Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Il nuovo libro di Franco Bruni: l’acqua e la spugna

Questa è la mia minirecensione di un libro, “L’acqua e la spugna”, che ne avrebbe meritata una più lunga, l’ultimo di Franco Bruni. Che non è solo il professore che mi ha proclamato dottore, ma uno dei saggisti più brillanti che ho letto di recente. Un libro che per la politica monetaria è quello che “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù è per le relazioni internazionali. Due libri agili, scritti benissimo e illuminanti che consiglio.

 

Ieri la Federal Reserve ha confermato la politica del tasso zero e la Banca centrale europea ha annunciato un prestito da record alle banche (442 miliardi di euro per 12 mesi). Franco Bruni – che ieri con Lorenzo Bini Smaghi, Fabrizio Saccomanni, Dario Di Vico, Giuliano Amato e Giampaolo Galli – ha presentato a Roma il libro “L’acqua e la spugna”(Egea, 192 pp., 15 euro), mette in guardia, come dice il sottotiolo, da “I guasti della troppa moneta”. Bruni è un monetarista della Bocconi, ha studiato con Franco Modigliani e oggi si occupa soprattutto di vigilanza. Spiega: «La politica monetaria stava uscendo dal dibattito sulla crisi. Si parlava di tassi di interesse, certo, di responsabilità dei banchieri centrali (soprattutto Alan Greenspan) e di riforme della regolazione. Ma poco delle regole, del modo di fare politica monetaria, di come agire. E soprattutto si parlava poco di moneta».

Nel libro Bruni sceglie un approccio non dogmatico, ma vicino a quello dei monetaristi classici, come Milton Friedman: la moneta è un bene che ha un prezzo (il tasso di interesse). Quindi è giusto trattarla come tale. Si può aumentare l’offerta, facendone scendere il prezzo, o cercare di renderla più costosa – aumentando i tassi – nella speranza che ne diminuisca la domanda. Il successo di Paul Volker, il governatore della Fed che negli anni Ottanta ha sconfitto l’inflazione americana, dimostra che intervenire sulla quantità può essere molto efficace. Il problema è che l’innovazione finanziaria ha creato un sistema di produzione di moneta parallelo, «un’umiliazione per i banchieri centrali», secondo Mario Draghi. Denaro creato cartolarizzando mutui e poi impacchettando le cartolarizzazioni in altri titoli che possono essere usati come garanzia per ottenere altro denaro o semplicemente venduti. Controllare la quantità di moneta è quindi diventato più difficile e le banche centrali, che si sono emancipate dalla politica, «forse sono cadute nelle braccia dei mercati», suggerisce Bruni. Sono state un po’ complici della crisi, quindi, anche perché non avevano – finora – poteri di vigilanza per intervenire su banche e istituzioni finanziarie (le riforme americane ed europee in discussione dovrebbero attribuire nuovi poteri a Fed e Bce). Quindi due cambiamenti sono necessari, secondo Bruni: considerare i rischi sistemici nella politica monetaria e sviluppare un coordinamento, almeno tra Europa e America, che eviti le tensioni nel mercato dei cambi che hanno contribuito a generare la crisi.

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25/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Obiettivo numero uno: dimostrare che il G8 ha ancora una ragione

Agenda. Sarà soprattutto economica (dal global standard al De-tax) ma ci saranno questioni politiche che si imporranno. A partire dal dossier Iran, che ha declinato la partecipazione al vertice di Trieste.

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Silvio Berlusconi presenterà il G8 dell’Aquila lunedì, a Napoli. A bordo della nave MSC Fantasia, ormeggiata nel porto, spiegherà l’agenda, le ambizioni e le caratteristiche del summit che comincia l’otto luglio in Abruzzo. Un discorso atteso dai soggetti coinvolti nei vari dossier che ritengono possibile un colpo di scena, un annuncio a sorpresa, forse proprio su uno dei temi in cui l’Italia si annuncia più debole nel confronto con gli altri grandi: l’aiuto allo sviluppo.

