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L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Il grande romanzo americano di Doonesbury


Ogni giorno, su 1400 quotidiani nel mondo, Garry Trudeau racconta l’America più liberal da quasi quarant’anni. Per la prima volta il fumetto più odiato dai politici americani viene raccolto in un’edizione integrale (in Italia e non negli Stati Uniti), a partire dalle primissime storie del 1970.

DOONESBURY

Forse il Grande Romanzo Americano, quello che tutti gli studenti di scrittura creativa e i colletti bianchi in pensione sognano di firmare, è già stato scritto. Anzi, viene scritto tutti i giorni, ma trattandosi di fumetti questo primato difficilmente verrà riconosciuto a “Doonesbury”, la striscia di Garry B.Trudeau che appare ogni giorno su 1400 quotidiani nel mondo. In Italia la case editrice Black Velvet ha appena iniziato a pubblicarne la raccolta integrale (operazione meritoria ma senza precedenti, neppure in America), un volumone di 472 pagine (27 euro) che raccoglie i primi tre anni di storie, dal 1970 al 1972, curata da Omar Martini e Matteo Stefanelli.

 

In quegli anni Trudeau era poco più di una matricola a Yale, l’università in cui studiava un ragazzo due anni più grande con un cognome importante, George Bush. Suo coetaneo e amico era invece Howard Dean, che nel 2004 farà le prove generali della politica sul web perdendo le primarie democratiche contro John Kerry, a sua volta sconfitto dal presidente George Bush in cerca della riconferma.“Doonesbury” debutta nel 1970, le prove generali Trudeau le aveva fatte sul giornale universitario Bull Tales: è la prima striscia distribuita con in modo “sindacato” dalla Universal Press Syndicate: un unico fumetto pubblicato su più quotidiani, un metodo che farà la fortuna degli autori e trasformerà alcune strisce in successi americani prima e globali poi.
Nella prima striscia c’è già condensato il senso di 38 anni di vignette quotidiane: B,D., il campione di football entrato a Yale con la borsa di studio per meriti sportivi, aspetta il suo nuovo compagno di stanza con una birra in mano e l’elmetto da partita in testa. Lui, repubblicano che sogna l’esercito, sciovinista, fidanzato con una bionda ovviamente cheerleader. E il suo nuovo roommate, Michael Doonesbury, occhiali, intellettuale che finirà per diventare ovviamente giornalista prima all’università poi nella stampa vera, incarnazione del liberal archetipico, che odia Richard Nixon e si sente coscienza critica dell’America. Sono solo gli inizi, “Doonesbury” è poco più di una strip comica, i personaggi sono un po’ delle macchiette che rappresentano i tipi umani che Trudeau incontra all’università. A ventidue anni il giovane autore si gode la celebrità e ancora non ha deciso bene cosa vuole fare da grande. «Un narratore», si definisce oggi nelle rare interviste che concede, solo alla carta stampata, perché in televisione c’è andato una sola volta in più di trent’anni.

Già nelle prime, quotidiane, storie brevi si intravedono le caratteristiche di quello che “Doonesbury” diventerà. Non c’è solo il gusto per la battuta finale, il meccanismo comico è diverso da quello dei “Peanuts” di Charles Schultz o del “Calvin & Hobbes” di Bill Watterson: non si ride solo per la gag nella terza vignetta o per l’eterna ripetizione della stessa scena (Lucy continuerà a togliere il pallone quando Charlie Brown calcia, lo sappiamo). B.D. e Michael Doonesbury studiano, danno gli esami, cambiano ragazza, si laureano, cercano lavoro. Invecchiano, fin da subito, quando sono ancora giovanissimi. Cambiano. Loro e tutti i personaggi che si aggiungono, ancora un po’ stilizzati, da Mark Slackmayer che occupa l’ufficio del rettore tutte le settimane al piccolo chimico Bernie che vuole diventare licantropo con la formula giusta (poi abbandonato, quano la serie si evolve). Nel volume pubblicato da Black Velvet B.D. riesce ad arruolarsi e parte per il Vietnam: diventa amico con un vietcong ma questo non gli impedisce di godersi la guerra, lui che vuole solo ammazzare quanti più rossi possibile. Nessuno si fa male, quasi nessuno muore. «Quando ho mandato B.D. in Vietnam avevo 22 anni, ora ne ho 58. So più cose», ha spiegato nel 2005 Trudeau quando ha amputato una gamba a B.D. Perché l’ex quarterback si è fatto tutte le guerre, seguendo la bandiera, e nell’ultima, nelle sabbie fuori Baghdad ha perso una gamba (si vede una scena di quel momento in alto in questa pagina).

