Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Così la crisi uccide le imprese: il caso Idrobenne


A febbraio i clienti di Paolo Piccinelli smettono di pagare, lo Stato non eroga gli incentivi alla ricerca ma pretende l’Irap. Ora l’estate: ad agosto l’economia si ferma e a settembre – forse – dovrà licenziare. Ma i dipendenti sono amici e parenti.

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Per settembre Paolo Piccinelli ha ricevuto un invito e una richiesta da un suo operaio. L’invito al matrimonio e la richiesta di resistere e non licenziarlo prima delle nozze, perché la coppia sta cercando di costruire casa. «Ho 18 operai in cassaintegrazione, a luglio diventerà cassaintegrazione straordinaria, se si continua così a settembre temo che dovrò mettere in mobilità e licenziare», spiega al Riformista Piccinelli, che ha deciso di rendere pubblica l’agonia della sua impresa, scrivendo ai giornali. Repubblica ha pubblicato la sua lettera.

Perché la storia dell’Idrobenne è quella di un’azienda come decine di altre che negli ultimi decenni hanno reso la Lombardia la regione più ricca d’Italia. Ma è anche una storia che riassume i pericoli a cui questa recessione ha esposto l’intero tessuto produttivo italiano. «Fino a dicembre 2008 la mia era un’azienda modello, ora c’è il richio concreto che dopo l’estate debba chiudere», spiega Piccinelli. L’Idrobenne ha sede a Isorella, nel cuore del distretto bresciano della meccanica, un paese di 3533 anime, a 40 minuti di auto da Brescia. Il sindaco è il fratello Francesco Piccinelli, eletto nel 2006 con una lista civica. Da quelle parti la Lega prende più del 30 per cento. Quando erano ragazzi (Paolo aveva 21 anni) dalla fabbrica riaccompagnano a casa il padre con un forte mal di testa. Un tumore al cervello fulminante, resiste solo sei mesi. E i due fratelli si trovano alla guida dell’Idrobenne. Che hanno trasformato in un’azienda di successo, produttrice di «attrezzature idrauliche per escavatori e gru da camion». Per i non addetti: pinze e ganci che, applicati a bracci meccanici, servono a raccogliere e spostare rifiuti, metalli, carta, tronchi. Un tipico prodotto intermedio, B-to-B, direbbero alla Bocconi, dal business al business. A metà della catena del valore, un pezzo di quell’economia di cui il consumatore finale non si accorge finché non sparisce.

 «Fino all’autunno 2008 facevo programmi semestrali, a ottobre ho cominciato a farli su base trimestrale, perché i clienti non potevano più garantirmi le cifre d’affari degli altri anni. Adesso siamo passati dai programmi alla commessa singola: quando il cliente mi dice cosa vuole io faccio le richieste ai fornitori, da 20-30 pezzi alla volta siamo scesi a 2 o 3. Il nostro capo officina lavora in questo settore dagli anni Sessanta e non ha mai visto niente di simile: c’è stata una flessione nel 1996 e una piccola crisi nel 2003, ma non c’è paragone». Da imprenditore Piccinelli sta tornando artigiano. A novembre il capo della Idrobenne ha scritto ai dipendenti, «si prevede un uragano, cerchiamo di non perdere neppure una commessa perché sarà dura».

Soldi veri, soldi cari

Oggi è tutto fermo. I concessionari industriali non lavorano. Se nessuno ha i soldi per fare investimenti e comprare macchinari, le commesse non arrivano. Il prezzo dei rottami è crollato da 400 a 80 euro a tonnellata, nel settore ci sono meno soldi e quindi meno richiesta di appendici per spostare i materiali. C’è una carrozzeria industriale di Brescia che da anni è partner della Idrobenne: l’anno scorso vendeva cento veicoli, quest’anno – da gennaio a oggi – aveva fatto cinque contratti. Quattro sono saltati perché la banca non ha finanziato il leasing. Saldo finale: meno 99 veicoli in un anno. Le banche stanno diventando un problema.

