Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Nell’eterno derby Mi-To, Milano tenta la rimonta


MODELLI. La politica milanese ritrova compattezza (tutta a destra), Chiamparino in attesa. E Mirafiori si ferma per un giorno.

L'Alfa MiTo
Da anni si rincorrono, si confrontano e si superano. Di quella che resta indietro si parla subito di declino imminente. Milano e Torino, Mi-To, la megalopoli – sempre e solo potenziale – del Nord. Per la prima volta da molti mesi, Milano sembra in rimonta su Torino.

Questi i fatti. Ieri a Torino c’è stato lo sciopero di operai della Fiat «più grande dal 2003 e da quando c’è Sergio Marchionne», ha detto il segretario provinciale della Fiom Giorgio Airaudo. L’adesione, secondo il sindacato, è stata di quasi del quaranta per cento, e senza divisioni tra sigle: tutti vogliono essere rassicurate che gli aumenti introdotti nel 2006, una specie di una tantum da 800 euro per pagare le vacanze, sia garantita anche in quest’anno di cassaintegrazione e difficoltà. Un evento che è stato notato anche perché Marchionne ha sempre avuto rapporti eccellenti con i sindacati, in tutta la sua carriera e soprattutto in quella in Fiat. «É una classica lotta salariale difensiva, i lavoratori chiedono all’azienda di vedere i soldi che ha promesso ma per ora non ha mantenuto», spiega Ferdinando Liuzzi, della Fiom. Intanto l’azienda, con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha dichiarato di essere interessata alla carrozzeria Bertone, più di mille dipendenti, in crisi dal 2005. Il modello Torino che si era costruito in questi anni, però, non si reggeva solo sulla Fiat, che ora è un po’ meno torinese e molto più internazionalizzata (soprattutto da quando Marchionne è in carica come capo della nuova Chrysler). C’era anche la sinergia con le istituzioni. L’ultimo guizzo della spinta propulsiva torinese nella politica italiana è stato il tentativo di Sergio Chiamparino di inserirsi nella competizione per la segreteria del Partito democratico. Ma alla fine ha deciso di restare in attesa, sopra le parti, in attesa di tempi più adatti a riproporre la torinesità in politica. Nei mesi scorsi si era parlato di un declino del modello Torino anche per l’attrazione progressiva che Milano esercitava sul conglomerato Intesa San Paolo che, con l’uscita di Pietro Modiano, ha perso uno dei garanti del legame con la città.

Per una coincidenza temporale che forse ha un valore simbolico, nella stessa mattina in cui – a Torino – gli operai sfilavano contro la Fiat, sul Sole 24 Ore di ieri Alberto Meomartini annunciava che «il rilancio può partire da Milano». Meomartini è il presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali della Lombardia, e ha appena formato la sua giunta con cui provare a sfruttare la grande occasione che ha Milano per costruire un sistema imprenditoriale: l’Expo 2015. Domani iniziano gli “Stati generali” dell’Expo al Teatro Dal Verme, un «brainstorming» come l’ha chiamato Roberto Formigoni, che dovrebbe fare da nuovo inizio per la preparazione dell’evento. Il primo anno dopo l’assegnazione è andato sprecato nelle tensioni tra Roma, Milano, Giulio Tremonti e il sindaco Letizia Moratti: ma ora, con il nuovo amministratore delegato Lucio Stanca al posto di Paolo Glisenti sembra che qualcosa sia cambiato. «È Meomartini l’uomo chiave. Operazioni come l’Expo hanno bisogno di un sistema che ha sua volta necessita di un centro, di qualcuno che agisca come punto di aggregazione. La sua Assolombarda può svolgere questa funzione», dice l’economista Giulio Sapelli, che insegna alla Università Statale di Milano. Le ultime elezioni, del sette giugno, hanno portato alla guida della provincia Guido Podestà, del Popolo della libertà, al posto di Filippo Penati, del Pd, determinando una maggiore omogeneità politica che dovrebbe favorire la collaborazione. Con l’altro vertice del quadrilatero, oltre a Stanca, Moratti e Podestà, che viene di solito individuato nella camera di commercio guidata da Carlo Sangalli. «L’impressione che qualcosa stia cambiando è recente, nei mesi scorsi si è veramente temuto il collasso», dice Sapelli, e testimonianza del clima la offre il libro del giornalista Marco Alfieri, “La peste di Milano” (Feltrinelli).

Anche Mario Monti, il presidente della Bocconi, ha individuato nell’Expo 2015 l’evento decisivo del prossimo decennio, al termine di settimane in cui era circolata la voce di una possibile rinuncia al progetto (Tremonti non ne è mai stato entusiasta). «In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comunità nazionale, guidata dal governo a darsene una, per farvi convergere gli sforzi pubblici e privati», ha scritto Monti sul Corriere della Sera il 28 giugno.

Il successo, politico ma anche logistico, del G8 de L’Aquila ha trasmesso l’impressione a livello internazionale che l’Italia può essere capace di gestire eventi internazionali di quel livello, e già si parla del modello aquilano applicato a Milano. Se poi si vuole stare sul piano dei simboli del momentum milanese, poi, bisogna aggiungere all’elenco il progetto leghista della nuova cittadella del cinema in viale Fulvio Testi. Alla fine del 2008, quando si celebravano le esequie del modello Torino dopo l’uscita di Modiano da Intesa San Paolo, tra i segnali a favore della tesi declinista ce n’era anche in quel caso uno cinematografico, l’addio di Nanni Moretti al fesrival del cinema di Torino. Ma poche settimane dopo è iniziata la partita internazionale della Fiat di Marchionne per conquistare prima Chrysler e per tentare di replicare l’operazione con Opel, mossa (per ora) senza risultati. E si è cominciato a parlare di un nuovo modello Torino.

A settembre, come ha confermato anche il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Khan, la crisi dell’economia reale diventerà più grave dal punto di vista dell’occupazione. E si vedrà se questo sposterà di nuovo gli equilibri parziali tra la città della grande fabbrica, Torino, e quella delle piccole imprese disperse nell’hinterland, Milano.

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15/07/2009 - Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , ,

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