Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

A che punto è la notte della crisi: diagnosi chiare, soluzioni meno


IL LIBRO. Le “Lezioni per il futuro” uscite sul “Sole 24 Ore” diventano un volume che è il termometro degli umori degli economisti. Ormai tutti sono (abbastanza) d’accordo sulle origini, ma resta da capire quanto permanenti saranno gli effetti. Nell’economia ma anche nella teoria economica.

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A dieci mesi dal fallimento di Lehman Brothers, il volume appena pubblicato dal Sole 24 Ore, “Lezioni per il futuro” (160 pp., 9,90 euro), fa da primo bilancio del dibattito intellettuale e politico sulla crisi.

Il libro raccoglie gli interventi ospitati dal quotidiano diretto da Gianni Riotta nei mesi scorsi, una serie di saggi aperta e chiusa dal rettore della Bocconi, Guido Tabellini. Grazie al vincolo della brevità imposto dal formato giornalistico, il volume permette a tutti di capire a che punto è arrivato il confronto tra economisti. In sintesi: abbiamo capito come e perché è successo tutto questo, ma non siamo d’accordo sul modo di uscirne. Per dirla con Tabellini: «È opinione diffusa che l’attuale situazione sia soprattutto il risultato di errori di politica economica (nella regolamentazione, nella supervisione e secondo alcuni anche nella politica monetaria) compiuti prima dello scoppio della crisi». Quindi, argomenta Tabellini, basterebbe correggere tali errori per evitare che si ripeta, «ma in realtà alcuni tra gli errori più gravi sono stati compiuti durante la gestione della crisi stessa e hanno contribuito siginificativamente a far precipitare la situazione».

E qui viene il problema. Quali sono stati gli sbagli negli interventi di emergenza? E quali quelli di tipo strutturale da non ripetere? Il volume del Sole dimostra quanto siano ancora diverse le risposte tra gli economisti. Lo scontro simbolo di questa eterogeneità di posizioni è tra Niall Ferguson di Harvard, il più brillante tra i giovani storici britannici, e Paul Krugman, economista di Princeton e premio Nobel dell’Economia nel 2008. Scrive Ferguson che è un dogma di fede pensare che tutta la spesa pubblica per sostenere la domanda, soprattutto negli Stati Uniti, non avrà conseguenze serie sulla finanza pubblica, visto che è fatta a debito (con l’emissione di buoni del Tesoro) : «Solo sul pianeta Eco-101, il corso-base di macroeconomia martellato nella testa di ogni studente universitario del primo anno – accade che una simile marea di obbligazioni non eserciti una pressione al rialzo sui tassi di interesse». L’accusa è rivolta ai neokeynesiani, che si preoccupano più di far ripartire l’economia che della solvibilità a medio termine dello Stato. Così, avverte Ferguson, lo Stato finirà per indebitarsi troppo, quindi i mercati inizieranno a dubitare della sua solidità e chiederanno interessi sempre maggiori nel prestare denaro. Così l’effetto di stimolo sarà mangiato dal costo crescente del debito. Krugman non ha gradito, sul suo blog ha dileggiato «l’ignoranza» di Ferguson, sintomo del fatto che «viviamo in un’epoca buia per la macroeconomia, dove conoscenze acquisite a caro prezzo sono state semplicemente dimenticate». Secondo l’approccio keynesiano, infatti, gonfiare il debito pubblico non è deprecabile se serve a innescare la ripresa, che farà crescere il Pil, riducendo quindi il peso del debito senza indebolire la solidità del bilancio. È troppo presto per capire chi ha ragione, la terza fase della crisi (dopo quella finanziaria e il contagio all’economia reale), cioè la gestione da parte dello Stato della spesa pubblica straordinaria è appena iniziata. E, come dice tra gli altri Carlo De Benedetti, non è affatto chiaro se porterà a una stagione di deflazione o di inflazione. La prima sarebbe la conseguenza di una riduzione troppo prematura degli stimoli d’emergenza (con un riacutizzarsi della crisi), la seconda un’irresistibile tentazione per governi che vogliono lasciar correre i prezzi per ridurre in valore reale il peso del debito.

Come ricorda Tabellini nel saggio conclusivo, un altro aspetto è ancora più controverso: se questa crisi determinerà un cambiamento strutturale nella teoria economica e nel ruolo degli economisti, o se si rivelerà solo l’ennesima oscillazione del pendolo tra regole e laissez faire, tra la scuola di Harvard e quella di Chicago. Martin Wolf, il capo dei commentatori economici del Financial Times, parla di una nascente «economia dei cento fiori». La crisi – non tanto nelle previsioni mancate, quando nella confusione intellettuale seguita al suo scoppio – «ha intaccato la reputazione della scienza economica», ma non per questo ne ha determinato la crisi. Anzi. Nonostante il FT abbia dedicato una lunga serie di articoli al futuro del capitalismo, chiedendosi se ne abbia uno, l’economia di mercato è più vitale di prima. Cina e India ne hanno sperimentato i vantaggi e continueranno a seguirne le regole. Quella che è finita è solo l’egemonia culturale occidentale dell’economia neoclassica, o almeno delle sue degenerazioni. E in questa ottica, scrive Wolf, ha senso dire che «il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo».

Ma perfino un superliberista come Jagdish Bhagwati, economista che da anni predica i benefici della globalizzazione, riconosce che «il meccanismo è scappato di mano». E quindi bisogna ridefinire i limiti, riscrivere alcune regole. Su dove intervenire, come, quanto e perché, le idee si fanno più confuse. Scrive Donato Masciandaro, professore della Bocconi che insegna Regolazione dei mercati finanziari: «Riformare la governance della regolamentazione, negli Stati Uniti e nell’Unione europea, dovrebbe essere una priorità: eppure nulla si muove. La ragione è semplice: lo status quo può fare molto comodo, in prima battuta ai politici». America ed Europa stanno cominciando a ridisegnare l’architettura della supervisione e della prevenzione nella finanza. Ma senza una linea chiara sui nodi di fondo: i derivati vanno controllati e certificati? Le banche centrali devono essere più o meno indipendenti dalla politica? Chi deve pagare le agenzie di rating? «Non credo che stiamo cambiando paradigma, ma acquisendo una migliore conoscenza sulla necessità di regole efficaci. Non solo supervisioni più efficaci, ma anche regole prudenziali macro», dice Jean Tirole, decano dell’economia politica a Tolosa. Ma per cogliere i rischi macro bisogna saper prevedere i pericoli e avere un’idea chiara di quello che succede. Le idee in campo a questo proposito, come si capisce leggendo le “Lezioni per il futuro”, sono tante e assai poco omogenee.

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16/07/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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