Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

No stimulus, no party

Stato dell’Unione. Mentre il governo prepara la riforma della sanità (più tasse), l’economia continua a peggiorare. In America gli economisti sono divisi: visti gli scarsi risultati, il problema è che lo Stato ha speso troppo o che non ha osato abbastanza?

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Paul Krugman

Mentre in Italia si continua a parlare di una crisi che ormai è solo psicologica – lo ha fatto Silvio Berlusconi al G8 – negli Stati Uniti il dibattito è su quanto ci sia da preoccuparsi per un nuovo, imminente, aggravamento.
Ieri l’indice della Federal Reserve di Filadelfia sull’attività economica nella regione è sceso ancora, da -2,2 a -7,5, mentre gli anlisti si aspettavano solo -5. Ed ecco quello che si legge nell’ultima Istantanea mensile del presito e dell’intermediazione pubblicata ieri dal dipartimento del Tesoro americano, riferita al mese di maggio: «L’ambiente economico in cui operano le banche si è deteriorato ancora; l’economia continua a contrarsi e la disoccupazione a salire, ha raggiunto il 9,5 per cento in giugno, il livello più alto dal 1983. Il mercato immobiliare resta debole. Anche se a maggio è ripresa la costruzione di villette monofamiliari, il livello resta comunque più basso dell’80 per cento rispetto al picco del 2006». Sui mercati finanziari le cose vanno un po’ meglio, ma non di molto. A sette mesi dall’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, i dati macroeconomici hanno una crescente rilevanza politica, perché cominciano a essere considerati il verdetto sulle politiche anticrisi dell’amministrazione.

SERVONO ALTRI STIMOLI?

Il presidente ha un problema: sarà difficile convincere il Congresso ad approvare altri pacchetti di stimolo all’economia – nel caso la situazione dovesse peggiorare, soprattutto dal punto di vista dell’occupazione – in un momento in cui tutti cercano di comportarsi come se la crisi fosse già finita. Goldman Sachs, la banca d’affari che è stata guidata dall’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, ha ricominciato a fare utili: nel secondo trimestre i suoi utili hanno raggiunto il record di 3,44 miliardi di dollari. Un risultato dovuto alle opportunità che si aprono nei mercati al tempo di crisi, ai soldi pubblici che l’hanno sostenuta, al fallimento dei concorrenti ma anche alla garanzia implicita che in caso di emergenza lo Stato sarà di nuovo pronto a salvarla. «Dobbiamo preoccuparci per i profitti di Godlman? Io credo di sì», scrive l’economista clintoniano Robert Reich nel suo blog. La motivazione è nelle parole del responsabile finanziario della banca David Viniar, in un’intervista a Bloomberg: «Il nostro modello non è mai davvero cambiato, abbiamo ripetuto più volte che il nostro modo di fare business è rimasto lo stesso». Come dire: i problemi e gli eccessi che hanno determinato il collasso di Wall Street nno sono stati risolti. Altri istituti, come Bank of America stanno ricominciando anche la caccia ai manager migliori in circolazione, pagandoli con stipendi da prima della crisi, 6,6 milioni di dollari per un venditore di obbligazion (a BofA) E allora? Quello che è successo lo spiegava bene ieri sul Wall Street Journal Andy Kessler, ex manager di hedge fund: «Una volta compravo azioni di una piccola compagnia e non potevo credere alla mia fortuna. Ogni volta che il mio fondo comprava più azioni, il prezzo cominciava a salire. Quando finalmente abbiamo iniziato a vendere, il prezzo dei titoli è crollato a livelli inferiori a quando avevamo cominciato gli acquisti. E ho capito: eravamo noi il mercato». Traduzione: quando in giro ci sono pochi soldi e pochi compratori, basta una manciata di soggetti a influenzare la Borsa, a innescare un “rally”, come lo chiama la stampa finanziaria. E i dati della Federal Reserve di Saint Luis dimostrano che nell’ultimo anno è successo lo stesso: quando aumentava la base monetaria, perché la banca centrale tagliava i tassi o stampava moneta, l’indice Dow Jones saliva. Appena ha smesso, ha ricominciato a scendere. La Fed è stata il mercato. Le performance buone della Borsa da marzo a oggi hanno illuso molti che il peggio sia dietro le spalle, ma quei rialzi erano solo frutto dell’aumento della liquidità.

E a Washington e tra gli economisti comincia a circolare il sospetto che per lo stimolo fiscale valga lo stesso discorso che per lo stimolo monetario. Fin dai tempi della bocciatura del piano Paulson da 700 miliardi per ricomprare i titoli tossici delle banche, si confrontano due approcci: alcuni dei Repubblicani più liberisti vorrebbero far lavorare la distruzione creatrice, mentre gli altri – democratici inclusi – sono per usare la spesa pubblica a sostegno dell’economia. Oggi quel sostegno sembra poco efficace: a giugno l’inflazione è scesa dell’1,4 per cento, e non succedeva dal 1950. L’inflazione core, al netto dell’energia e degli alimentari, è scesa anche di più: -1,7. Dati che indicano come la recessione continui ad aggravarsi e che permettono a chi avversava gli simulus ai tempi dell’approvazione di denunciarne l’inutilità.

LE RAGIONI DELLA SPESA

Il premio Nobel Paul Krugman, che fin dalla campagna elettorale ha sempre chiesto interventi per oltre mille miliardi, ha spiegato dal suo blog perché spendere è stato (ed è) giusto. Questa l’argomentazione, tipicamente neokeynesiana: in situazioni normali c’è un equilibrio tra risparmi/spese dei privati e surplus/deficit dello Stato. Quano si entra in recessione, il tasso di risparmio dei privati aumenta, perché l’incertezza spinge a consumare meno e le aziende a fare meno investimenti, quindi a proporre meno obbligazioni ai privati. A differenza che dopo il crack di Borsa del 1929, questa volta il Pil è crollato meno perché i deficit pubblici hanno offerto ai privati possibilità di investimento (in titoli di Stato) e dato soldi alle aziende per sopravvivere e invesitre, così da temperare l’effetto dell’aumento del tasso di risparmio. «In altre parole: i deficit hanno salvato il mondo», scrive Paul Krugman.

Una tesi che ha il vantaggio di non ammettere confutazioni, visto che è impossibile dire come sarebbe ora il mondo se gli Stati Uniti non avessero deciso di far salire il deficit dal 3,2 per cento del Pil del 2008 al 13,7 previsto per il 2009. I critici rispondono che Krugman dimentica “the other hand”, come dicono gli economisti americani: se si accumula troppo debito pubblico, tra gli investitori qualcuno inizierà a dubitare della solidità del bilancio degli Stati Uniti, e quindi chiederà rendimenti più elevati per prestiti giudicati più rischiosi. Per questo la Fed di Ben Bernanke ha cominciato a comprare titoli di Stato a lungo termine – una prassi inusuale – per ridurne i rendimenti, cioè per rendere meno gravoso il peso del debito per lo Stato. Ma come dimostra Daniel Thornthon, vice presidente della Fed di Saint Luis, in un paper appena pubblicato, gli investitori continuano ad aspettarsi una crescita dell’inflazione. E quindi vogliono rendimenti alti dei titoli a lungo termine per compensarla.

