Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Due o tre cose che sappiamo di Gheddafi


Dalla confisca delle proprietà dei nostri connazionali ai rapporti privilegiati nei trasporti e nella difesa, fino ai petrodollari nella Fiat, nella Juve, nel cuore del sistema bancario e, si vocifera, in Telecom.

gheddafi
In quarant’anni molto è cambiato ma almeno una cosa è rimasta la stessa: in pochi hanno (o credono di avere) un’idea precisa di chi sia e cosa voglia Muhammar Gheddafi. Nel 2009 è un quasi settantenne, con un sito internet algathafi.org in dieci lingue, quasi tutte le sezioni sono in preparazione, ma non è molto più decifrabile di quando ne aveva 27, giovane comandante delle forze armate libiche, e organizzava il suo colpo di stato. All’epoca, nel 1969, da Aldo Moro alla Cia tutti cercavano di capire quale fosse il progetto politico del rivoluzionario libico. L’Italia, allora, trattava con lui passando per l’Egitto di Gamal Abd el Nasser. Non funzionò molto. Lo racconta il ricercatore dell’Ispi (Istituto studi di politica internazionale) Arturo Varvelli in un libro appena uscito per Baldini Castoldi Dalai: L’Italia e l’ascesa di Gheddafi (352 pagine, 17,50 euro). Dodicimila italiani lasciano la Libia nel giro di pochi anni, dopo la legge che nel 1970 confisca le proprietà degli italiani. Il Colonnello la presenta come una lotta anticoloniale.

E subito si manifesta la caratteristica più tipica del regime di Gheddafi: guadagnare credito diplomatico trattando con le vittime per attenuare l’impatto delle proprie azioni. E di solito viene anche ringraziato per questo. Scrive Varvelli che già dal 1974 l’Italia allaccia rapporti economici strettissimi, creando una relazione di mutua dipendenza che dura tuttora: le aziende italiane offrono conoscenze e tecnologia nell’edilizia, nel settore dei trasporti e della difesa. La Libia ripaga garantendo l’accesso al petrolio e capitali freschi, petrodollari che sono finiti nell’azionariato della Fiat nel 1976 (da cui il Colonnello derivò poi una ricca plusvalenza), nella Juventus, nel cuore del sistema bancario, ieri Banco di Roma oggi Unicredit, forse – si vocifera da mesi – nella Telecom. E Gheddafi, che nel modello della “democrazia diretta” della Jamahiriyya non ricopre alcuna carica ufficiale, ha guadagnato altro potere contrattuale quando in Italia i flussi dell’immigrazione clandestina sono diventati politicamente ancora più rilevanti di quelli petroliferi. Anche per questo Gheddafi ha ottenuto l’ennesimo indennizzo per il colonialismo italiano, con il trattato di amicizia del 30 agosto 2008 che vale 2,5 miliardi di euro.
A Washington non lo hanno mai amato, finché non è diventato un esempio del successo diplomatico nel regime change indispensabile per l’Amministrazione Bush e quindi è scattato un cauto entusiasmo. Dal 1979 per 25 anni la Libia di Gheddafi resta sulla lista degli “stati sponsor del terrore”: finanzia l’Ira in Irlanda, i terroristi palestinesi, attacca l’ambasciata americana in Libia, nel 1981 jet libici sparano contro aerei americani sui cieli del Mediterraneo. Un anno prima, sopra Ustica, deve essere successo qualcosa di molto simile. Nel 1986 il presidente Ronald Reagan ordina un attacco aereo su Bengasi, dopo la morte di due soldati americani in un night club di Berlino. Dietro la bomba che li ha uccisi c’era Gheddafi, che replica all’attacco lanciando missili contro Lampedusa che, però, mancano il bersaglio. Nel 1987 il massacro che, pochi anni dopo, diventerà anche lo spunto per il reintegro di Gheddafi nella comunità internazionale. Un volo della Pan Am esplode sopra Lockerbie, in Scozia: 103 morti.
Poi finisce la guerra fredda, la Libia perde gran parte della sua rilevanza geostrategica in un’Africa che non è più scacchiera di Usa e Russia (oggi Cina). E la Guida della Rivoluzione capisce che deve cambiare tattica, partendo proprio da Lockerbie. Offre risarcimenti milionari (4 milioni prima della rimozione delle sanzioni Onu, altri 4 dopo) che le famiglie delle vittime – anche quelle più arrabbiate – non possono permettersi di rifiutare. Totale: 2,7 miliardi di dollari. E inizia a trattare con i servizi segreti anglosassoni. I britannici si attribuiscono il merito di averlo convinto a rinunciare al programma di armi di distruzione di massa nel 2003 (non è una coincidenza che sia anche l’anno dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein). Alla Cia non hanno mai avuto le idee molto chiare su quanto fosse davvero pericoloso il Colonnello. Ma nel 2004 George Tenet, all’epoca capo di Langley, spiega in un meeting riservato (ora i documenti sono stati desecretati) che i progetti erano concreti, come quelli su un nuovo tipo di missili Scud supportato dalla Corea del Nord. Oggi Gheddafi è leader dell’Unione africana, “re dei re” come piace dire a lui, riabilitato. Nessuno ha idea di quali siano i suoi progetti a medio termine, di come funzionerà la successione. Per ora il Colonnello, che nel 2003 ha presieduto la commissione per i Diritti umani dell’Onu, continua a incarcerare i dissidenti e a supportare Omar al Bashir, il presidente sudanese accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra in Darfur.

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11/06/2009 - Posted by | Uncategorized

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