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L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Nell’Idv c’è una stella, e non è Di Pietro


IDV

La prima conseguenza del risultato elettorale (otto per cento alle Europee) l’ha annunciata Antonio Di Pietro ieri mattina: «Il mio nome sparirà dal simbolo dell’Italia dei valori». Un’altra tappa del tentativo di trasformare il movimento in un vero partito. «Una mossa lodevole, ma che comporta anche dei rischi. Comunque è presto per i bilanci, perché bisgona ricordare quello che è successo alla lista Bonino nel 1999: 8,5 per cento alle europee e poi due per cento alle politiche», dice il politologo Roberto D’Alimonte.
Ma all’Idv ci credono davvero: le premesse per diventare un partito normale senza perdere le proprie caratteristiche ci sono tutte. Ivan Rota, capo dell’organizzazione, spiega che proprio questo risultato elettorale è l’occasione per consolidare la struttura: «Quest’anno abbiamo fatto un grande lavoro per aumentare il radicamento sul territorio, abbiamo raccolto un milione di firme contro il lodo Alfano, ormai abbiamo una sede in tutte le province». In questa campagna elettorale i militanti sono aumentati, di quanto però difficile dirlo: perché la mobilitazione è passata dal web, dal blog di Di Pietro, dal rapporto con i meet-up, le cellule locali degli amici di Beppe Grillo, «i grillini», come ormai li chiamano anche dentro l’Idv. Proprio i grillini stanno diventando una struttura parallela, un po’ dentro un po’ fuori, al partito: hanno aiutato a preparare i congressi degli ultimi mesi, sono entrati nelle liste, consentono all’Idv di pescare tra i potenziali astensionisti.
«Siamo un partito aperto a tutti quelli che condividono il nostro approccio valoriale», dice il senatore dipietrista Fabio Giambrone, coordinatore del partito in Sicilia dove, grazie anche al lavoro del portavoce Leoluca Orlando, l’Idv ha ottenuto un buon risultato (con il picco di Palermo: 18 per cento). L’idea è di trattenere quelli che si sono avvicinati all’Idv negli ultimi mesi, ma solo dopo un controllo preventivo: «Qui in Sicilia bastano due telefonate per capire se qualcuno non è adatto, non so se gli altri partiti lo facciano, ma per noi l’elemento etico è importante. Ai nostri candidati abbiamo chiesto il certificato penale», dice Giambrone. Naturalmente non è così semplice.
Il movimento di Di Pietro per espandersi ha cercato di coinvolgere soggetti estranei alla propria area culturale, con qualche incidente, come la candidatura di Sergio De Gregorio, passato con Forza Italia subito dopo le elezioni del 2006. Giambrone: «Sono errori che non si ripeteranno, quella è stata una scelta sbagliata dovuta alla necessità di superare lo sbarramento». Da adesso, infatti, l’Idv può aprirsi alla società civile ma da una posizione di forza, con un otto per cento che ne fa, come ha più volte rivendicato Di Pietro ieri, «il quarto partito del Paese».
E proprio dalla sua forza potrebbero arrivare i principali problemi che l’ex magistrato dovra affrontare nei prossimi mesi. I primi sono di strategia. «Il risultato dell’Idv si spiega con il suo collocamento a sinistra in questa elezione che ha consentito di intercettare i delusi del Pd. Ma se i democratici dovessero trovare un leader forte e una base programmatica efficace, il bacino dipietrista potrebbe svuotarsi», nota D’Alimonte. Tutti i dirigenti continuano a parlare dei «nostri amici del Pd», consapevoli che il partito di Dario Franceschini non può ignorare il peso dell’Idv. Ma proprio per timore del crescente flusso di elettori che lasciano il Pd per la più antiberlusconiana Idv, Franceschini potrebbe cedere al fascino centrista dell’Udc di Pierferdinando Casini. Perché – anche se nessuno lo ammette – in tanti temono che l’ex magistrato coltivi il progetto di diventare il vero leader dello schieramento alternativo a Berlusconi, anche attaccando il Pd dove «c’è una questione morale», come ha detto la rivelazione dell’Idv, Luigi De Magistris, l’ex pubblico ministero di Catanzaro che ha doppiato nelle preferenze il suo leader di partito a Bologna.
Per diventare una forza politica trainante all’Idv mancano alcune caratteristiche. Resta per ora un partito antisistema, o almeno ai margini del sistema. Un partito dall’otto per cento è di per sé una sponda interessante, ma Di Pietro per ora non coltiva grandi rapporti. È stato invitato da Emma Marcegaglia all’assemblea di Confindustria, ma non ci è andato. Alcuni nel partito non gliel’avrebbero perdonato. Come Elio Lannutti, senatore indipendente dell’Idv e presidente dell’associazione dei consumatori Adusbef: «Noi siamo dalla parte della povera gente e contro banche e assicurazioni, che ogni giorno rapinano i consumatori». Nel concreto Lannutti cita almeno un caso che dimostra come gli obiettivi del partito e quelli «dei poteri forti» siano divergenti: la class action (l’azione giudiziaria che dispiega i suoi effetti su tutti quelli che si trovano nella condizione del querelante), voluta dall’Idv, ma ammorbidita in parlamento per renderla meno pericolosa per i conti delle aziende colpite. In Sicilia però, la convergenza Confindustria-Idv sulla campagna contro il pizzo, dimostra che il dialogo non è impossibile.

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10/06/2009 - Posted by | Uncategorized | ,

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