Consob non ha ancora finito con De Benedetti e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuove richieste di informazioni perché il mercato continua ad avere troppe domande a cui, finora, l’Ingegnere non ha ancora risposto.

 

21/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama piega Ubs: così cambia il segreto svizzero

LA LISTA DI BERNA. Dopo un anno di trattative e minacce, l’Unione delle banche svizzera rivelerà i nomi di 4.450 evasori fiscali americani. Così eviterà il processo “John Doe”. Il ricatto del fisco Usa ha funzionato.

UBS

Ubs si è arresa al fisco americano. Per evitare il procedimento civile “John Doe” in Florida, l’Unione delle banche svizzera abbandonerà un dogma insostenibile nell’epoca in cui il G20 tutto si pronuncia contro i paradisi fiscali. Rivelerà i nomi di 4.450 clienti che hanno usato i conti presso Ubs per evadere le tasse statunitensi.Trattandosi di una banca svizzera, però, anche la forma conta: i nomi non saranno dati all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate Usa), ma a una task force svizzera governativa. Il segreto bancario svizzero è quindi – solo formalmente – salvo: Ubs non rivela nulla al fisco americano, ma risponde alle pressioni della Swiss Federal Tax Administration. Quel che conta, però, è la sostanza.

In previsione del G20 di Londra, che si è tenuto il quattro aprile scorso, la Svizzera aveva annunciato di iniziare a collaborare con l’Ocse per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali. Ubs aveva subito provveduto a rassicurare i suoi correntisti con un comunicato che è ancora disponibile sul sito della filiale italiana: «Il legittimo diritto alla privacy dei nostri clienti continuerà a essere garantito». E nello specifico: «Gli ultimi sviluppi non pregiudicano in alcun modo la posizione di Ubs in relazione al provvedimento “John Doe summons” dell’Internal revenue service, che richiede al tribunale di imporre al nostro istituto di rivelare all’IRS l’identità di 52mila clienti statunitensi. Tali informazioni sono tutelate dalla legge sul segreto bancario svizzero». E fino all’ultimo la banca presieduta da Kaspar Villiger (nel board dei direttori c’è anche Sergio Marchionne, numero uno di Fiat, come vicepresidente non esecutivo) ha provato a tenere fede ai suoi impegni.

Ma la pressione dell’amministrazione americana di Barack Obama, che garantiva il necessario peso politico all’azione dell’IRS, è stata più forte. Ubs aveva anche provato, prima di cedere sui nominativi, a dimostrare che i suoi conti non erano stati usati per frodare il contribuente americano. Aveva commissionato una perizia alla società di consulenza Alix Partners, presentata in evidenza nel sito aziendale, che ha esaminato i conti dei clienti americani che detenevano securities, cioè strumenti di investimento di vario tipo, americani senza aver adempiuto alle dovute comunicazioni al fisco Usa. Risultava che «virtualmente nessuno dei conti di questi clienti era titolare di investimenti americani nel periodo 2002-2007». Non è bastato. E ieri i segugi americani dell’agenzia delle entrate (omaggiati da Gabriele Muccino nel suo ultimo film “Sette anime”) hanno potuto esultare scrivendo sul sito: «L’IRS riceve una quantità senza precedenti di informazioni grazie all’accordo con Ubs». L’IRS ottiene un risultato diverso da quello che auspicava, cioè avere tutti i 52mila nominativi dei sospetti, ma comunque soddisfacente: nell’accordo tra Stati Uniti e Svizzera firmato ieri viene più volte esplicitato l’invito e gli incentivi ad autodenunciarsi, ottenendo così condizioni di trattamento più favorevoli rispetto a quelle che spetteranno a chi finirà nella lista. Visto che nessuno può essere sicuro di essere tra i 47mila e 500 sospettati che rimarranno protetti e che le rivelazioni della task force svizzera verranno centellinate, molti vorranno prevenire il peggio uscendo allo scoperto da soli. E così – si stima – altri 5mila nomi potrebbero essere spuntati dai 52mila. Come ci tiene a precisare Ubs, la banca non dovrà pagare multe, a differenza che nel precedente accordo (a febbraio) quando per adempiere alle richieste della giustizia americana aveva dovuto versare una sanzione da 780 milioni di dollari.

Non è finita l’era del segreto bancario svizzero, le casse elvetiche restano comunque uno dei rifugi più sicuri per gli evasori americani (ed europei). Ma il duello, ormai prolungato, del governo di Washington con Ubs – e per la proprietà transitiva con il governo svizzero – sta creando un precedente rilevante. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, è solo questione di tempo prima che il dipartimento di Giustizia americano metta sotto assedio altri istituti di credito. I nomi dei bersagli sono il meglio della finanza elvetica (già provata dalla crisi finanziaria): Credit Suisse, Julius Baer, Zurcher Kantonalbank e UBP. Il caso Ubs ha dimostrato che, con le dovute pressioni, anche i più riservati tra i banchieri del mondo possono iniziare a collaborare.

