Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Amicizia da 5 miliardi e il futuro di Eni e Enel


I libici hanno petrodollari da spendere. Ma per le imprese italiane resta complicato investire a Tripoli Gheddafi promette agevolazioni.

gheddafi

Dal punto di vista delle relazioni economiche, Muammar Gheddafi ha fatto una larga apertura di credito (probabilmente anche tattica) ieri nei confronti di Silvio Berlusconi: «Se in Italia ci fosse la sinistra al governo, le fortune delle imprese sarebbero minori, finchè c’è Berlusconi le opportunità saranno maggiori», ha detto.
Nell’incontro di ieri con Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e con gli altri imprenditori, il “Trattato di amicizia” firmato il 30 agosto 2008 era sempre sullo sfondo. Cinque miliardi di euro in vent’anni, duecentocinquanta all’anno, che partiranno dallo Stato italiano e finiranno a imprese italiane. «Il governo libico decide quali opere devono essere realizzate, poi Roma stabilisce a quali imprese affidare i lavori. Una via preferenziale che dovrebbe essere fuori dalla normativa europea sugli appalti, che di solito obbliga a una gara tra imprese di tutta Europa», spiega lo storico Arturo Varvelli, che ha appena pubblicato “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi” (Baldini Castoldi e Dalai). Anche a questo faceva riferimento Gheddafi quando ha promesso che «le imprese italiane avranno la priorità in Libia e qualsiasi loro bisogno sarà prioritario». Si parla anche di un progetto di zona franca, con privilegi fiscali e doganali, per le aziende italiane, un progetto che interviene su uno dei punti più delicati per le imprese straniere in Libia: il sistema di tassazione.
Gheddafi ha definito gli imprenditori «i soldati della nostra epoca», e qualcuno degli italiani che ha provato a investire sull’altra sponda del Mediterraneo si deve essere sentito così. Il documento dell’Ice, l’Istituto del commercio estero, avvisa le aziende pronte a investire che «in Libia non esiste un servizio postale (solo le strade principali hanno un nome e, comunque, non esistono numeri civici). Le linee telefoniche spesso sono intasate e i numeri di telefono in alcune zone vengono cambiati senza preavviso. Il servizio email viene spesso interrotto dalle autorità libiche per “manutenzioni”». Ma il vero problema è un altro, spiega un osservatore: «In Libia non vige lo stato di diritto, manca il rule of law, le imprese sono sempre a rischio di essere espropriate e, se io fossi una piccola azienda, investirei in Tunisia, Egitto o Algeria. Ma non in Libia». Gheddafi, però, giura che «non c’è corruzione». La Confinudstria di Luca di Montezemolo, che ha rilanciato l’apertura internazionale dell’associazione degli imprenditori, ha fatto missioni in tutto il Mediterraneo tranne che in Libia. Il rischio-paese, secondo la Sace (società assicurativa del ministero per lo Sviluppo che assiste le imprese all’estero) è diminuito. E forse la Confindustria di Emma Marcegaglia potrà valutare iniziative con la Libia, dove comunque operano decine di imprese italiane, quasi tutte nelle infrastrutture e nella catena produttiva del petrolio, anche perché la Libia ha un mercato interno piccolo e povero, quindi i profitti possono venire solo da commesse pubbliche.
Infatti le imprese italiane più attive sono in quei settori, come Impregilo, società specializzata nelle grandi opere, che da da decenni opera in Libia, dove ha costruito ministeri, aeroporti e perfino la sede del parlamento libico: ha appena costruito una joint venture, un’alleanza con imprese libiche in cui gli italiani hanno la maggioranza, per costruire complessi universitari, un affare da 520 milioni di euro in attesa di approvazione da parte del governo libico.

L’Eni, l’unica società petrolifera a non essere mai stata nazionalizzata da Gheddafi e che continua a essere benvista per la sua politica di suddivisione dei ricavi derivata da Enrico Mattei. La società guidata da Paolo Scaroni ha rinegoziato da poco le proprie concessioni, prolungate fino al 2042, e ora potrebbe beneficiare di un investimento nel capitale da parte dello stato libico, visto che Gheddafi ha annunciato di avere 11,8 miliardi di euro da investire. Questi soldi potrebbero finire anche in Enel che, operando nel gas, è un’altra società strategica nelle relazioni italo-libiche e che ha annunciato un aumento di capitale, occasione buona per fare un investimento.
Poi c’è Unicredit, dove Gheddafi è entrato in ottobre con i suoi fondi sovrani, per sostenere la banca nel suo momento più difficile, quando la Borsa stava perdendo fiducia nel titolo che continuava a scendere. I vertici delle tre società ieri hanno incontrato Gheddafi per parlare del futuro, c’è anche una delicata partita che riguarda l’ingresso di un rappresentante libico nel consiglio di amministrazione di Unicredit. E – forse – anche nella banca di Alessandro Profumo potrebbero finire parte dei 12 miliardi che Gheddafi è pronto a investire: «Mi pare di capire che la Libia è molto interessata a rafforzare la propria presenza nelle principali imprese italiane», ha detto la Marcegaglia. C’era in programma la costituzione di un comitato strategico per l’interesse nazionale che il ministro Giulio Tremonti aveva annunciato per valutare questo genere di investimenti. Ma non è ancora diventato operativo.

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13/06/2009 - Posted by | Uncategorized

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