Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Un libro per l’estate: “Dio&Dollaro” di Walter Russel Mead


 

Ci sono stati molti tentativi di fare “Orientalismo”, come l’ha definito Edward Said, ma pochissimi di un serio Occidentalismo. Riassumere e teorizzare un intero universo culturale, per coglierne l’essenza, è un’impresa così impegnativa da sembrare talvolta priva di senso, soprattutto se l’autore vi appartiene. Ci hanno provato un paio di anni fa due politologi, Ian Buruma e Avishai Margalit con un libretto pubblicato da Einaudi, “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici”. Ma lo sforzo di Walter Russel Mead, di cui è appena uscito per Garzanti “Dio&Dollaro: La Gran Bretagna, l’America e le origini del mondo moderno” (560 pp., 32 euro) è di molto superiore per estensione e ambizioni.

Dio_e_dollaro_b2498_img

La prima parte del volume è dedicat ai nemici. Dalla Spagna cattolica di Filippo secondo ai nazisti fino ad Al Quaeda, per quattrocento anni in tanti hanno odiato quel mondo anglosassone che poi è diventato il simbolo dell’Occidente. Hanno provato a distruggerlo e hanno fallito. E secondo Mead questo non può essere un caso. Mead è uno dei più famosi analisti di relazioni internazionali, oggi è senior fellow per la politica estera presso il Council on Foreign Relations, e nels uo libro cerca di spiegare quella storia di successi che è stata spesso classificiata come “eccezionalità americana” ma che, più correttamente, è stata in realtà eccesionalità anglosassone.

La tesi di fondo, che muove dalla divisione di Karl Popper tra società aperte e società chiuse, è questa: la cultura anglosassone è quella che più di ogni altra ha dimostrato di saper abbracciare e dominare il cambiamento. E quindi si è adattata mentre altre, da quella cattolica mediterranea a quella islamica a quella tedesca si incancrenivano nella celebrazione del proprio passato glorioso. Prima c’erano gli olandesi, che avevano intuito il potenziale del commercio internazionale nel diciassettesimo secolo, poi gli inglesi hanno inventato la finanza, con le società per azioni e il debito pubblico, e li hanno scalzati. Da allora il mondo occidentale è stato plasmato da quel misto di cultura protestante conservatrice e progessismo liberal che da sempre convivono, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. «Come fa una cultura a trovare le risorse per sperimentare il cambiamento? Questa è la vera questione, perché il capitalismo produce e richiede questo: cambiamento. Nel ventuensimo secolo la velocità del cambiamento sta crescendo, e quindi l’importanza delle variabili culturali che determinano la predisposizione al cambiamento, la flessibilità e la capacità di adattamento diventano sempre più rilevanti. Ed è per questo che non ritengo che la crisi attuali determina la fine dell’era anglosassone», ha spiegato Mead in una conversazione con “Il Riformista”. Ma il sospetto è legittimo: la Grande recessione deriva da una crisi finanziaria incubata e poi esplosa nel mondo anglosassone. La Gran Bretagna è il Paese con i debiti privati più alti del mondo, gli eccessi delle banche d’affari di Wall Strett li stiamo pagando tutti, forse quel modello di sviluppo che era nato proprio con la geniale intuizione che il rischio poteva essere suddiviso tra più soggetti e che lo Stato poteva agire come un soggetto di mercato invece che da sovrano autoritario, è arrivato alla fine della sua esperienza storica. Risponde Mead: «Abbiamo avuto trecento anni di crisi finanziarie: quando succedono puoi pensare di abbandonare il capitalismo, o continuare a combattere. In acluni paesi ci sono crisi e poi tutto continua come prima, ma altri imparano e capiscono come cambiare. Credo per esempio che l’euro sia stata una di queste risposte a crisi del passato, ma a sua volta ha determinato una crisi sociale. Le economie eruropee più dinamiche si sono adattate, la Germania si è confrontata con un euro forte e ha reagito aumentando la propria produttività e tornando, anche in un contesto mutato, uno Paese leader. Altri, come la Francia e l’Italia si sono confrontati con gli stessi problemi ma senza essere capaci delle stesse reazioni. E sono le variabili culturali a determinare la differenza».

Il libro di Mead si legge come un manifesto di orgoglio Wasp e quindi gli si può anche perdonare di trascurare le tante ombre nella storia americana, dal Vietnam all’Iraq.

A destra il libro di Mead – liberal convinto – è molto piaciuto per l’enfasi data alla componente religiosa, non troppo diversa da quella implicita che davano i neoconservatori. Eppure non è stato colto un punto: la religione per Mead è solo uno degli aspetti che formano la cultura, quasi un tentativo di rendere assolute norme di organizzazione sociale di cui si era sperimentata l’efficacia. L’idea calvinista della predestinazione (la ricchezza indica il favore di Dio), per esempio, si è rivelata molto più utile di quella cattolica della ricchezza come un peccato da espiare con la carità. Quindi, sia che si vada verso un mondo sempre più secolare, sia che si accetti la tesi di John Micklethwait che “god is back”, gli anglosassoni sono ancora una volta i meglio posizionati per affrontare il cambiamento.

Annunci

13/07/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , ,

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: