Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

l fiammingo che sognava la concorrenza e smontò l’Iri


A 67 anni è morto in un incidente domestico «un grande europeista», come l’ha chiamato Barroso. Prima di Mario Monti ha trasformato la direzione generale al Mercato interno in un pilastro della politica comunitaria. Avrebbe voluto un’autorità mondiale, ma si è dovutto accontentare di potenziare quelle nazionali. Con il ministro Andreatta ha firmato l’accordo del 1993 che ha dato inizio alle privatizzazioni italiane.

vanmiert

La sua morte è stata un’incidente, una caduta dalle scale, ma la scomparsa di Karel van Miert è il simbolo della crisi di un’idea e di una politica. L’idea che l’Europa politica si costruisca con la concorrenza e con lo strumento della politica antitrust. «La politica della concorrenza è forse lo strumento migliore di cui disponiamo per integrare le economie nazionali», diceva.

Belga, fiammingo, segretario del partito socialista e vicepresidente dell’Internazionale, grande sportivo, van Miert è morto a sessantasette anni e fin da quando ne aveva venti e studiava scienze diplomatiche diceva di essere «predestinato alla Commissione», su cui ha fatto anche la tesi di laurea. E così è stato. Il presidente della Commissione, José Barroso, ieri lo ha definito «un grande europeista». Ma per gli italiani è stato molto di più: una sponda e un pungolo indispensabile per quella minoranza che, a partire da Beniamino Andreatta, all’inizio degli anni Novanta voleva guidare l’Italia verso l’Europa, dopo aver scampato il collasso nel 1992.

Van Miert entra nella Commissione nel 1973, prima faceva l’assistente universitario a Bruxelles. Breve carriera e diventa commissario, prima a trasporti, credito e investimenti, poi dal 1993 alla Concorrenza, con Jaques Delors e Jacques Santer. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993 il ministro degli Esteri del governo di Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta, arriva a un’intesa con van Miert che cambierà l’economia italiana più di quella con i sindacati per la quale il mese è ricordato. «Quell’accordo è stato un potente acceleratore delle privatizzazioni. Ed entrambi i contraenti erano ben felici di essersi vincolati, uno di obbligare, l’altro a essere obbligato al rigore contabile», spiega Benedetto della Vedova, deputato radicale nel Popolo della libertà. Questo il contenuto: l’Italia si impegnava a privatizzate l’Iri, ma senza ripianare i debiti delle società controllate dalla holding a capo dell’imprenditoria pubblica. Perché l’Europa non ammetteva che un’azienda fosse al cento per cento di proprietà dello Stato e neppure che questo si accollasse le sue passività, operazione equivalente a un aiuto con denaro dei cittadini che distorce la concorrenza. In cambio la Commissione garantiva una certa flessibilità sui tempi e modi dell’operazione. Risultato: nel 2000 l’Iri smette di esistere lasciando lo Stato in attivo di oltre 20mila miliardi di lire. Nel frattempo il processo di privatizzazione ha innescato quello di liberalizzazione. «Van Miert è stato un interlocutore indispensabile per chi in Italia voleva superare il sistema delle partecipazioni statali», spiega Michele Polo, docente di Economia industriale alla Bocconi.

