Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Verso la manovrina d’estate: il governo sogna di evitare il disastro di settembre


Il Governo prova ad arginare la disoccupazione d’autunno intervenendo adesso. Crollano gli ordinativi, Confindustria dice che il problema vero è il carico fiscale sul lavoro.

Spesa pubblica

Il Governo lavora al decreto che verrà presentato al Consiglio dei ministri venerdì prossimo. Molto è ancora da decidere: non si sa ancora se sarà davvero presentato in quell’occasione lo scudo fiscale. Il provvedimento che consente di rimpatriare capitali esportati per eludere il fisco potrebbe essere rimandato. Ma il significato politico dell’intervento dovrebbe essere negli altri due provvedimenti: il premio alle imprese che non licenziano, proposto dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, e la detassazione degli utili reinvestiti per le aziende, che invece è voluta dal ministro Giulio Tremonti. Provvedimenti che derivano dalla consapevolezza che a settembre la crisi peggiorerà, soprattutto per quando riguarda la disoccupazione. I dati di ieri dell’Istat indicano la gravità della situazione: ad aprile la produzione è crollata del 22 per cento e gli ordinativi del 32 per cento rispetto al 2008.

Con il nuovo provvedimento dopo il decreto di fine anno a sostegno delle famiglie e quello di inizio 2009 per «i settori industriali in crisi», il Governo prova a dare una scossa al sistema economico prima dell’estate, nella speranza di infondere un po’ di ottimismo e rendere meno duro l’autunno. «Altri hanno fatto di più – ha detto ieri Tremonti – noi per fortuna abbiamo fatto di meno, abbiamo fatto bene a non fare tanto e stupidamente. Noi abbiamo cercato di tenere più a posto che potevamo i conti pubblici, di investire quanti più fondi pubblici in ammortizzatori sociali e tenere aperti i canali del credito». Finora il Governo ha aggiunto solo 2,3 miliardi di euro per combattere la crisi, tutto il resto (17,8 miliardi di investimenti complessivi) è stato uno spostamento di fondi già stanziati. Lo calcola Ernst&Young in un documento che verrrà presentato nei prossimi giorni (insieme alla rivista Formiche), dove si arriva alla conclusione che «l’amplificarsi dei problemi strutturali dell’economia e dei deficit di bilancio sposterà progressivamente l’attenzione sull’esigenza di riforme sistemiche». E lo ha detto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ieri: «Mai come ai nostri tempi il potenziale di crescita di un paese avanzato è dipeso dalle conoscenze e dalle competenze dei suoi abitanti e per tornare a crescere bisogna reinvestire in questa direzione».

Prima di arrivare alle riforme, però, il governo vuole arginare i danni immediati che la crisi sta provocando. La detassazione degli utili reinvestiti, la cosiddetta norma Tremonti-ter, risponde alle esigenze di Confindustria. «Sappiamo che c’è un problema di limiti di bilancio, però è anche vero che nel medio termine dobbiamo ragionare per abbassare questa pressione fiscale», ha detto ieri la presidente Emma Marcegaglia, dopo la diffusione del dato Eurostat: l’Italia è al primo posto per carico fiscale sul lavoro, il 44 per cento del costo totale. Il problema più grave, sostiene la Marcegaglia, è che la zavorra fiscale rischia di impedire alle imprese di agganciare la ripresa, quando arriverà: «Siamo quelli che hanno la pressione fiscale più alta sul lavoro e sul capitale, è chiaro che se vogliamo parlare di competitività e di ripartenza dell’economia, quello della pressione fiscale è un problema molto serio». Detassare gli utili reinvestiti, però, non basterà a risolvere il problema. Spiega Maria Cecilia Guerra, docente di Scienza delle finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia: «C’è stato un monitoraggio accurato sulle due precedenti manovre analoghe di Tremonti, si è visto che servono soprattutto ad anticipare investimenti già previsti, piuttosto che a stimolarne di nuovi. Oggi le imprese investono poco non perché non abbiano i soldi, ma perché c’è una crisi di domanda, e quindi temono di non riuscire a vendere i prodotti».

Per il Governo la priorità è limitare l’impatto sociale della recessione. L’altro elemento portante del decreto è stato quindi discusso con i sindacati e parte dal ministero del Welfare. Il ministro Sacconi ha però già spiegato che si tratterà di una «misura a costo zero». I dettagli non ci sono ancora. La logica dovrebbe essere quella di facilitare il reimpiego dei lavoratori di aziende in difficoltà senza pesare sulle casse pubbliche. Le imprese che assumono un lavoratore in cassaintegrazione beneficiano del sussidio, che passa dal dipendente all’azienda. Non vengono aggiunti soldi, cambiano solo destinatario. Anche perché finora il dibattito interno al Governo è stato soprattutto come evitare di dover raccogliere nuove risorse. Cioè come evitare di alzare le tasse. La fermezza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi su questo punto (le tasse non si alzano) combinata con la prudenza contabile di Tremonti (non possiamo dissestare i bilanci pubblici) ha determinato quello 0,3 per cento di Pil impegnato contro la crisi che mette l’Italia in fondo alla classifica dell’interventismo. In testa c’è la Spagna con l’8,1. L’utilizzo dello scudo fiscale dovrebbe servire a superare questo stallo. In attesa di capire quali saranno le modalità, in tanti stanno facendo i calcoli: nel 2003 un condono con un’aliquota del 2,5 per cento (pagando quella percentuale l’evasore riportava in Italia i capitali sottratti al fisco senza rischiare sanzioni) ha riportato 80 miliardi di euro, e due miliardi sono finiti nelle casse dello Stato.

Questa volta, se l’aliquota sarà compresa tra il 4 e l’8 per cento, per ottenere un effetto analogo si dovrebbero muovere almeno 150 miliardi, obiettivo difficile. Ma bisogna considerare anche il clima culturale: è molto probabile che al G8 italiano di luglio venga ribadito l’impegno nella lotta contro i paradisi fiscali, e i condoni un po’ alludono ai paradisi fiscali. La prospettiva di un inasprimento delle sanzioni per chi fa ricorso ai paradisi offrirebbe la giustificazione politica per lo scudo di cui si è cominciato a parlare proprio all’epoca del G20 di aprile a Londra, dove si è molto discusso del tema. Il timore di sanzioni più dure potrebbe compensare l’effetto di aliquote più alte. L’obiettivo di Tremonti è rimettere in circolo denaro oggi parcheggiato su conti svizzeri o lussemburghesi, nella speranza che si traduca in consumi, investimenti e stipendi. «Lo scudo fiscale in un momento in cui c’è bisogno di rimettere capitali nelle imprese e c’è bisogno anche di avere sottoscrizione di debito pubblico, può essere una delle logiche concordata con l’Europa», ha detto ieri Emma Marcegaglia.

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23/06/2009 - Posted by | Articoli | , , ,

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