L’unico modo per evitare che un’inflazione incoraggiata dal troppo debito (se i prezzi salgono, si verifica un trasferimento di ricchezza dal creditore al debitore, che deve rimborsare un valore reale inferiore) si combini con la recessione riproponendo la terribile stagflazione, stagnazione più inflazione, della fine degli anni settanta è che la crescita torni in fretta. Per questo il segretario al Tesoro Tim Geithner ha cominciato a girare il mondo spiegando a tutti che ci sono «segnali incoraggianti». E qualche risultato l’ha ottenuto: per la prima volta da mesi, la Cina ha ricominciato a comprare buoni del Tesoro americano. Geithner ha provato anche a presentare le dimissioni dello zar dell’auto Steven Rattner come un segnale che la fase di emergenza è finita. Anche perché nel frattempo Obama sta lavorando a una riforma della sanità che comporterà un aumento della pressione fiscale. E sarà difficile, se dovesse rivelarsi necessario, convincere il Congresso ad approvare sia un aumento della spesa pubblica per la sanità che un altro pacchetto di emergenza. Se Obama e Geithner dovessero rinunciare a provarci anche di fronte a un ulteriore deterioramento dell’economia reale, potremmo mettere alla prova la teoria di Krugman. Se l’economista di Princeton ha ragione, il rischio di un’altra Grande Depressione non è affatto alle nostre spalle.

17/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

A che punto è la notte della crisi: diagnosi chiare, soluzioni meno

IL LIBRO. Le “Lezioni per il futuro” uscite sul “Sole 24 Ore” diventano un volume che è il termometro degli umori degli economisti. Ormai tutti sono (abbastanza) d’accordo sulle origini, ma resta da capire quanto permanenti saranno gli effetti. Nell’economia ma anche nella teoria economica.

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A dieci mesi dal fallimento di Lehman Brothers, il volume appena pubblicato dal Sole 24 Ore, “Lezioni per il futuro” (160 pp., 9,90 euro), fa da primo bilancio del dibattito intellettuale e politico sulla crisi.

Il libro raccoglie gli interventi ospitati dal quotidiano diretto da Gianni Riotta nei mesi scorsi, una serie di saggi aperta e chiusa dal rettore della Bocconi, Guido Tabellini. Grazie al vincolo della brevità imposto dal formato giornalistico, il volume permette a tutti di capire a che punto è arrivato il confronto tra economisti. In sintesi: abbiamo capito come e perché è successo tutto questo, ma non siamo d’accordo sul modo di uscirne. Per dirla con Tabellini: «È opinione diffusa che l’attuale situazione sia soprattutto il risultato di errori di politica economica (nella regolamentazione, nella supervisione e secondo alcuni anche nella politica monetaria) compiuti prima dello scoppio della crisi». Quindi, argomenta Tabellini, basterebbe correggere tali errori per evitare che si ripeta, «ma in realtà alcuni tra gli errori più gravi sono stati compiuti durante la gestione della crisi stessa e hanno contribuito siginificativamente a far precipitare la situazione».

E qui viene il problema. Quali sono stati gli sbagli negli interventi di emergenza? E quali quelli di tipo strutturale da non ripetere? Il volume del Sole dimostra quanto siano ancora diverse le risposte tra gli economisti. Lo scontro simbolo di questa eterogeneità di posizioni è tra Niall Ferguson di Harvard, il più brillante tra i giovani storici britannici, e Paul Krugman, economista di Princeton e premio Nobel dell’Economia nel 2008. Scrive Ferguson che è un dogma di fede pensare che tutta la spesa pubblica per sostenere la domanda, soprattutto negli Stati Uniti, non avrà conseguenze serie sulla finanza pubblica, visto che è fatta a debito (con l’emissione di buoni del Tesoro) : «Solo sul pianeta Eco-101, il corso-base di macroeconomia martellato nella testa di ogni studente universitario del primo anno – accade che una simile marea di obbligazioni non eserciti una pressione al rialzo sui tassi di interesse». L’accusa è rivolta ai neokeynesiani, che si preoccupano più di far ripartire l’economia che della solvibilità a medio termine dello Stato. Così, avverte Ferguson, lo Stato finirà per indebitarsi troppo, quindi i mercati inizieranno a dubitare della sua solidità e chiederanno interessi sempre maggiori nel prestare denaro. Così l’effetto di stimolo sarà mangiato dal costo crescente del debito. Krugman non ha gradito, sul suo blog ha dileggiato «l’ignoranza» di Ferguson, sintomo del fatto che «viviamo in un’epoca buia per la macroeconomia, dove conoscenze acquisite a caro prezzo sono state semplicemente dimenticate». Secondo l’approccio keynesiano, infatti, gonfiare il debito pubblico non è deprecabile se serve a innescare la ripresa, che farà crescere il Pil, riducendo quindi il peso del debito senza indebolire la solidità del bilancio. È troppo presto per capire chi ha ragione, la terza fase della crisi (dopo quella finanziaria e il contagio all’economia reale), cioè la gestione da parte dello Stato della spesa pubblica straordinaria è appena iniziata. E, come dice tra gli altri Carlo De Benedetti, non è affatto chiaro se porterà a una stagione di deflazione o di inflazione. La prima sarebbe la conseguenza di una riduzione troppo prematura degli stimoli d’emergenza (con un riacutizzarsi della crisi), la seconda un’irresistibile tentazione per governi che vogliono lasciar correre i prezzi per ridurre in valore reale il peso del debito.

Come ricorda Tabellini nel saggio conclusivo, un altro aspetto è ancora più controverso: se questa crisi determinerà un cambiamento strutturale nella teoria economica e nel ruolo degli economisti, o se si rivelerà solo l’ennesima oscillazione del pendolo tra regole e laissez faire, tra la scuola di Harvard e quella di Chicago. Martin Wolf, il capo dei commentatori economici del Financial Times, parla di una nascente «economia dei cento fiori». La crisi – non tanto nelle previsioni mancate, quando nella confusione intellettuale seguita al suo scoppio – «ha intaccato la reputazione della scienza economica», ma non per questo ne ha determinato la crisi. Anzi. Nonostante il FT abbia dedicato una lunga serie di articoli al futuro del capitalismo, chiedendosi se ne abbia uno, l’economia di mercato è più vitale di prima. Cina e India ne hanno sperimentato i vantaggi e continueranno a seguirne le regole. Quella che è finita è solo l’egemonia culturale occidentale dell’economia neoclassica, o almeno delle sue degenerazioni. E in questa ottica, scrive Wolf, ha senso dire che «il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo».

Ma perfino un superliberista come Jagdish Bhagwati, economista che da anni predica i benefici della globalizzazione, riconosce che «il meccanismo è scappato di mano». E quindi bisogna ridefinire i limiti, riscrivere alcune regole. Su dove intervenire, come, quanto e perché, le idee si fanno più confuse. Scrive Donato Masciandaro, professore della Bocconi che insegna Regolazione dei mercati finanziari: «Riformare la governance della regolamentazione, negli Stati Uniti e nell’Unione europea, dovrebbe essere una priorità: eppure nulla si muove. La ragione è semplice: lo status quo può fare molto comodo, in prima battuta ai politici». America ed Europa stanno cominciando a ridisegnare l’architettura della supervisione e della prevenzione nella finanza. Ma senza una linea chiara sui nodi di fondo: i derivati vanno controllati e certificati? Le banche centrali devono essere più o meno indipendenti dalla politica? Chi deve pagare le agenzie di rating? «Non credo che stiamo cambiando paradigma, ma acquisendo una migliore conoscenza sulla necessità di regole efficaci. Non solo supervisioni più efficaci, ma anche regole prudenziali macro», dice Jean Tirole, decano dell’economia politica a Tolosa. Ma per cogliere i rischi macro bisogna saper prevedere i pericoli e avere un’idea chiara di quello che succede. Le idee in campo a questo proposito, come si capisce leggendo le “Lezioni per il futuro”, sono tante e assai poco omogenee.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat nel caos: Biggeri senza poteri?

Ancora una volta il Consiglio dei ministri si è riunito e si è sciolto senza nominare un nuovo presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Succede da mesi, ma la data di ieri era diversa. Per legge il presidente può rimanere in carica solo 45 giorni dopo lo scadere del mandato, senza possibilità di proroghe. E il calcolo, lo confermava anche l’ufficio stampa dell’Istat fino a pochi giorni fa, si fa dal primo giugno, perché il presidente Luigi Biggeri è stato nominato la prima volta (nel 2001) in quella data. Adesso prevale, anche in ambienti vicini all’istituto, un’altra tesi: i conti si fanno dal 24 giugno, la data in cui è stato riconfermato nel 2005. E quindi il governo ha ancora tempo. Non è solo una questione di burocrazia: se vale la prima ipotesi, da oggi Biggeri non ha più poteri, ogni suo atto potrà essere dichiarato nullo, l’Istat si trova senza un vertice e con un direttore generale, Giovanni Fontanarosa, ad interim. Una situazione che il sindacato dei lavoratori della ricerca, Usi/RdB definisce di «paralisi totale». E secondo il sindacato non ci sono dubbi: «L’Avvocatura di Stato ha più volte ribadito che quello che vale è la manifestazione di volontà politica del Consiglio dei ministri in ordine alla conferma che, nel caso del professor Biggeri, avvenne addirittura nel corso della riunione del governo del 13 maggio 2005». Quindi il presidente dell’Istat sarebbe senza poteri addirittura da due settimane.

L’unica certezza è che c’è in corso una partita che dura da mesi tra il ministro Renato Brunetta, che formalmente deve indicare il nome del successore di Biggeri, e Giulio Tremonti che, da ministro dell’Economia, vuole avere un ruolo nella scelta. I loro staff hanno la consegna del silenzio assoluto sulla materia. I tempi, però, non consentono più lunghe negoziazioni. Come si è detto nelle scorse settimane, l’ipotesi più probabile è il commissariamento, cioè sottoporre l’istituto di statistica direttamente al governo che nomina un commissario. E visto che Biggeri è ancora al suo posto, si rafforza l’ipotesi che possa essere lui stesso il commissario. Ieri Biggeri si è anche mostrato collaborativo con il governo: «Questo è il miglior Dpef mai letto», ha detto commentando la presentazione del documento di bilancio da parte di Tremonti. Mentre Brunetta e Tremonti continuano a cercare di far prevalere i propri candidati, rispettivamente la professoressa Fiorella Kostoris e il professor Carlo Andrea Bollino. L’Istat si troverebbe così in mano governativa proprio mentre in parlamento continua l’iter un emendamento alla legge di bilancio che mira a sottrarre la nomina del presidente al governo. La proposta di scegliere un presidente con il voto dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti ha ottenuto l’unanimità in Senato e ora è alla seconda lettura alla Camera: il numero uno della statistica verrebbe equiparato, nella procedura di nomina, a un garante di un authority. Intanto si continua con il negoziato politico.

E la rilevanza della questione è chiara dalla frequenza con cui le statistiche dell’Istat vengono attaccate da Tremonti (che però non se la prende mai direttamente con Biggeri) e dal ministro dello Sviluppo Claudio Scajola. I numeri dell’Istat dicono quanto è grave la crisi, quali politiche stanno funzionando e quali hanno fallito, quanto sono più ricchi o più poveri gli italiani. Le crescenti pressioni della politica cominciano a inquietare chi, nel proprio lavoro, si deve affidare a quelle cifre. Secondo quanto risulta al Riformista, alla Banca d’Italia – che usa numeri dell’Istat per elaborare, per esempio, il proprio bollettino mensile – sta crescendo la preoccupazione per la scarsa affidabilità dei dati della gestione Biggeri. E c’è il timore che, con un Istat commissariato, l’attendibilità delle statistiche possa solo peggiorare.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nell’eterno derby Mi-To, Milano tenta la rimonta

MODELLI. La politica milanese ritrova compattezza (tutta a destra), Chiamparino in attesa. E Mirafiori si ferma per un giorno.

L'Alfa MiTo
Da anni si rincorrono, si confrontano e si superano. Di quella che resta indietro si parla subito di declino imminente. Milano e Torino, Mi-To, la megalopoli – sempre e solo potenziale – del Nord. Per la prima volta da molti mesi, Milano sembra in rimonta su Torino.

Questi i fatti. Ieri a Torino c’è stato lo sciopero di operai della Fiat «più grande dal 2003 e da quando c’è Sergio Marchionne», ha detto il segretario provinciale della Fiom Giorgio Airaudo. L’adesione, secondo il sindacato, è stata di quasi del quaranta per cento, e senza divisioni tra sigle: tutti vogliono essere rassicurate che gli aumenti introdotti nel 2006, una specie di una tantum da 800 euro per pagare le vacanze, sia garantita anche in quest’anno di cassaintegrazione e difficoltà. Un evento che è stato notato anche perché Marchionne ha sempre avuto rapporti eccellenti con i sindacati, in tutta la sua carriera e soprattutto in quella in Fiat. «É una classica lotta salariale difensiva, i lavoratori chiedono all’azienda di vedere i soldi che ha promesso ma per ora non ha mantenuto», spiega Ferdinando Liuzzi, della Fiom. Intanto l’azienda, con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha dichiarato di essere interessata alla carrozzeria Bertone, più di mille dipendenti, in crisi dal 2005. Il modello Torino che si era costruito in questi anni, però, non si reggeva solo sulla Fiat, che ora è un po’ meno torinese e molto più internazionalizzata (soprattutto da quando Marchionne è in carica come capo della nuova Chrysler). C’era anche la sinergia con le istituzioni. L’ultimo guizzo della spinta propulsiva torinese nella politica italiana è stato il tentativo di Sergio Chiamparino di inserirsi nella competizione per la segreteria del Partito democratico. Ma alla fine ha deciso di restare in attesa, sopra le parti, in attesa di tempi più adatti a riproporre la torinesità in politica. Nei mesi scorsi si era parlato di un declino del modello Torino anche per l’attrazione progressiva che Milano esercitava sul conglomerato Intesa San Paolo che, con l’uscita di Pietro Modiano, ha perso uno dei garanti del legame con la città.