Spiega Piccinelli: «Noi lavoriamo con cinque istituti, alcuni grandi altri più territoriali. Tra i beni dell’azienda abbiamo un capannone che vale 300 mila euro, in affitto per 2500 euro al mese. Abbiamo cercato di usarlo come garanzia per ottenere da una banca un prestito, liquidità che ci serviva per semplificare la gestione. Volevamo solo 90 mila euro, ma non si sono fidati. È incredibile: in dialetto bresciano ci hanno detto “noi i soldi non li prestiamo volentieri”. Abbiamo provato a insistere allora con la nostra banca di fiducia: ci ha concesso il finanziamento ma con uno spread, cioè il loro margine di guadagno, del 4,5 per cento. Quello normale è di 1,5 o 2 per cento». Anche le casse rurali e le piccole banche del territorio, quelle che ti conoscono da una vita, non si fidano più perché hanno bilanci fragili e temono il colpo di grazia. Lo studio degli artigiani di Mestre, l’autorevole Cgia, conferma l’impressione dell’Idrobenne: i soldi vanno solo alle grandi imprese. Al 31 dicembre 2008 le banche italiane avevano messo in circolo nel sistema 1.304 miliardi di euro. E il 77,9 per cento era stato dato al 10 per cento dei clienti, cioè alle poche grandi aziende che ci sono in Italia. Gli altri, tutto il tessuto produttivo delle piccole e medie imprese, doveva accontentarsi di 289 miliardi, il 22,1 per cento degli affidamenti. E questo era prima che la recessione economica trasferisse all’economia reale tutti gli effetti della crisi finanziaria (le imprese hanno cominciato a soffrire davvero solo in primavera). «Emma Marcegaglia ha ringraziato il governo perché dice che ha visto soldi veri. Solo lei, però. Non dice mai che le grandi aziende come la Fiat hanno smesso di pagare i fornitori, e soltanto qui a Brescia stanno fallendo a decine, e dico questo da associato di Confindustria», commenta Piccinelli, che oltre al problema bancario in queste settimane ha anche quello fiscale. In quella che è considerata la patria dell’evasione, la Idrobenne ha un problema più complesso che nascondere profitti alla guardia di finanza: deve convincere lo Stato a pagare. La situazione è questa: la Idrobenne ha crediti per 35mila euro, sono i “contributi automatici” – che sono assai poco automatici, nell’esperienza di Piccinelli – che vanno alle imprese che fanno ricerca, e a Isorella ne fanno. Poi ci sono i 28 mila euro di Irap da pagare sui profitti del 2008. La soluzione sarebbe semplice: a Piccinelli basterebbe non pagare i suoi 28mila e aspettare di incassare, quando Roma pagherà, i 7mila euro che mancano per compensare il suo credito. Invece non è possibile, la compensazione non è prevista. Risultato: nel pieno della recessione, con le banche che hanno raddoppiato il costo del denaro e le commesse che latitano, la Idrobenne deve trovare 28 mila euro e aspettare che, prima o poi, gliene vengano restituiti 35mila. «Ma potrebbe essere troppo tardi, potremmo aver già chiuso quando arriveranno quei soldi».

Lontani dal fondo

Perché di contanti non ne entrano quasi più, mentre i soldi per gli stipendi e per pagare i fornitori continuano a uscire dai conti dell’azienda. A febbraio sono arrivate le prima fatture insolute, clienti che si rifiutavano di pagare con la tipica giustificazione di chi produce beni intermedi: finché il mio cliente non paga, io non posso pagare il fornitore. Piccinelli sta cercando di non farlo, per lui – dice – «è una questione di onore pagare i fornitori». Ma oggi la Idrobenne è al limite. I suoi prodotti sono competitivi, «i cinesi non ci fanno concorrenza, siamo noi che andiamo a vendere in Cina, propio stamattina ho chiuso un accordo in Tunisia», ma senza soldi non si va lontano. Dopo aver resistito finché è stato possibile, agosto potrebbe segnare la crisi definitiva. Un mese in cui l’industria si ferma, non arrivano commesse, quasi tutti chiudono, sperando poi di riaprire in autunno. Entrano zero contanti ma si continuano a pagare gli stipendi. Se poi a settembre cominceranno i licenziamenti ci sarà una nuova crisi di fiducia, un crollo dei consumi, un’ulteriore riduzione degli investimenti, «siamo ancora lontani dal fondo». A maggio 2009 la Idrobenne ha fatturato 49 mila euro, l’anno prima 250 mila, cinque volte di più.  Tagliare il costo principale, il personale, è l’ultima opzione.
 
«Questa è gente con cui sono cresciuto: con me lavorano un mio cugino, il figlio di un mio socio, due vicini di casa, persone che hanno portato l’azienda al successo», dice Piccinelli. Poi ci sono anche gli immigrati: «Prima è arrivato Mohammed, dall’Egitto, che ha chiamato suo cugino Ahmed, poi un altro Mohammed». E così via. «Senza immigrati avremmo chiuso dieci anni fa, non si trovano più saldatori italiani disposti a lavorare tutta la giornata con una temperatura di quaranta gradi». Piccinelli, che è un elettore del centrodestra da sempre, ha un approccio pragmatico alla questione della sicurezza: «Se gli immigrati restano senza lavoro, da un giorno all’altro, e si trovano irregolari, poi è normale che la situazione diventi tesa. A Isorella c’erano 450 immigrati, sono stati i primi a essere licenziati. E sono subito cominciati i furtarelli nelle stesse imprese in cui lavoravano, anche io ne ho subiti. Quindi le ronde diventano una necessità». Ma non è tanto per questo che Piccinelli ha votato Lega all’ultima tornata elettorale: «Umberto Bossi è stato l’unico a dire esplicitamente che il governo avrebbe dovuto dare i soldi alle imprese, invece che alle banche cercando poi di convincerle a prestarli. Solo la Lega ha fatto qualcosa per noi e per gli artigiani. Io rimango un liberale e quindi continuo a votare a destra, però lo faccio turandomi il naso. Un presidente del Consiglio imprenditore non dovrebbe comportarsi così, questo governo non sta facendo quello che aveva promesso». E se ci fosse un’alternativa credibile, Piccinelli – anche con un fratello sindaco di un comune dove la Lega prende il 35 per cento – sarebbe pronto a votare per una volta a sinistra. «Anche solo per dare un segnale di protesta».

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22/06/2009 - Posted by | Uncategorized | , , , ,

1 commento »

  1. sei molto bravo capo e sono molto felice di lavorare con te e la tua famiglia
    grazi grazi grazi

    Commento di eddikh mohammed adil | 02/12/2009 | Rispondi


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