I propositi

«La logistica è complessa, stiamo ancora cercando di risolvere alcuni aspetti critici», spiega una fonte impegnata nei preparativi.
Il lavoro diplomatico che è cominciato «prima del G8 giapponese, nel luglio 2008», dicono dalla Farnesina, si è ormai concluso, almeno per quanto riguarda i compiti degli sherpa, i tecnici che hanno lavorato alle bozze dei documenti che poi i leader discuteranno. Spiega l’ambasciatore Giuseppe Massolo, segretario generale del ministero degli Esteri e sherpa della presidenza italiana 2009, che l’ambizione del vertice è di «promuovere l’agenda globale». Un’espressione che, fuori dal gergo diplomatico, significa soprattutto cominciare a immaginare il mondo dopo la crisi finanziaria. A Londra, nel G20 di aprile che ha coinciso con il primo intervento europeo di Barack Obama da presidente americano, la priorità era salvare la finanza mondiale: banche, protezionismo, emergenza sociale. Questa volta si discuterà soprattutto di governance, cioè di come deve essere governato il mondo dopo la Grande recessione, e di come evitare la prossima crisi. Il piano Obama per riformare l’architettura della regolazione e della supervisione finanziaria in America e l’accordo raggiunto al Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dell’Unione europea sono la condizione per cominciare a discutere di altro. Gli obiettivi italiani sono due: il Global standard, la carta dei principi nell’agire economico e soprattutto finanziari, a cui sta lavorando da mesi il ministro del Tesoro Giulio Tremonti con un gruppo di tecnici. Poi il progetto di De-Tax, uno «strumento non coattivo di sostegno finanziario allo sviluppo attraverso la partecipazione diretta dei cittadini», come l’ha definita Tremonti. Una formula con cui il Governo rinuncia a una parte di Iva negozi, aziende, supermercati che si impegnano a legare il proprio marchio a iniziative di cooperazione allo sviluppo. I soldi «liberati dalla rinuncia fiscale», oltre a quelli donati dai venditori che decidono di farlo, finiranno in un Fondo speciale che finanzierà «progetti di cooperazione, realizzati dalle iniziative etiche colelgate a favore dei paesi poveri», come ha spiegato Tremonti in un testo contenuto nel volume “Il mondo che verrà”, a cura di Pino Buongiorno, appena pubblicato da Università Bocconi editore (422 pagine, 19 euro).

I dossier

Oltre a questi due obiettivi, il summit dell’Aquila ne ha uno più ambizioso e generale: dimostrare che il G8 ha ancora un senso. Il dibattito sulla governance internazionale oscilla tra la necessità di allargare il dibattito a tutti i paesi emergenti (soluzione G20) e quella di restringerlo ai due attori che più hanno bisogno di concordare le loro politiche, soprattutto economiche, il G2 Cina Stati Uniti. «Questa potrebbe essere l’ultima occasione per l’Italia di trovarsi alla guida di un vertice con una rilevanza internazionale, prima di diventare solo uno dei tanti nell’allargamento a venti», spiega una fonte. All’Aquila, però, non si potevano escludere i paesi emergenti, anche perché l’Italia ha fatto dell’impegno verso l’Africa uno dei cardini della propria presidenza. Si è trovata quindi la formula del G8+5. Aveva iniziato Tony Blair, nel 2005 a Glenagles (il summit ricordato per il contemporaneo attentato a Londra), a coinvolgere Cina, Brasile, India, Messico e Sud Africa. L’Italia ha deciso, seguendo una strategia diplomatica in atto da tempo, di inserire anche l’Egitto, partner indispensabile per una politica mediterranea. La prima giornata servirà a trovare la compattezza tra gli otto paesi più industrializzati per affrontare meglio il secondo giorno di vertice, quando si riunirà il cosiddetto Major economy forum, con i grandi Paesi in via di sviluppo, copresieduto da Obama e Berlusconi. Obiettivo: elaborare una piattaforma d’accordo sul clima, per definire gli impegni delle grandi economie (e di quelle minori ma inquinanti), da presentare al segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, all’annuale Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà in settembre. Proprio il clima sarà uno dei dossier più complicati, perché la scadenza del 2012, quando scadrà il protocollo di Kyoto si avvicina. A dicembre ci sarà la conferenza di Copenhagen e tutti, a partire dall’Europa, stanno aspettando di capire quanto Obama sia davvero disposto a concedere.

Il tema degli aiuti allo sviluppo sarà affrontato, sia nella sua componente tradizionale (gli aiuti dai ricchi ai poveri) che in quello commerciale: dopo la visita a Washington, Berlusconi ha preso l’impegno esplicito a lavorare per la conclusione del Doha round, i negoziati aperti nel 2001 e in stallo da oltre un anno. La presenza all’Aquila di Pascal Lamy, segretario generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, è la premessa per cercare di trsformare il G8 nella sede istituzionale in cui si trova il consenso politico (e ancora una volta dipende in gran parte da Obama) per arrivare a una conclusione entro fine anno.