Per una coincidenza temporale che forse ha un valore simbolico, nella stessa mattina in cui – a Torino – gli operai sfilavano contro la Fiat, sul Sole 24 Ore di ieri Alberto Meomartini annunciava che «il rilancio può partire da Milano». Meomartini è il presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali della Lombardia, e ha appena formato la sua giunta con cui provare a sfruttare la grande occasione che ha Milano per costruire un sistema imprenditoriale: l’Expo 2015. Domani iniziano gli “Stati generali” dell’Expo al Teatro Dal Verme, un «brainstorming» come l’ha chiamato Roberto Formigoni, che dovrebbe fare da nuovo inizio per la preparazione dell’evento. Il primo anno dopo l’assegnazione è andato sprecato nelle tensioni tra Roma, Milano, Giulio Tremonti e il sindaco Letizia Moratti: ma ora, con il nuovo amministratore delegato Lucio Stanca al posto di Paolo Glisenti sembra che qualcosa sia cambiato. «È Meomartini l’uomo chiave. Operazioni come l’Expo hanno bisogno di un sistema che ha sua volta necessita di un centro, di qualcuno che agisca come punto di aggregazione. La sua Assolombarda può svolgere questa funzione», dice l’economista Giulio Sapelli, che insegna alla Università Statale di Milano. Le ultime elezioni, del sette giugno, hanno portato alla guida della provincia Guido Podestà, del Popolo della libertà, al posto di Filippo Penati, del Pd, determinando una maggiore omogeneità politica che dovrebbe favorire la collaborazione. Con l’altro vertice del quadrilatero, oltre a Stanca, Moratti e Podestà, che viene di solito individuato nella camera di commercio guidata da Carlo Sangalli. «L’impressione che qualcosa stia cambiando è recente, nei mesi scorsi si è veramente temuto il collasso», dice Sapelli, e testimonianza del clima la offre il libro del giornalista Marco Alfieri, “La peste di Milano” (Feltrinelli).

Anche Mario Monti, il presidente della Bocconi, ha individuato nell’Expo 2015 l’evento decisivo del prossimo decennio, al termine di settimane in cui era circolata la voce di una possibile rinuncia al progetto (Tremonti non ne è mai stato entusiasta). «In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comunità nazionale, guidata dal governo a darsene una, per farvi convergere gli sforzi pubblici e privati», ha scritto Monti sul Corriere della Sera il 28 giugno.

Il successo, politico ma anche logistico, del G8 de L’Aquila ha trasmesso l’impressione a livello internazionale che l’Italia può essere capace di gestire eventi internazionali di quel livello, e già si parla del modello aquilano applicato a Milano. Se poi si vuole stare sul piano dei simboli del momentum milanese, poi, bisogna aggiungere all’elenco il progetto leghista della nuova cittadella del cinema in viale Fulvio Testi. Alla fine del 2008, quando si celebravano le esequie del modello Torino dopo l’uscita di Modiano da Intesa San Paolo, tra i segnali a favore della tesi declinista ce n’era anche in quel caso uno cinematografico, l’addio di Nanni Moretti al fesrival del cinema di Torino. Ma poche settimane dopo è iniziata la partita internazionale della Fiat di Marchionne per conquistare prima Chrysler e per tentare di replicare l’operazione con Opel, mossa (per ora) senza risultati. E si è cominciato a parlare di un nuovo modello Torino.

A settembre, come ha confermato anche il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Khan, la crisi dell’economia reale diventerà più grave dal punto di vista dell’occupazione. E si vedrà se questo sposterà di nuovo gli equilibri parziali tra la città della grande fabbrica, Torino, e quella delle piccole imprese disperse nell’hinterland, Milano.

15/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Redditi (dichiarati) da poveri e consumi da ricchi

Il problema dei dati è che di solito si guardano separatamente. Ma questa volta è inevitabile considerarli insieme, vista la tempistica. Lunedì il Tesoro ha presentato le prime analisi su quanto hanno dichiarato gli italiani nel 2008, cioè informazioni sui redditi del 2007 che risultano al fisco. Ieri l’Istat, invece, ha comunicato quanto hanno speso, con i dati sui consumi. E non c’è neppure bisogno di appellarsi ai soliti calcoli di quante auto di alta gamma o barche di quindici metri vengono immatricolate ogni anno, per capire che c’è un problema.

Non si tratta delle punte, dei ricchissimi o degli evasori totali. Basta guardare le medie. Secondo quanto risulta al Tesoro, l’Italiano medio guadagnava nel 2007 circa 1.580 euro al mese. Ma l’Istat dice che una famiglia italiana, sempre in media, spendeva 2.539 euro al mese. E la recessione non ha cambiato molto le cose, anche perché ci sono stati alcuni rincari, come la benzina: 2.485 euro al mese nel 2008. Mille euro in più del reddito mensile. Si può obiettare che spesso i redditi in una famiglia da lavoro sono due. Se così fosse risulterebbe che, a fine mese, restano 645 euro non spesi, ma solo nell’ipotesi (fantascientifica) che le mogli guadagnino quanto i mariti. Non male. Ma se i due coniugi hanno quella quota di surplus, possono anche permettersi di fare un figlio, magari due. Ed ecco che rispunta l’immagine di un Paese povero: una famiglia di quattro persone spende in un mese 3.136 euro, 24 euro in più di quelli che incasserebbe sommando due redditi medi. Quindi ci sono solo due modi per sopravvivere: o ci si indebita o ci si affida ad altre entrate non dichiarate al fisco. Visto che, come ci ricorda sempre il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, siamo uno dei Paesi dove i privati sono meno indebitati al mondo, è chiaro che la soluzione preferita è l’evasione fiscale.

Fare i conti in tasca ai veneti o ai lombardi, tradizionali imputati di evasione, è complesso: nella fabbrichetta di famiglia ci lavora magari anche il figlio o la moglie del titolare, mentre l’Istat calcola i consumi di tutta la famiglia ed è difficile sovrapporli alle dichiarazioni dei redditi individuali. Ma vediamo il Mezzogiorno, dove la famiglia monoreddito è la norma: l’immagine che l’agenzia delle entrate riceve delle regioni meridionali è quella di un contesto al limite della povertà. Il reddito medio in Lombardia è 22.460 euro all’anno, quello della Calabria 13.410. La Puglia e la Basilicata stanno appena meglio, intorno a 14mila. Una famiglia del Mezzogiorno spende però 1.969 euro al mese. Un livello di consumo difficile da sostenere se l’unico a lavorare è, per esempio, il tipico capofamiglia calabrese che guadagna soltanto 1.117 euro al mese (media regionale) con la moglie casalinga. Insomma: l’evasione si vede, perché i dati sui consumi possono mentire molto meno di quelli sulle tasse. Uno per tutti: la famiglia che dipende dai redditi di un imprenditore o libero professionista – categoria che spende 3.600 euro al mese, una cifra che secondo il fisco potrebbe permettersi solo il 4,3 per cento degli italiani, meno di due milioni di persone. Peccato che, soltanto le partite Iva, siano 8,8 milioni.

