Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Appunti dal G8/7: La fine di un club


Da ieri il G8, di fatto, non esiste più. “Non so più se mi trovo a un G8, G14, G20 o cosa”, dice il direttore generale del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan in una conferenza stampa a cui partecipa una manciata di giornalisti, a causa del caos organizzativo negli accrediti. Il suo “bad joke”, come lo chiama lui, coglie il senso politico della giornata. Ma la risposta, che chiarisce la natura del summit in corso all’Aquila e anche l’entità della sua ambizione, arriva in quei minuti: gli otto grandi, d’accordo con i principali paesi emergenti, hanno deciso di rendere permanente il foro del G14 all’interno dei vertici del G8. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata: “Il G8 esiste già da anni e ora non è più idoneo a gestire l‘economia mondiale, il G14 potrebbe essere una soluzione che consente una vera dialettica al suo interno e rappresenta le maggiori economie e i maggiori Paesi produttori di anidride carbonica”. Ed è chiaro che se da ora in avanti i capi di governo saranno sempre quattordici, è solo questione di tempo prima che l’etichetta di G8 cada in disuso, così come a suo tempo si era sostituita alla formula temporanea del G7+1 quando era stata cooptata la Russia. Brasile, Cina, India, Sud Africa Messico più, su pressioni anche dell’Italia, anche l’Egitto. “Così nessuno potrà più dire di non essere rappresentato: con l’Egitto ci sarà anche il mondo islamico, mentre il Sud Africa garantiva una rappresentanza africana ma non poteva fare da referente a quella che è una delle aree cruciali nelle relazioni diplomatiche ed economiche attuali”, spiega al Riformista il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che ha lavorato alla preparazione del vertice. “Il passaggio al G14 è un passo importante nella governance economica che potrebbe preludere a un’evoluzione anche in campo politico, credo che i processi di assestamento nelle formule dei summit si svolgeranno in parallelo a una modifica di assetti come quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove prima o poi si supererà lo schema attuale”, dice Urso.

Strauss-Khan ha spiegato perché un G8 senza gli emergenti non ha più senso: “Non è ancora il momento di implementare le exit strategy dalla crisi, ma bisogna cominciare a pensare a come risolvere gli squilibri che le politiche anticrisi stanno aggiungendo a quelli strutturali. Negli Stati Uniti i tassi di risparmio saliranno e questo, combinato con gli effetti della recessione, farà venire meno in modo quasi permanente quella forte domanda di consumi che finora ha trainato l’economia mondiale finora”. Quindi i paesi emergenti che finora hanno visto il loro Pil trascinato al rialzo grazie alle esportazioni, dovranno cominciare a puntare più sulla domanda interna, invece che su quella estera, cambiando il proprio modello di sviluppo. Le conseguenze, anche per quanto riguarda, la regolazione dei tassi di cambio sono che servirà un maggiore coordinamento. E qui si coglie il problema del passaggio al G14: “In questa crisi si è visto il primo vero esempio di politiche di risposta coordinate, tutti hanno sostenuto la domanda, tutti hanno ridotto i tassi di interesse, tutti ora dovranno sostenere il lato dell’offerta”, ha detto Strauss Khan. E questo è stato possibile perché il nucleo forte del G8 è stato compatto all’interno del G20: incentivare la cooperazione allargata a 14 è un passo in più verso il consolidamento della formula a 20 (tutti, qui all’Aquila, continuano a citare il G20 di Pittsburgh in settembre come l’ennesimo appuntamento decisivo). Il rischio per il G8 è quindi quello di avere gli stessi problemi dell’Unione europea, un’espansione potenzialmente illimitata che impedisce di fissare confini. Già ieri, oltre ai quattordici, c’erano anche Indonesia e Corea del Sud e, contando tutte le bandiere esposte all’ingresso del Media Village di Coppito si arriva a trenta. I corrispondenti spagnoli, dal prato all’interno al Village, hanno subito dedicato lunghe corrispondenze alla fine della “cumbre” degli otto che finora li ha esclusi (e questa è la prima volta che, invitati proprio dai cugini rivali d’Italia, la delegazione spagnola partecipa al summit). Perché se nel G14 c’è perfino un Paese in via di sviluppo come l‘Egitto, sarà sempre più difficile tenere fuori la Spagna.

L’allargamento senza fine piace molto alle Ong che vorrebbero un summit dove tutti sono rappresentati, come la sterminata (e quasi senza poteri) assemblea generale dell’Onu che si riunirà a settembre. “Ci vorrebbe un G162, non si andrà da nessuna parte finché pochi possono decidere il destino di tutti gli altri”, dice un volontario della Global Coalition against Poverty, la più efficace Ong (un ombrello che ne racchiude diverse, in realtà) all’Aquila, con la campagna “Press the G8”, e ha perfino convinto Berlusconi a presentare le proprie richieste in un documento che il presidente del Consiglio ha distribuito a cena ai colleghi mercoledì sera. Eppure proprio le Ong potrebbero trovarsi ora in difficoltà: un conto è andare allo scontro con i Paesi ricchi e avidi che non finanziano la lotta alla malaria o non condonano il debito di stati poverissimi. Tutt’altra cosa attaccare un G14 dove ci sono due Paesi africani e i tre campioni degli ex-poveri, Brasile, India e Cina.

Mentre si discute molto di governance, però, sui dossier non si ottengono risultati definitivi: c’è il rischio che il nuovo Istituto mondiale per catturare l’anidride carbonica annunciato dal premier australiano Kevin Rudd e da Obama nel pomeriggio – uno dei pochi progetti concreti – serva a poco, visto che la Cina si sfila dall’accordo sul clima, smentendo così l’auspicio di Berlusconi (“meglio un accordo di minima con tutti che impegni ambiziosi che chiedono sacrifici solo ai Paesi occidentali”), l’Onu parla di “grande occasione mancata”. E i cinesi ribadiscono il loro intento di creare un’alternativa al dollaro come valuta di riserva globale, mentre sugli aiuti ai Paesi poveri le Ong devono arrendersi all’evidenza che dei sessanta miliardi di euro promessi non c’è traccia. Unico vero risultato politico della giornata: i leader del G14 si sono impegnati a organizzare un meeting dei ministri del commercio prima del G20 di Pittsburgh, a settembre, per arrivare al summit con un accodo su quella che Urso definisce la “chiusura politica” dei negoziati della Wto aperti a Doha nel 2001. Poi arriverà la chiusura effettiva all’inizio del 2010. Resta una perplessità: davvero c’è bisogno di un vertice internazionale al mese? “La governance della globalizzazione è sempre più complessa e niente è efficace come un incontro faccia a faccia”, risponde Strauss Khan.

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10/07/2009 - Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , ,

1 commento »

  1. Articolo molto interessante, caro Steve! Come stai? Ma eri alla conferenza stampa di Berlusconi, giusto? Mi sembra proprio di averti visto in TV dietro al podio dei giornalisti! Continua così! 🙂

    Commento di Stefano Tripi | 10/07/2009 | Rispondi


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