Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’Europa risponde agli Usa di Obama: cambia la finanza


REGULATION. Dal Consiglio europeo emerge la nuova architettura delle istituzioni che dovranno prevenire la prossima crisi. La Bce ne è il fulcro, ma conservando l’indipendenza.

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A questo punto non è più molto chiaro di cosa si dovrà discutere al G8 italiano di luglio dedicato al global legal standard finanziario. Due giorni dopo la presentazione del piano di riforma della supervisione americana presentato da Barack Obama, anche l’Europa ha fissato le linee guida per definire come sarà la finanza dopo la crisi. Non sono dichiarazioni di principio, per la prima volta si fa sul serio. In entrambi i casi si è scelto di fare perno sulla banca centrale per ricostruire la rete di controlli che dovrà vigilare su banche, hedge fund, assicurazioni.

Il Consiglio dei capi di Stato e di governo di ieri ha deciso che entro il 2010 dovrà nascere un nuovo organismo, il Sistema europeo dei supervisori della finanza, che a sua volta raggrupperà tre diverse entità, le Autorità di supervisione, per rafforzare la vigilanza sui soggetti che operano in più stati e quindi sfuggono alle maglie della vigilanza nazionale. Dovrebbero anche produrre un rule-book, un codice di comportamento, valido in tutta l’Eurozona, che dovrebbe servire anche per valutare l’operato di chi si occupa di supervisione e vigilanza nei singoli stati, cioè – nella maggior parte dei casi – le banche centrali nazionali. Questo il ramo che si occuperà delle questioni microeconomiche. Dei rischi sistemici e della congiuntura si preoccuperà l’istituzione che è la vera novità uscita dal vertice di ieri, il Consiglio europeo per i rischi sistemici. Il suo presidente sarà votato dai membri del Consiglio generale della Banca centrale europea, di cui fanno parte il presidente della Bce, Jean- Laude Trichet, il suo vice (Lucas Papademos) e i 27 governatori delle banche centrali nazionali dell’Unione, undici delle quali sono fuori dalla moneta unica. Il risultato istituzionale è che l’ente che dovrà segnalare rischi globali, come le tensioni nel mercato dei crediti immobiliari alla base della crisi attuale, sarà emanazione della cultura e dell’indipendenza della Bce, ma sarà da essa indipendente e distaccato. Condizione questa che dovrebbe permettere all’Eurotower di Francoforte di decidere quanta liquidità concedere ai mercati e a quale tasso di interesse sulla base dei soli obiettivi del mandato statutario (stabilità dei prezzi e tutela del sistema dei pagamenti).

Obama ha scelto una strada diversa, creando una versione potenziata della Federal Reserve che potrà vigilare su più soggetti finanziari di quelli di cui si occupa oggi (le grandi banche) e dovrà monitorare i rischi sistemici. I critici vedono in questa svolta un pericolo per l’efficacia della politica monetaria. Già oggi la Fed ha un duplice mandato, mantenere bassi i prezzi e alta l’occupazione, due obiettivi spesso in contrasto tra loro e che – a seconda dei tempi e delle condizioni politiche – prevalgono a turno. Se a questo si aggiunge il rischio sistemico, il presidente della Fed Ben Bernanke potrebbe trovarsi a dover alzare i tassi per far scoppiare una bolla o disinnescarla. Cioè fermare un boom per evitare futuri disastri, qualcosa che nessun banchiere centrale è mai riuscito a fare agevolmente.

In Europa il problema non dovrebbe porsi: il Consiglio per i rischi sistemici, al cui interno siede anche la Commissione europea, dovrebbe allertare quando ci sono gravi minacce in arrivo. Poi spetterà alla politica (e non alla politica monetaria) agire di conseguenza. E la Bce resterà completamente indipendente. Ma qui cominciano i problemi. I britannici, che sono fuori dall’euro e da sempre scettici verso l’accentramento comunitario dei poteri, hanno ottenuto che nel comunicato del Consiglio dei capi di stato e di governo comparisse la seguente frase: «Gli stati membri sottolinenano che le decisioni prese dalle autorità di supervisione europee non implicano in alcun modo la responsabilità fiscale degli stati membri». Traduzione: se viene individuato un rischio sistemico e le autorità che si occupano della supervisione micro indicano come comportarsi, queste indicazioni non possono diventare ricette obbligatorie di politica fiscale. Ogni Stato, quindi, continuerà a fissare la tassazione e la spesa pubblica secondo le proprie priorità interne, senza essere costretto a tenere conto della situazione complessiva. La leva fiscale, che è quella del vero potere di intervento sull’economia oltre a quella monetaria, resterà quindi nazionale. E questo in tempo di crisi è rilevante. La Francia, per esempio, sta preparando una riforma fiscale per attirare investimenti detassando le imprese. Lo ha annunciato il ministro delle Finanze Christine Lagarde al quotidiano La Tribune. E senza coordinamento europeo ora si rischia di assistere a una competizione verso il basso sulle imposte proprio come qualche mese fa c’è stata quella al rialzo sulla spesa pubblica per incentivare i consumi. Ma c’è tempo fino al 2010 per perfezionare la riforma europea.

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20/06/2009 - Posted by | Articoli | , , ,

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