I consumi, però, confermano che le differenze tra le aree italiane ci sono davvero, anche se non così accentuate come sembrerebbe guardando le dichiarazioni dei redditi: la spesa per il cibo è la stessa da nord a sud, circa 470 euro al mese. Quello che fa la differenza tra regioni ricche e povere sono i consumi non alimentari, dalla casa (639 euro al mese) ai trasporti (366) o l’abbigliamento (150). Nelle regioni meridionali, dove ci sarebbe un reddito medio di 1453 euro, si spendono ben 1.440 euro per queste voci. Al Nord, dopo aver sostenuto i costi della sussistenza, per tutto il resto ne avanzano 2.300.

15/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un libro per l’estate: “Dio&Dollaro” di Walter Russel Mead

 

Ci sono stati molti tentativi di fare “Orientalismo”, come l’ha definito Edward Said, ma pochissimi di un serio Occidentalismo. Riassumere e teorizzare un intero universo culturale, per coglierne l’essenza, è un’impresa così impegnativa da sembrare talvolta priva di senso, soprattutto se l’autore vi appartiene. Ci hanno provato un paio di anni fa due politologi, Ian Buruma e Avishai Margalit con un libretto pubblicato da Einaudi, “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici”. Ma lo sforzo di Walter Russel Mead, di cui è appena uscito per Garzanti “Dio&Dollaro: La Gran Bretagna, l’America e le origini del mondo moderno” (560 pp., 32 euro) è di molto superiore per estensione e ambizioni.

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La prima parte del volume è dedicat ai nemici. Dalla Spagna cattolica di Filippo secondo ai nazisti fino ad Al Quaeda, per quattrocento anni in tanti hanno odiato quel mondo anglosassone che poi è diventato il simbolo dell’Occidente. Hanno provato a distruggerlo e hanno fallito. E secondo Mead questo non può essere un caso. Mead è uno dei più famosi analisti di relazioni internazionali, oggi è senior fellow per la politica estera presso il Council on Foreign Relations, e nels uo libro cerca di spiegare quella storia di successi che è stata spesso classificiata come “eccezionalità americana” ma che, più correttamente, è stata in realtà eccesionalità anglosassone.

La tesi di fondo, che muove dalla divisione di Karl Popper tra società aperte e società chiuse, è questa: la cultura anglosassone è quella che più di ogni altra ha dimostrato di saper abbracciare e dominare il cambiamento. E quindi si è adattata mentre altre, da quella cattolica mediterranea a quella islamica a quella tedesca si incancrenivano nella celebrazione del proprio passato glorioso. Prima c’erano gli olandesi, che avevano intuito il potenziale del commercio internazionale nel diciassettesimo secolo, poi gli inglesi hanno inventato la finanza, con le società per azioni e il debito pubblico, e li hanno scalzati. Da allora il mondo occidentale è stato plasmato da quel misto di cultura protestante conservatrice e progessismo liberal che da sempre convivono, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. «Come fa una cultura a trovare le risorse per sperimentare il cambiamento? Questa è la vera questione, perché il capitalismo produce e richiede questo: cambiamento. Nel ventuensimo secolo la velocità del cambiamento sta crescendo, e quindi l’importanza delle variabili culturali che determinano la predisposizione al cambiamento, la flessibilità e la capacità di adattamento diventano sempre più rilevanti. Ed è per questo che non ritengo che la crisi attuali determina la fine dell’era anglosassone», ha spiegato Mead in una conversazione con “Il Riformista”. Ma il sospetto è legittimo: la Grande recessione deriva da una crisi finanziaria incubata e poi esplosa nel mondo anglosassone. La Gran Bretagna è il Paese con i debiti privati più alti del mondo, gli eccessi delle banche d’affari di Wall Strett li stiamo pagando tutti, forse quel modello di sviluppo che era nato proprio con la geniale intuizione che il rischio poteva essere suddiviso tra più soggetti e che lo Stato poteva agire come un soggetto di mercato invece che da sovrano autoritario, è arrivato alla fine della sua esperienza storica. Risponde Mead: «Abbiamo avuto trecento anni di crisi finanziarie: quando succedono puoi pensare di abbandonare il capitalismo, o continuare a combattere. In acluni paesi ci sono crisi e poi tutto continua come prima, ma altri imparano e capiscono come cambiare. Credo per esempio che l’euro sia stata una di queste risposte a crisi del passato, ma a sua volta ha determinato una crisi sociale. Le economie eruropee più dinamiche si sono adattate, la Germania si è confrontata con un euro forte e ha reagito aumentando la propria produttività e tornando, anche in un contesto mutato, uno Paese leader. Altri, come la Francia e l’Italia si sono confrontati con gli stessi problemi ma senza essere capaci delle stesse reazioni. E sono le variabili culturali a determinare la differenza».

Il libro di Mead si legge come un manifesto di orgoglio Wasp e quindi gli si può anche perdonare di trascurare le tante ombre nella storia americana, dal Vietnam all’Iraq.

A destra il libro di Mead – liberal convinto – è molto piaciuto per l’enfasi data alla componente religiosa, non troppo diversa da quella implicita che davano i neoconservatori. Eppure non è stato colto un punto: la religione per Mead è solo uno degli aspetti che formano la cultura, quasi un tentativo di rendere assolute norme di organizzazione sociale di cui si era sperimentata l’efficacia. L’idea calvinista della predestinazione (la ricchezza indica il favore di Dio), per esempio, si è rivelata molto più utile di quella cattolica della ricchezza come un peccato da espiare con la carità. Quindi, sia che si vada verso un mondo sempre più secolare, sia che si accetti la tesi di John Micklethwait che “god is back”, gli anglosassoni sono ancora una volta i meglio posizionati per affrontare il cambiamento.

13/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/10: Un bilancio a freddo

 L’Aquila. Ora che Barack Obama è in Ghana, Carla Bruni non è più tra le macerie dell’Aquila e il summit si è chiuso senza la pubblicazione delle foto di Silvio Berlusconi, è tempo di bilanci per questo G8 2009, che secondo il presidente del Consiglio è stato «perfetto». Vediamo punto per punto.

 ASPETTATIVE. Si parlava di inutilità del summit prima ancora che cominciasse. Tutti gli osservatori vedevano nel vertice abruzzese le premesse per un disastro logistico, un’infinita serie di occasioni per gaffe tipo “Mister Obamaaa” e il rischio di un fallimento politico. Non è andata così. E se il summit è stato considerato da tutti un sostanziale successo è senza dubbio anche perché le aspettative della vigilia erano così basse.

  BERTOLASO. La Protezione civile era attesa alla prova della gestione contemporanea della città terremotata e della logistica del vertice. A parte qualche rigidità nelle comunicazioni con i giornalisti, il personale di Guido Bertolaso vanta un bilancio positivo. Nonostante lo sciame sismico e le strutture di Coppito riadattate in poche settimane, la Protezione civile è riuscita a far funzionare tutto. Il riconoscimento ufficiale di Berlusconi è arrivato più volte, fino alla promessa di prendere casa a L’Aquila, questa estate.