 

20/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non sarà che CDB si è pentito dell’addio alla finanza?

Duello d’estate. Per ora Alessio Nati non lancia l’Opa ma compra. L’editore di “Repubblica” sale quasi al 20 per cento e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui. Forse CDB si è pentito di aver annunciato l’addio alla finanza.

debenedetti01g

 

Ieri il mercato ha assistito a un’altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d’acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato. Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l’Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa. E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po’ tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C. Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l’eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti». Sorpresa numero due: dall’aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all’ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento. Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando – a un prezzo gonfiato dall’attenzione che si è creata intorno a M&C – azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l’Ingegnere continua a comprare a oltre 16. Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l’editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento. Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due – insieme – oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa. Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all’opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell’Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita. Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity. Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l’eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene. La seconda teoria è che CDB si sia un po’ pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull’uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

19/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sta per tornare il panico bancario?

ansia-panico

 

Aspiegare l’andamento delle Borse di ieri, in rosso ovunque partendo da Wall Strett, basterebbe dire che qualcuno che ha comprato nei giorni scorsi sull’onda dell’entusiasmo per il “rally” estivo ora vende, sapendo che i rialzi non potevano durare in eterno.
Eppure c’è anche altro: venerdì sono fallite altre due banche americane. Rispettivamente il più grosso e il più piccolo fallimento bancario del 2009. Non è tanto questa la notizia che ha preoccupato le Borse, ormai abituate visto che si tratta dei crack numero settantasei e settantasette dell’anno. Ha inquietato di più scoprire che la Fdic, l’agenzia federale statunitense di assicurazione dei depositi ha finito i soldi. Secondo i calcoli della Saxo Bank, il rapporto tra riserve e depositi assicurati è 0,00 per cento. In cassa ci sono solo 648 milioni di dollari, mentre nel solo secondo trimestre ne sono stati necessari 11 miliardi.

Dopo la Grande Depressione del Ventinove, quando il governo degli Stati Uniti si è reso conto che la banca centrale (la Federal Reserve) istituita nel 1913 non bastava ad evitare le periodiche crisi bancarie, creò la Fdic. Da allora, come recita il sito web, «nessun americano ha più perso un dollaro». La Fdic assicura il rimborso ai risparmiatori che hanno sul conto fino a 250mila dollari, con un meccanismo automatico. Chi vuole svuotare il conto si presenta allo sportello, chiede indietro i soldi, la banca paga. Se gli attivi dell’istituto di credito non sono sufficienti a rimborsare tutti, la Fdic ci mette la differenza. La sicurezza psicologica di avere i soldi al sicuro ha permesso agli Stati Uniti di non sperimentare più bank run, la corsa agli sportelli, per quasi un secolo. A differenza di quanto succedeva in Europa dove solo nella crisi attuale è stata estesa la garanzia pubblica dei depositi (e la Northern Rock è passata dalla crisi di liquidità al fallimento proprio per il bank run). Venerdì la Fdic ha gestito il fallimento della grossa Colonial Bank e della piccola Community bank of Nevada: come succede in questi casi ha organizzato la loro acquisizione da parte di altri due istituti più in salute che ne hanno acquistato a prezzi scontati gli attivi. Ma nell’operazione la Fdic ha dovuto spendere oltre 185 milioni di euro.

Anche perché – e questo comincia a essere un problema rilevante – la qualità dei crediti bancari si sta rivelando molto inferiore da quanto risulta al bilancio. Nei due anni della crisi finanziaria il DIF, cioè il costo che la Fdic deve sopportare in percentuale rispetto agli attivi della banca, è cresciuto in modo esponenziale. Semplificando con un esempio: se la banca deve rimborsare ai suoi clienti 100 dollari ma, dopo aver riscosso i propri crediti esigibili, se ne trova in cassa solo 95, la Fdic deve fornire gli altri cinque dollari. Nel 2007 il rapporto era appunto del cinque per cento, ora siamo arrivati al trentuno, e la Fdic ha finito i soldi. Colpa delle banche, ovviamente, ma anche della politica: da un anno Washington manda messaggi contrastanti. Da un lato chiede ai banchieri di dire la verità su quanti titoli tossici hanno a bilancio, facendo pulizia, dall’altro allenta i criteri di valutazione proprio di quei titoli tossici perché un eccesso di rigore farebbe crescere ancora il numero di fallimenti. Così le banche stanno continuando a collassare ma, come scopre ogni volta la Fdic, le loro condizioni sono molto peggiori di quello che risulta dai libri contabili: in pratica hanno molti meno soldi di quello che dovrebbero e quindi tutelare i risparmiatori sta diventando sempre più costoso. Quindi? Il presidente americano Barack Obama non può certo chiudere la Fdic perché ha finito i fondi, pena una vera corsa a svuotare i conti e fallimenti a catena. Toccherà ricapitalizzarla, ci sono già 16 miliardi di dollari pronti stanziati e non ancora utilizzati. Trovarne altri non sarà semplice. Nell’attesa, le Borse si preoccupano.

18/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , | Lascia un commento