Trudeau ha studiato i blog dei marines e ne ha creato una rassegna on line “The sandbox”, ha scambiato mail con loro (tutti gli hanno risposto entusiasti di collaborare), ed è andato all’ospedale Walter Reed per i veterani a fare ricerche. Quando ha chiesto a un soldato amputato di raccontargli la propria esperienza lui ha chiesto a cosa servisse. Quando ha saputo che Trudeau voleva capire come raccontare la mutilazione di B.D. il veterano è rimasto scosso: «Davvero è successo questo a B.D.?», chiedeva il soldato amputato, lui davvero, nel suo letto.

Di ritorno dall’Iraq B.D. si togli anche l’elmetto da football, per la prima volta in 35 anni: «É un personaggio da reinventare». E anche gli altri sono cambiati, qualcuno è morto per Aids negli anni Novanta, qualcuno è andato a lavorare per la Cia e a imparare come torturare i terroristi, qualcuno – come Mark Slackmayer – ha scoperto di essere gay e continua a fumare marjuana come ai tempi dell’università.
Di solito Doonesbury è classificata come una striscia di satira politica, perché in tanti, da Nixon a Henry Kissinger a John McCain, la temevano e la temono, e per le folgoranti intuizioni di Trudeau: George Bush è un elmo da centurione romano vuoto, Arnold Schwartzenegger una enorme mano da molestatore (è stato accusato da molte donne di essere un po’ troppo espansivo), il fumantino Newt Gingrich è una bomba pronta ad esplodere. Obama ancora non ha un simbolo, «forse è perché lei è l’uomo del cambiamento, troppo complesso e dinamico per essere appresentato in un simbolo», lo blandisce uno dei suoi collaboratori in una striscia pubblicata questa settimana. Trudeau è diventato un editorialista influente, con le sue strisce appaiate agli editoriali tradizionali nelle pagine dei commenti. Negli ultimi anni, con l’evoluzione del gergo fumettistico, “Doonesbury” è stato considerato come il precursore – e il massimo interprete – del graphic journalism, il tentativo di raccontare l’attualità con il fumetto (nonostante tempi di produzione piuttosto lunghi).

Ma “Doonesbury” è soprattutto un romanzo, e la raccolta pubblicata da Black Velvet è utile a capirlo. È una storia dell’America contemporanea vista con gli occhi di un baby boomer di successo, che frequenta le università giuste e legge il New York Times, che riesce a intercettare i cambiamenti della coscienza collettiva dell’America come solo un liberal della east coast può fare, rispettando tutti i cliché di quell’atteggiamento che fa imbestialire i conservatori e che Tom Wolfe ha riassunto in “Radical chic” (Castelvecchi), per cui si devono amare le Pantere nere – ci sono anche in “Doonesbury” – ma chiedendosi anche se davvero saprà apprezzare adeguatamente quel pezzetto di Roquefort servito dal cameriere in livrea in una serata newyorkese. Doonesbury incarna però anche quell’elemento che esiste solo nella narrativa americana di vivere la grande Storia anche come parte dell’esperienza di vita personale: l’inserimento – per ovvie ragioni narrative – dei personaggi in tutte le vicende rilevanti dell’attualità politica e di costume non risulta artificioso. Trudeau riesce a evitare l’effetto “signora in giallo” (nessuno può assistere a un omicidio al giorno, anche quando è in vacanza) proprio perché è americano, perché nei capelli scompigliati, negli occhiali e nella schiena curva del personaggio di Michael Doonesbury è riassunta la consapevolezza liberal di quello che succede, l’incapacità (un po’ ostentata e un po’ studiata a tavolino) di separare la Storia dell’America dalla propria.

“Doonesbury” è un fumetto che in Italia è poco conosciuto, se ne è parlato soprattutto quando il suo traduttore storico, il giornalista Enzo Baldoni, è stato ucciso in Iraq. Non è facile inserirsi nel flusso di una narrazione così americana e così progressiva se non si comincia dall’inizio. Oggi è pubblicato da Linus e tutti i giorni dall’Unità. Ma per apprezzare davvero “Doonesbury” bisogna leggerlo raccolto in volume. E questo è un po’ sorprendente, visto che da 39 anni esce sui quotidiani in piccole dosi giornaliere.

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08/06/2009 - Posted by | Uncategorized | , , , ,

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