CINA. Le rivolte degli Uiguri nella regione dello Xinjiang hanno impedito al presidente cinese Hu Jintato di partecipare alle sessioni di lavoro del summit. Questo ha avuto due conseguenze: il mancato accordo sul clima (che probabilmente non ci sarebbe stato neppure con Hu presente) e, soprattutto, la scomparsa dall’agenda del vertice della questione monetaria. La Cina ormai ha deciso di reagire alle pressioni per la rivalutazione dello Yuan andando all’attacco: in cambio chiede che si trovi un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Un modo per dire che vorrebbe convertire i propri enormi crediti in moneta americana in qualcos’altro prima che perdano di valore per l’inflazione probabile dopo la crisi o a causa di una persistente svalutazione del dollaro. È un tema di cui molti, a partire dagli europei, sono disposti a discutere, ma serve l’impulso dei cinesi, gli unici con il potere contrattuale sufficiente.

IRAN. L’agenda del summit era soprattutto economica. Ma le elezioni iraniane e la proliferazione nucleare si sono imposti come uno degli argomenti principali. Berlusconi ha tenuto posizioni oscillanti tra la linea dura e «la mano tesa», come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla dichiarazione finale che parla di preoccupazione ma non accenna a misure punitive. Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha ribadito con una forza maggiore rispetto ai giorni precedenti che si è esclusa l’ipotesi delle sanzioni, lasciando intendere che nella gamma delle posizioni presenti nelle discussioni a porte chiuse, l’Italia stava su quelle più dialoganti.

MURDOCH. C’erano due vere incognite in questo G8: le foto di Antonello Zappadu – che non sono uscite – e le domande dei giornalisti stranieri, che non sono arrivate. Berlusconi ha tenuto tre conferenze stampa, due con possibilità di intervenire. La stampa italiana è stata innocua con punte di piaggeria. Le conferenze stampa di Berlusconi si sono sempre chiuse con un applauso. Nessuno dei corrispondenti stranieri più agguerriti nell’ultimo periodo, come Richard Owen del Times di Rupert Murdoch o Miguel Mora del Paìs, ha mai provato ad avvicinarsi al microfono per fare domande. Non è detto che ci sarebbero riusciti – la conferenza stampa finale è stata chiusa appena prima che toccasse a Claudio Tito di Repubblica – ma neppure ci hanno provato. Murdoch, principale indiziato del complotto internazionale antiberlusconiano, ha poi avuto la cortesia di scegliere proprio i giorni del G8 per pagare un milione di sterline per chiudere cause legali dovute a intercettazioni illegali fatte da investigatori privati su richiesta del suo gruppo editoriale News Corp.

OBAMA. Berlusconi ha gestito la presenza di Barack Obama in quello che forse era l’unico modo possibile: lasciandogli la scena. Obama in camicia tra le macerie, Obama che arriva con 3,5 miliardi per l’Africa già pronti mentre Berlusconi deve giustificarsi per i ritardi negli aiuti promessi, Obama che – pur limitandosi alla normale cortesia diplomatica – detta i titoli dei giornali italiani parlando di «eccezionale ospitalità». Berlusconi aveva una sfida davanti: stabilire un rapporto proficuo con il presidente americano dopo otto anni passati a presentarsi come il partner (e l’amico) più affidabile di George Bush. C’è riuscito, anche se il prezzo da pagare è stato ammettere i limiti dell’amministrazione Bush, come quando ha riconosciuto che l’America era cambiata riguardo al clima. Il presidente del Consiglio ha ceduto a Obama la presidenza del Major Economic Forum, uno dei sottovertici più rilevanti, e si è presentato accanto a lui con il podio senza rialzi, accettando il divario fisico e scenografico (quando parlava da presidente del G8, invece, aveva quello con il gradino).
 

RISULTATI. Gli otto sono stati molto abili a presentare come obiettivi raggiunti anche quelli dove è stata fatta solo un’operazione di immagine. I risultati concreti sono stati solo tre: impegno alla chiusura politica dei negoziati sul commercio entro il 2009, innalzamento dai 15 miliardi previsti ai 20 promessi degli aiuti per la sicurezza alimentare e la creazione di un istituto in Australia che coordinerà gli sforzi per la riduzione dell’anidride carbonica. Il foro del G14 sarà sempre affiancato al G8 fino a sostituirlo, probabilmente, in breve tempo. Su tutto il resto niente è stato raggiunto: di crisi si è parlato, ma trascurando i due argomenti più delicati. Cioè la disoccupazione che continuerà a crescere per diversi mesi e la questione monetaria, con la Cina che continua a chiedere lo studio di alternative al dollaro come moneta di riserva mondiale. Sul clima si è assistito a un fallimento quasi completo: a dicembre ci sarà la conferenza internazionale di Copenhagen e le grandi potenze e gli emergenti come Cina e India ancora non hanno concordato quali obiettivi darsi.L’accordo sul limite massimo dei due gradi di aumento della temperatura, pur se privo di ricadute operative, ha permesso di non rivendicare un successo, anche se minimo.

SARKOZY. La scelta di Carla Bruni di visitare L’Aquila da sola e non con le altre first lady le ha attirato le critiche, ormai abituali, di eccesso di protagonismo. Bisogna però capire il contesto: suo marito Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, è stato completamente oscurato da Obama e perfino da Berlusconi e Gordon Brown (la cui moglie teneva un blog per il Guardian nei giorni aquilani). Le apparizioni pubbliche di Carla Bruni sono servite – sia a livello internazionale che soprattutto in Francia – a marcare la differenza francese, a riaffermare una primazia di forma se non di sostanza che sul piano politico Parigi non può più rivendicare in questo genere di vertici.

 STAFF. La squadra di Berlusconi si è molto spesa questa settimana per preparare il giusto clima ed essere pronto nel caso – non improbabile – di qualche gaffe diplomatica. Anche personaggi di solito abituati a stare lontani dal proscenio sono stati visibili e attivi, come Valentino Valentini. I momenti di tensione maggiore erano le conferenze stampa, Paolo Bonaiuti scrutava la platea temendo i giornalisti stranieri. Ma le domande che avrebbero creato problemi non sono arrivate.

