Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Istat: deficit/pil al 9,3 per cento nel primo trimestre. Quanto dobbiamo preoccupuarci?


GUIDO TABELLINI. Per il rettore della Bocconi bisogna agire subito per ridurre la spesa pubblica.

Professor Tabellini, la stupisce un deficit al 9,3 per cento del Pil nel primo trimestre?

Questi dati si inseriscono in un trend globale, comune a tutti i paesi Ocse. Soprattutto quelli avanzati, a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno problemi di finanza pubblica anche superiori a quelli italiani. Ma sono dati che ci confermano l’importanza di guardare al futuro e ragionare su come gestire il mondo dopo la crisi. Non sono dati sorprendenti, ma per un Paese con il debito pubblico dell’Italia, ribadiscono l’urgenza di agire ora per arginare la crescita della spesa pubblica futura e dare credibilità alla nostra finanza pubblica.

Come?

Servono provvedimenti troppo a lungo rimandati, come un intervento sulle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla spesa come quello delle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla

Visto che la situazione della finanza pubblica si sta comunque deteriorando per il calo del Pil, non valeva la pensa spendere, abbandonando la linea di prudenza contabile tenuta da Tremonti?

Non necessariamente. Bisognava sicuramente fare di più non spendere per sostenere l’economia reale e questo non per forza significa spendere. Il governo si è affidato troppo agli stabilizzatori automatici, mentre avrebbe dovuto essere più proattivo. E questo vale tuttora: più aspettiamo ad agire, peggio è: il pericolo per ora è ancora la deflazione, non certo l’inflazione. E’ ancora importante sostenere l’economia reale. E c sono tante cose che si possono fare senza dissestare ulteriormente la finanza pubblica, dalla riforma dell’università che è in dirittura d’arrivo e speriamo non venga più rimandata, alle liberalizzazioni. Oppure la riforma della scuola. Scelte difficili, che non costano molto ma che avrebbero un grande impatto.

Ma ci sono le condizioni politiche per farlo? Perché le liberalizzazioni che intaccano rendite di posizione generano, per loro natura, tensioni sociali nei gruppi che le subiscono.

Per il governo l’alternativa è dare l’impressione di fare troppo poco in una situazione critica. E forse, da un punto di vista politico, è peggio che rischiare di scontentare qualcuno.

La linea di Berlusconi è che ormai la crisi è soprattutto psicologica e irrazionale, perché i fondamentali si sono assestati. Lei che ne pensa?

 Ha inciso moltissimo nei mesi passati, soprattutto fuori dall’Italia. Ora stiamo entrando in una fase diversa, in cui un po’ di fiducia sta iniziando a tornare. Gli aspetti psicologici diventeranno quindi sempre meno importanti, quello che conterà sono i fondamentali dell’economia che diventeranno il vero parametro per valutare l’andamento della crisi.

 

MARCO FORTIS. Il direttore della fondazione Edison spiega perché stiamo meglio di quel che sembra.

Professor Fortis, come spiega questo dato sul deficit?

La cosa interessante da notare è che il primo trimestre è quello che sconta il calo più forte del Pil, perchè la recessione si è concentrata tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. In particolare per gli esportatori come Giappone, Germania e Italia. Anche a valori correnti, la botta è stata forte. Il primo trimestre è sempre anche il trimestre che ha le uscite maggiori, come dimostra il fatto che lo scorso anno era il 5,7 per cento, molto più basso di quello finale. C’è una stagionalità. Se lo valutiamo nel più lungo periodo, e usiamo i dati della Commissione europea, il rapporto deficit/pil proiettato sul 2009-2010 è meno del cinque per cento. Di tutte le variabili, questa è quella che mi preoccupa meno. Abbiamo una spesa pubblica che cresce poco, 0,5 per cento all’anno, e non deteriora i conti pubblici. E visto che stiamo facendo poca spesa pubblica anticrisi, non dovrebbe peggiorare. Il problema è l’andamento del Pil, il denominatore.

E rispetto agli altri paesi?

Altrove, sorpattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sta esplodendo il debito pubblico. Sconteranno un rapporto deficit/pil del 14 per cento, ma su base annua non trimestrale.

Quali sono le conseguenze politiche di dati come questi?

Io faccio l’economista, poi in politica si può dire tutto e il suo contrario. È chiaro che questo dato può essere strumentalizzato, ma come ho detto non è da drammatizzare. Il Pil non ci dice tutto: i consumi italiani caleranno meno di quelli di altri Paesi, le famiglie italiane hanno meno debiti e ricominceranno a consumare. Per noi è un problema che smettano di consuamre le famiglie degli altri paesi, perché questo danneggia le nostre imprese esportatrici che, tra l’altro, smettono di investire. Il nostro Pil cala più di quello di altri perché cala l’export.

Berlusconi dice che la crisi è ormai solo psicologica. È così?

Abbiamo problemi strutturali che c’erano anche prima della crisi. Ma Tremonti ha ragione a essere prudente, perché i grandi paesi che si dovranno indebitare avranno bisogno di emettere molti titoli di debito pubblico, facendo concorrenza ai notri Btp. Per questo dobbiamo stare molto attenti, E per ora le nostre aste stanno andando bene, ma il Tesoro deve rinnovare 300 miliardi in scadenza. Senza i conti a posto, nessuno ce li rinnoverebbe. E se smettono di rifinanziarci il debito, la crisi si trasferisce sui dipendenti pubblici.

 

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03/07/2009 - Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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