La politica

Anche se l’agenda sarà soprattutto economica – e fissare l’agenda è uno dei compiti della presidenza, cioè dell’Italia – ci saranno questioni politiche che si imporranno. A partire dall’Iran, che ha declinato la partecipazione al G8 di Trieste, il cui futuro sarà uno dei temi trasversali in tutti i vertici. Sia per quanto riguarda la repressione della protesta che per il tema della proliferazione nucleare. Non è però affatto sicuro che nel comunicato finale possa esservi contenuto qualcosa di esplicito a questo proposito. Si parlerò molto anche del futuro dell’AfPak, l’arconimo che identifica la regione di Afghanistan e Pakistan, e di Russia, sia per il suo possibile ingresso nella Wto che per le questioni energetiche e le nuove tensioni con l’Ucraina.
Alla Farnesina sono abbastanza sicuri che le inchieste di Bari e i resoconti delle feste di Berlusconi a palazzo Grazioli, riprese dalla stampa internazionale anche in questi giorni, non dovrebbero compromettere l’efficacia del vertice. Per almento due ragioni: il lavoro preliminare è già stato fatto e quasi tutti i leader ragionano sul medio termine. Ma è anche vero che la diplomazia del G8, per come è stata impostata la diplomazia di questo genere di vertici a partire dagli anni Novanta, molto si basa sulla «diplomazia del caminetto» (così la chiamava Franklin Roosevelt), gli incontri informali tra i capi di governo e il feeling che c’è tra loro. L’incontro a Washington con Obama fa sperare a Berlusconi che l’atmosfera intorno al caminetto non sarà troppo fredda.

(1. continua)

 

25/06/2009 Posted by | Articoli | , , , | Lascia un commento

l fiammingo che sognava la concorrenza e smontò l’Iri

A 67 anni è morto in un incidente domestico «un grande europeista», come l’ha chiamato Barroso. Prima di Mario Monti ha trasformato la direzione generale al Mercato interno in un pilastro della politica comunitaria. Avrebbe voluto un’autorità mondiale, ma si è dovutto accontentare di potenziare quelle nazionali. Con il ministro Andreatta ha firmato l’accordo del 1993 che ha dato inizio alle privatizzazioni italiane.

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La sua morte è stata un’incidente, una caduta dalle scale, ma la scomparsa di Karel van Miert è il simbolo della crisi di un’idea e di una politica. L’idea che l’Europa politica si costruisca con la concorrenza e con lo strumento della politica antitrust. «La politica della concorrenza è forse lo strumento migliore di cui disponiamo per integrare le economie nazionali», diceva.

Belga, fiammingo, segretario del partito socialista e vicepresidente dell’Internazionale, grande sportivo, van Miert è morto a sessantasette anni e fin da quando ne aveva venti e studiava scienze diplomatiche diceva di essere «predestinato alla Commissione», su cui ha fatto anche la tesi di laurea. E così è stato. Il presidente della Commissione, José Barroso, ieri lo ha definito «un grande europeista». Ma per gli italiani è stato molto di più: una sponda e un pungolo indispensabile per quella minoranza che, a partire da Beniamino Andreatta, all’inizio degli anni Novanta voleva guidare l’Italia verso l’Europa, dopo aver scampato il collasso nel 1992.

Van Miert entra nella Commissione nel 1973, prima faceva l’assistente universitario a Bruxelles. Breve carriera e diventa commissario, prima a trasporti, credito e investimenti, poi dal 1993 alla Concorrenza, con Jaques Delors e Jacques Santer. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993 il ministro degli Esteri del governo di Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta, arriva a un’intesa con van Miert che cambierà l’economia italiana più di quella con i sindacati per la quale il mese è ricordato. «Quell’accordo è stato un potente acceleratore delle privatizzazioni. Ed entrambi i contraenti erano ben felici di essersi vincolati, uno di obbligare, l’altro a essere obbligato al rigore contabile», spiega Benedetto della Vedova, deputato radicale nel Popolo della libertà. Questo il contenuto: l’Italia si impegnava a privatizzate l’Iri, ma senza ripianare i debiti delle società controllate dalla holding a capo dell’imprenditoria pubblica. Perché l’Europa non ammetteva che un’azienda fosse al cento per cento di proprietà dello Stato e neppure che questo si accollasse le sue passività, operazione equivalente a un aiuto con denaro dei cittadini che distorce la concorrenza. In cambio la Commissione garantiva una certa flessibilità sui tempi e modi dell’operazione. Risultato: nel 2000 l’Iri smette di esistere lasciando lo Stato in attivo di oltre 20mila miliardi di lire. Nel frattempo il processo di privatizzazione ha innescato quello di liberalizzazione. «Van Miert è stato un interlocutore indispensabile per chi in Italia voleva superare il sistema delle partecipazioni statali», spiega Michele Polo, docente di Economia industriale alla Bocconi.