13/07/2009 Posted by | Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/9: Pochi soldi e troppa opacità. Le Ong non sono soddisfatte

L’Aquila. «Se dovessi dare un voto da uno a dieci a questo G8 dovrei dire due», Kumi Naidoo è molto critico sul summit che si è chiuso ieri in Abruzzo, anche se riconosce che è stato comunque «un piccolo passo nella giusta direzione». Naidoo, sudafricano, è copresidente del Global Call to Action Against Poverty, un cartello di Organizzazioni non governative che ha inondato il vertice di volantini “Press the G8” per convincere i leader a impegnarsi negli aiuti allo sviluppo. Naidoo ha passato gli ultimi tre giorni nel caldo soffocante della tensostruttura riservata ai giornalisti a concedere interviste, a convocare conferenze stampa improvvisate accanto al tavolo dove le Ong mettevano i loro comunicati e materiali promozionali per spiegare che «questa crisi è una tempesta perfetta, in cui si sono sommate diverse componenti, tutte difficili da gestire. Ma quello che i leader del G8 non hanno capito è che non si può cercare di risolverla a compartimenti stagni: non si tratta di silos da riempire uno dopo l’altro, bisogna agire su più tavoli allo stesso tempo e questo non è successo a L’Aquila». Naidoo cita l’esempio del clima: «Non si può lavorare un giorno sulle strategie anticrisi, il giorno dopo sul clima, e quello dopo sugli aiuti. Incentivare le tecnologie verdi è un modo per creare posti di lavoro, per aiutare l’ambiente e per consentire ai Paesi in via di sviluppo di maturare conoscenze che permettano loro di evitare gli errori di quelli occidentali».
Oxfam, una dei principali attori non governativi sui temi dello sviluppo, non ha gradito il trionfalismo sui numeri. «Stiamo ancora studiando i documenti, ma siamo perplessi: nella nostra dichiarazione parliamo di giochi contabili, perché i soldi annunciati non sembrano essere nuovi stanziamenti, anche se la cifra di venti miliardi è superiore a quanto ci aspettavamo», dice al Riformista Farida Bena, portavoce di Oxfam/ucodep. «Solo quest’anno la crisi economica costa all’Africa 245 miliardi di dollari, si può parlare di stato di emergenza, ma nelle dichiarazione del G8 non c’è traccia del piano di emergenza per reperire i 25 miliardi promessi», si legge nel comunicato.
La crisi sembra aver un po’ offuscato l’agenda del G8 di Glenagles del 2005, quando erano state fatte grandi promesse sul sostegno all’Africa. Anche Berlusconi ha citato la crisi e il terremoto in Abruzzo come giustificazione per non aver rispettato gli impegni presi. «E noi che conosciamo bene la situazione dei rifugiati ci siamo indignati a sentire queste parole», dice Naidoo. L’Italia si è impegnata a saldare con 30 milioni di euro i mancati pagamenti dovuti ma mai effettuati al Fondo globale di prevenzione sanitaria, più la quota di 130 che ancora deve versare. Ma nella Finanziaria 2009 ha ridotto ancora i soldi per la cooperazione e difficilmente farà quello che Oxfam chiede, «un piano di rientro per destinare lo 0,51 per cento del Pil in aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2010». Una giornalista di un’importante agenzia stampa internazionale, a condizione dell’anonimato, spiega: «Berlusconi non è stato credibile in conferenza stampa quando ha provato a giustificarsi per le inadempienza dell’Italia, la sua è stata una tipica risposta da politico che chiarisce nulla. L’Italia ha perso credibilità per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo e Berlusconi non è riuscito a cambiare questa percezione diffusa».
Non è solo una questione di soldi, però. Khumbuzile Zuma, un’attivista sudafricana di End Water Poverty, dice che «avere da mangiare non serve a nulla se poi muori di dissenteria». Perché i venti miliardi promessi dal G8 riguardano la sicurezza alimentare ma nella dichiarazione finale ci sono solo pochi accenni all’acqua. «Il processo iniziato a Hokkaido, nel G8 del 2008, dove finalmente si iniziavano a integrare gli aiuti per assicurare oltre al cibo anche l’acqua, è stato completamente abbandonato dalla presidenza italiana». E «combattere la fame senza fornire acqua potabile è come costruire una casa senza le fondamenta. Dal punto di vista degli africani questo G8 ha senza alcun dubbio fallito».

11/07/2009 Posted by | Articoli | Lascia un commento

Appunti dal G8/8: Venti miliardi di promesse e trucchi contabili

L’Aquila. Dopo aver trattato per due giorni con i Paesi emergenti, che ormai hanno lo stesso peso contrattuale degli otto grandi, ieri è stato il giorno di quello che una volta si sarebbe chiamato Terzo mondo e che di fatto è l’Africa. La formula che raccoglie le inizative annunciate o ribadite è “Global Food Security”, cioè assicurare a tutti l’accesso al cibo. «Abbiamo deciso di aumentare da 15 a 20 miliardi di dollari in tre anni i finanziamenti per la sicurezza alimentare», ha annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla conferenza finale del summit organizzato dall’Italia. Soldi che serviranno per «una strategia complessiva e coordinata per lo sviluppo agricolo sostenibile, mentre si manterrà un forte impegno per assicurare l’assistenza con aiuti alimentari di emergenza», come si legge nella dichiarazione congiunta sottoscritta dal G8, dai Paesi del G5 (quelli più ricchi tra gli emergenti) e dai leader dei vari Paesi africani presenti a L’Aquila, dall’Alegeria all’Angola al Senegal.
La cifra ha un po’ sorpreso le Ong che si aspettavano solo 15 miliardi: secondo l’Ocse ogni anno – sommando tutte le diverse componenti – i Paesi ricchi stanziano cinque miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo. Annunciare quella cifra avrebbe significato quindi ammettere che nessun nuovo stanziamento era previsto. Resta da capire, ora, come verranno ripartiti i soldi aggiuntivi.
Come sempre in queste situazioni, i calcoli non sono facili. La Gran Bretagna dovrebbe contribuire con 1,8 miliardi, gli Stati Uniti e il Giappone con almeno tre, l’Unione europea si fermerà a un miliardo, il Canada riuscirà a trovare 520 milioni e la Spagna 500. Per quanto riguarda l’Italia, la cifra che circolava ieri pomeriggio era di 450 milioni. Ma sono solo stime di cui bisogna fidarsi poco, perché comprendono tanto gli (eventuali) nuovi fondi, che in tempo di crisi sarà politicamente molto difficile giustificare, quanto quelli già approvati e spesso già stanziati. Dal documento di 114 pagine che accompagna la dichiarazione congiunta si apprende, per esempio, che l’Italia tra gennaio 2008 e luglio 2009 per la sicurezza alimentare ha speso solo 2,8 milioni di euro contro i 238 milioni degli inglesi.
La sicurezza alimentare, spiega la dichiarazione congiunta, non passa solo per gli aiuti diretti (o indiretti, attraverso i finanziamenti dei fonti internazionali che si occupano di dossier specifici) ma anche dal libero commercio, cioè dalla riapertura dei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, Wto, che questo G8 dovrebbe aver sbloccato. Berlusconi ha spiegato che: «È fondamentale che i Paesi più poveri possano esportare i loro prodotti qui da noi». Ma nell’anno della crisi sembra difficile ipotizzare una riforma, che si attende da decenni, della Politica agricola comunitaria o delle altre barriere agli scambi internazionali di prodotti agricoli che ostacolano le esportazioni. Rigidità che stanno facendo ripartire «la speculazione – ha detto sempre Berlusconi – sulle materie prime, a cominciare dal petrolio».
L’iniziativa presentata ieri, infatti, non cerca lo sviluppo dell’agricoltura finalizzato all’esportazione (che in passato ha determinato la dittatura della monocoltura), ma mira soprattutto alla sussitenza. Il Programma complessivo per lo sviluppo dell’agricoltura africana (CAADP) «svilupperà e implementerà strategie di sicurezza alimentare basate su solide evidenze scientifiche, consultazioni inclusive, investimenti domestici e indicazioni chiare». Anche se non è stata tra le priorità di questo summit, una delle strategie ribadite nelle riunioni è stata quella del salto tecnologico: i Paesi africani non dovranno percorrere la stessa traiettoria di sviluppo di quelli occidentali, ma arrivare direttamente alle tecnologie verdi. Ma questo dipende più dal settore privato che dagli aiuti pubblici.