Ma è stato soprattutto a livello europeo che van Miert ha lavorato per sviluppare quei principi di tutela del libero mercato già presenti nel Trattato di Roma del 1957. La sua azione si è mossa su due livelli: trasferire responsabilità alle autorità garanti della concorrenza a livello nazionale e provare a costruire un sistema di antitrust globale, in risposta alla globalizzazione che unisce i mercati. «Le autorità antitrust nazionali sono state messe in condizione di applicare buona parte delle regole europee, un processo avviato da van Miert e completato nel mandato del suo successore, Mario Monti», dice il professor Stefano Riela, che oggi insegna alla Bocconi e all’Ispi di Milano ma alla fine degli anni Novanta lavorava a Bruxelles, alle dipendenze di Van Miert. A livello internazionale – dice Riela – «van Miert ha cominciato a chiedere in sede Ocse un maggiore coordinamento internazionale sulla tutela della concorrenza, poi ha spinto molto perché fosse la Wto, l’organizzazione mondiale del Commercio, a occuparsene. Ma non ha funzionato, il fallimento del vertice di Seattle, nel 1999, ha segnato l’inizio di una fase di stallo della Wto che di fatto dura ancora oggi, e i campioni nazionali che van Miert pensava fossero scomparsi per sempre stanno tornando».
Nel 1997 il commissario si impegna in una battaglia transatlantica che, per ambizioni culturali e politiche, è seconda solo a quella di Mario Monti contro Microsoft. Le due compagnie americane Boeing e McDonnel Douglas si vogliono fondere. Sembrerebbe una questione tutta americana, ma ha ricadute europee: la McDonnel ha gran parte del suo fatturato nel settore militare, con le commesse del Governo. Una volta fusa con Boing, accusa van Miert, quei soldi finirebbero per distorcere la concorrenza nella produzione di aerei civili: i jumbo di Boing risulterebbero di fatto sussidiati dal contribuente americano a scapito dell’unico concorrente mondiale, cioè l’europea Airbus, che invece non ha commesse militari. Alla fine vince van Miert: la McDonnel si impegna a ridurre progressivamente a zero la produzione per il governo.
Poi il commissario belga, che ricordava spesso come la sua carica fosse seconda per importanza solo a quella del presidente, si è occupato di trasporti, di energia, di nuovo di aerei (intervenendo nella joint venture tra Alitalia e KLM che nascondeva un monopolio su alcune rotte decisive, progetto poi saltato), e di telecomunicazioni. C’è lui dietro il regolemento europeo – che a differenza delle direttive è immediatamente esecutivo – che impone la liberalizzazione dell’ultimo miglio della rete, per consentire la concorrenza nella telefonia fissa. «Aveva un approccio trasversale, promueva anche liberalizzazioni in settori in cui non aveva un ruolo politico diretto», spiega Riela. Ha sostenuto anche la battaglia per la liberalizzazione del calciomercato, difendendo la sentenza a favore del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dal 1995 i calciatori possono svincolarsi a parametro zero dalle società.

«I successori di van Miert, prima Mario Monti e oggi Neelie Kroes, hanno qualificato l’attività dell’antitrust in un senso più moderno, anche perché il mercato interno si era consolidato e quindi si ponevano maggiori problemi a livello internazionale», dice il professor Polo. Ma entrambi hanno beneficiato dell’eredità di van Miert, soprattutto quella di aver trasformato la direzione generale alla Concorrenza nel vero strumento operativo della volontà europeista, unica leva per agire direttamente in campo economico insieme alla politica monetaria affidata alla Banca centrale europea. Monti, nella logica del suo predecessore, ha speso quel capitale politico per affrontare la Microsoft in una sfida simile a quella di van Miert con la Boeing. Anche la Kroes ha cercato la sua battaglia atlantica, con la multa di poche settimane fa all’Intel, ma a molti osservatori è sembrato solo un remake: questa volta gli unici danneggiati dalle pratiche aggressive dell’Intel erano alcuni concorrenti nella fornitura di microchip e – forse – i clienti finali. Le battaglie di van Miert e Monti erano invece tra sistemi economici, per affermare che nel mondo c’erano due istituzioni che contavano davvero nell’antitrust: la Commissione e il dipartimento di giustizia americano.
Scaduto il mandato – e toccato da una storia di tangenti in Belgio – van Miert aveva promesso di trasformare l’hobby del giardinaggio in un’occupazione ha tempo pieno. Ma non l’ha fatto. Secondo il calcolo di Business Week, quando ieri è morto van Miert ricopriva sedici cariche in multinazionali come Vivendi e Philips e dal 2005 si occupava, sempre per l’Unione, di infrastrutture ferrovviarie.

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25/06/2009 - Posted by | Articoli | , ,

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