Ma è stato soprattutto a livello europeo che van Miert ha lavorato per sviluppare quei principi di tutela del libero mercato già presenti nel Trattato di Roma del 1957. La sua azione si è mossa su due livelli: trasferire responsabilità alle autorità garanti della concorrenza a livello nazionale e provare a costruire un sistema di antitrust globale, in risposta alla globalizzazione che unisce i mercati. «Le autorità antitrust nazionali sono state messe in condizione di applicare buona parte delle regole europee, un processo avviato da van Miert e completato nel mandato del suo successore, Mario Monti», dice il professor Stefano Riela, che oggi insegna alla Bocconi e all’Ispi di Milano ma alla fine degli anni Novanta lavorava a Bruxelles, alle dipendenze di Van Miert. A livello internazionale – dice Riela – «van Miert ha cominciato a chiedere in sede Ocse un maggiore coordinamento internazionale sulla tutela della concorrenza, poi ha spinto molto perché fosse la Wto, l’organizzazione mondiale del Commercio, a occuparsene. Ma non ha funzionato, il fallimento del vertice di Seattle, nel 1999, ha segnato l’inizio di una fase di stallo della Wto che di fatto dura ancora oggi, e i campioni nazionali che van Miert pensava fossero scomparsi per sempre stanno tornando».
Nel 1997 il commissario si impegna in una battaglia transatlantica che, per ambizioni culturali e politiche, è seconda solo a quella di Mario Monti contro Microsoft. Le due compagnie americane Boeing e McDonnel Douglas si vogliono fondere. Sembrerebbe una questione tutta americana, ma ha ricadute europee: la McDonnel ha gran parte del suo fatturato nel settore militare, con le commesse del Governo. Una volta fusa con Boing, accusa van Miert, quei soldi finirebbero per distorcere la concorrenza nella produzione di aerei civili: i jumbo di Boing risulterebbero di fatto sussidiati dal contribuente americano a scapito dell’unico concorrente mondiale, cioè l’europea Airbus, che invece non ha commesse militari. Alla fine vince van Miert: la McDonnel si impegna a ridurre progressivamente a zero la produzione per il governo.
Poi il commissario belga, che ricordava spesso come la sua carica fosse seconda per importanza solo a quella del presidente, si è occupato di trasporti, di energia, di nuovo di aerei (intervenendo nella joint venture tra Alitalia e KLM che nascondeva un monopolio su alcune rotte decisive, progetto poi saltato), e di telecomunicazioni. C’è lui dietro il regolemento europeo – che a differenza delle direttive è immediatamente esecutivo – che impone la liberalizzazione dell’ultimo miglio della rete, per consentire la concorrenza nella telefonia fissa. «Aveva un approccio trasversale, promueva anche liberalizzazioni in settori in cui non aveva un ruolo politico diretto», spiega Riela. Ha sostenuto anche la battaglia per la liberalizzazione del calciomercato, difendendo la sentenza a favore del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dal 1995 i calciatori possono svincolarsi a parametro zero dalle società.

«I successori di van Miert, prima Mario Monti e oggi Neelie Kroes, hanno qualificato l’attività dell’antitrust in un senso più moderno, anche perché il mercato interno si era consolidato e quindi si ponevano maggiori problemi a livello internazionale», dice il professor Polo. Ma entrambi hanno beneficiato dell’eredità di van Miert, soprattutto quella di aver trasformato la direzione generale alla Concorrenza nel vero strumento operativo della volontà europeista, unica leva per agire direttamente in campo economico insieme alla politica monetaria affidata alla Banca centrale europea. Monti, nella logica del suo predecessore, ha speso quel capitale politico per affrontare la Microsoft in una sfida simile a quella di van Miert con la Boeing. Anche la Kroes ha cercato la sua battaglia atlantica, con la multa di poche settimane fa all’Intel, ma a molti osservatori è sembrato solo un remake: questa volta gli unici danneggiati dalle pratiche aggressive dell’Intel erano alcuni concorrenti nella fornitura di microchip e – forse – i clienti finali. Le battaglie di van Miert e Monti erano invece tra sistemi economici, per affermare che nel mondo c’erano due istituzioni che contavano davvero nell’antitrust: la Commissione e il dipartimento di giustizia americano.
Scaduto il mandato – e toccato da una storia di tangenti in Belgio – van Miert aveva promesso di trasformare l’hobby del giardinaggio in un’occupazione ha tempo pieno. Ma non l’ha fatto. Secondo il calcolo di Business Week, quando ieri è morto van Miert ricopriva sedici cariche in multinazionali come Vivendi e Philips e dal 2005 si occupava, sempre per l’Unione, di infrastrutture ferrovviarie.

25/06/2009 Posted by | Articoli | , , | Lascia un commento