11/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/7: La fine di un club

Da ieri il G8, di fatto, non esiste più. “Non so più se mi trovo a un G8, G14, G20 o cosa”, dice il direttore generale del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan in una conferenza stampa a cui partecipa una manciata di giornalisti, a causa del caos organizzativo negli accrediti. Il suo “bad joke”, come lo chiama lui, coglie il senso politico della giornata. Ma la risposta, che chiarisce la natura del summit in corso all’Aquila e anche l’entità della sua ambizione, arriva in quei minuti: gli otto grandi, d’accordo con i principali paesi emergenti, hanno deciso di rendere permanente il foro del G14 all’interno dei vertici del G8. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata: “Il G8 esiste già da anni e ora non è più idoneo a gestire l‘economia mondiale, il G14 potrebbe essere una soluzione che consente una vera dialettica al suo interno e rappresenta le maggiori economie e i maggiori Paesi produttori di anidride carbonica”. Ed è chiaro che se da ora in avanti i capi di governo saranno sempre quattordici, è solo questione di tempo prima che l’etichetta di G8 cada in disuso, così come a suo tempo si era sostituita alla formula temporanea del G7+1 quando era stata cooptata la Russia. Brasile, Cina, India, Sud Africa Messico più, su pressioni anche dell’Italia, anche l’Egitto. “Così nessuno potrà più dire di non essere rappresentato: con l’Egitto ci sarà anche il mondo islamico, mentre il Sud Africa garantiva una rappresentanza africana ma non poteva fare da referente a quella che è una delle aree cruciali nelle relazioni diplomatiche ed economiche attuali”, spiega al Riformista il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che ha lavorato alla preparazione del vertice. “Il passaggio al G14 è un passo importante nella governance economica che potrebbe preludere a un’evoluzione anche in campo politico, credo che i processi di assestamento nelle formule dei summit si svolgeranno in parallelo a una modifica di assetti come quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove prima o poi si supererà lo schema attuale”, dice Urso.

Strauss-Khan ha spiegato perché un G8 senza gli emergenti non ha più senso: “Non è ancora il momento di implementare le exit strategy dalla crisi, ma bisogna cominciare a pensare a come risolvere gli squilibri che le politiche anticrisi stanno aggiungendo a quelli strutturali. Negli Stati Uniti i tassi di risparmio saliranno e questo, combinato con gli effetti della recessione, farà venire meno in modo quasi permanente quella forte domanda di consumi che finora ha trainato l’economia mondiale finora”. Quindi i paesi emergenti che finora hanno visto il loro Pil trascinato al rialzo grazie alle esportazioni, dovranno cominciare a puntare più sulla domanda interna, invece che su quella estera, cambiando il proprio modello di sviluppo. Le conseguenze, anche per quanto riguarda, la regolazione dei tassi di cambio sono che servirà un maggiore coordinamento. E qui si coglie il problema del passaggio al G14: “In questa crisi si è visto il primo vero esempio di politiche di risposta coordinate, tutti hanno sostenuto la domanda, tutti hanno ridotto i tassi di interesse, tutti ora dovranno sostenere il lato dell’offerta”, ha detto Strauss Khan. E questo è stato possibile perché il nucleo forte del G8 è stato compatto all’interno del G20: incentivare la cooperazione allargata a 14 è un passo in più verso il consolidamento della formula a 20 (tutti, qui all’Aquila, continuano a citare il G20 di Pittsburgh in settembre come l’ennesimo appuntamento decisivo). Il rischio per il G8 è quindi quello di avere gli stessi problemi dell’Unione europea, un’espansione potenzialmente illimitata che impedisce di fissare confini. Già ieri, oltre ai quattordici, c’erano anche Indonesia e Corea del Sud e, contando tutte le bandiere esposte all’ingresso del Media Village di Coppito si arriva a trenta. I corrispondenti spagnoli, dal prato all’interno al Village, hanno subito dedicato lunghe corrispondenze alla fine della “cumbre” degli otto che finora li ha esclusi (e questa è la prima volta che, invitati proprio dai cugini rivali d’Italia, la delegazione spagnola partecipa al summit). Perché se nel G14 c’è perfino un Paese in via di sviluppo come l‘Egitto, sarà sempre più difficile tenere fuori la Spagna.

L’allargamento senza fine piace molto alle Ong che vorrebbero un summit dove tutti sono rappresentati, come la sterminata (e quasi senza poteri) assemblea generale dell’Onu che si riunirà a settembre. “Ci vorrebbe un G162, non si andrà da nessuna parte finché pochi possono decidere il destino di tutti gli altri”, dice un volontario della Global Coalition against Poverty, la più efficace Ong (un ombrello che ne racchiude diverse, in realtà) all’Aquila, con la campagna “Press the G8”, e ha perfino convinto Berlusconi a presentare le proprie richieste in un documento che il presidente del Consiglio ha distribuito a cena ai colleghi mercoledì sera. Eppure proprio le Ong potrebbero trovarsi ora in difficoltà: un conto è andare allo scontro con i Paesi ricchi e avidi che non finanziano la lotta alla malaria o non condonano il debito di stati poverissimi. Tutt’altra cosa attaccare un G14 dove ci sono due Paesi africani e i tre campioni degli ex-poveri, Brasile, India e Cina.

Mentre si discute molto di governance, però, sui dossier non si ottengono risultati definitivi: c’è il rischio che il nuovo Istituto mondiale per catturare l’anidride carbonica annunciato dal premier australiano Kevin Rudd e da Obama nel pomeriggio – uno dei pochi progetti concreti – serva a poco, visto che la Cina si sfila dall’accordo sul clima, smentendo così l’auspicio di Berlusconi (“meglio un accordo di minima con tutti che impegni ambiziosi che chiedono sacrifici solo ai Paesi occidentali”), l’Onu parla di “grande occasione mancata”. E i cinesi ribadiscono il loro intento di creare un’alternativa al dollaro come valuta di riserva globale, mentre sugli aiuti ai Paesi poveri le Ong devono arrendersi all’evidenza che dei sessanta miliardi di euro promessi non c’è traccia. Unico vero risultato politico della giornata: i leader del G14 si sono impegnati a organizzare un meeting dei ministri del commercio prima del G20 di Pittsburgh, a settembre, per arrivare al summit con un accodo su quella che Urso definisce la “chiusura politica” dei negoziati della Wto aperti a Doha nel 2001. Poi arriverà la chiusura effettiva all’inizio del 2010. Resta una perplessità: davvero c’è bisogno di un vertice internazionale al mese? “La governance della globalizzazione è sempre più complessa e niente è efficace come un incontro faccia a faccia”, risponde Strauss Khan.

10/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento