Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

I complici di Madoff sono le sue vittime

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La condanna del finanziere truffatore Bernard Madoff a 150 anni di carcere è singolare per almeno due ragioni. La prima è che viene presentata e percepita come una condanna esemplare di uno dei responsabili della crisi. Non è vero. Madoff applicava uno schema vecchio di un secolo (grandi ritorni ai primi investitori, grandi perdite per gli ultimi) ma che non c’entra con la bolla immobiliare e l’eccesso di credito alla base di questa crisi. L’unico legame è che la liquidità a buon mercato alimenta investimenti ad alto rischio come quelli di Madoff.
L’ex presidente del Nasdaq, dunque, non può essere un simbolo della crisi 2007-2009. Eppure, e questa è la seconda singolarità, lo sta diventando della nuova moralità. La sua condanna a 150 anni di carcere ha lo stesso valore di quella ai dirigenti della Enron per bilanci truccati: indica all’opinione pubblica che certi comportamenti non saranno più tollerati, crea uno stigma sociale che per i delitti dei colletti bianchi non è mai scontato.
C’è però un aspetto diseducativo nella condanna: i suoi maggiori complici passano per vittime, gli investitori che ora piangono miseria ma che ieri intascavano felici rendimenti di cui era facile immaginare l’origine illecita. Fidarsi di un finanziere che promette i rendimenti di Madoff è riprovevole quasi quanto organizzare la truffa.

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30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Alla “school” ci vado ancora, il Pd non più

A leggere sui giornali la preparazione del congresso del Pd, uno può anche avere l’impressione che i dirigenti siano davvero interessati al rinnovamento.

Poi basta stare per tre giorni a contatto con il mondo intorno al partito, come ho fatto io questo weekend, per capire che le cose sono diverse. Ho passato tre giorni a Venezia, a fare una summer school del Centro di formazione politica. Nel 2007 ho frequentato i corsi del Cfp di Milano, una scuola che se avesse davvero un partito alle spalle sarebbe, appunto, una scuola di partito. Voluta da Francesco Rutelli, ideata da Massimo Cacciari – che poi non ha potuto seguirla come avrebbe voluto perché è diventato di nuovo sindaco – e diretta dal professor Nicola Pasini. Al Cfp ci sono i giovani. Quelli veri, non i quarantacinquenni “ragazzi di Piombino” che si sono riuniti al Lingotto sabato. Quando io ho frequentato una volta al mese i weekend intensivi a Milano, di anni ne avevo ventidue. E c’erano giovani ricercatori, ingegneri, brillanti trentenni laureati e con master che lavorano nella finanza o fanno gli imprenditori, universitari e, addirittura, alcuni giovani amministratori locali, consiglieri comunali o militanti di base. C’erano siciliani che prendevano l’aereo per venire ad ascoltare a Milano Michele Salvati, Aldo Bonomi, Cacciari o il professor Alberto Martinelli. Abruzzesi che si facevano dodici ore di treno per discutere di alleanze e schieramenti ma soprattutto di Europa, di economia reale, di policy più che di politics. Poca politica e molte politiche. Io non ero interessato a fare politica attiva, non ho mai avuto tessere, ma a ventidue anni è legittimo essere curiosi. Altri, invece, speravano di imparare qualcosa che servisse ad essere più incisivi nel partito, a portare qualche idea nuova. E magari, chissà, fare un po’ di carriera interna, come è giusto che sia se si è più preparati.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava (nel partito, non nella scuola), quando Walter Veltroni è venuto a consegnarci i diplomi di fine corso. Era il momento della “nuova stagione”, dopo le primarie, quando il Pd era in una fase embrionale in cui si poteva ancora sperare che le cose andassero diversamente da come poi sono andate. Il segretario della bella politica, quello che pochi mesi dopo avrebbe candidato Marianna Madia «con tutta la sua inesperienza» come capolista nel Lazio, è venuto a Milano a parlare davanti a ottanta ragazzi che avevano appena finito una scuola di formazione durata un anno. Altro che i weekend singoli di Libertà e giustizia o i costosi e fulminei seminari di Ulibo. «Adesso dirà qualcosa», pensavo. Dopo aver parlato di alleanze, riformismo e risposto a qualche polemica contingente, dirà che il partito aspetta solo le nostre energie, che il centrosinistra ha bisogno di persone che non sono post o ex. Invece no, neppure una parola.

Ma almeno Veltroni si era presentato. Il weekend scorso, a Venezia, alla Summer school del Cfp non è venuto proprio nessuno. Non si è visto un solo dirigente del centrosinistra. I giovani, però, c’erano. E molti stanno continuando a impegnarsi, dopo aver finito il Cfp, in modi diversi. C’è un ragazzo veneto che organizza dibattiti con i giovani dei partiti presentandosi come “studente Cfp”, perché con il Pd non ha mai avuto contatti (e a questo punto neanche vuole averli). Un’altra vorrebbe fare una succursale napoletana del Cfp, altri stanno costruendo siti di dibattito. Dopo cinque anni di corsi, il centro ha coinvolto quasi quattrocento persone, che ora si stanno organizzando anche in un’associazione di alunni. Se avessero una sponda, qualcuno che li considera, potrebbero diventare un pezzo importante di un Pd che, come ha scritto Ilvo Diamanti (lui a Venezia c’era), è completamente privo di idee su tutti i temi rilevanti. Dall’economia alla sicurezza. Ma a parte Cacciari, che ci ospitava e discuteva con noi, nessuno ha sentito il bisogno di farsi vedere. Né Dario Franceschini né Pierluigi Bersani. Troppo concentrati su Debora Serracchiani, il loro modello di giovane (38 anni, una vita nel partito, qualità ancora tutte da dimostrare), o Luca Sofri (45 anni, blogger), o virgulti come David Sassoli (53), per accorgersi che a sinistra i giovani ci sarebbero davvero, anche fuori dalle federazioni giovanili che raccolgono solo aspiranti professionisti della politica, eterni studenti universitari in attesa della loro prima poltrona.

 E non è neanche troppo difficile trovarli. Ma se li stanno lasciando sfuggire. Qualcuno, me incluso, lo hanno già perso.

 

30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Così la stampa straniera l’aspetta al varco (i cinesi no)

 

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Il G8 dell’Aquila che comincia l’8 luglio non sarà solo il primo di Barack Obama, sarà soprattutto il G8 di Silvio Berlusconi. L’ultimo, temono alcuni corrispondenti stranieri. Da giorni a Palazzo Chigi si discute di come sfruttare l’occasione per riabilitare l’immagine del Paese e di come evitare che le feste a Palazzo Grazioli, Noemi e le escort pregiudichino il successo politico. «Ma siamo proprio sicuri che Berulsconi arriverà al G8?», si chiede Miguel Mora, corrispondente da Roma del Paìs. Dalla sua redazione a Madrid sperano che Berlusconi resista. Quando il giornale ha pubblicato sul sito Web le foto sequestrate di villa Certosa, quelle di Antonio Zappadu, c’è stato il record di visite: 700mila italiani, 4,5 milioni in totale e – per la prima volta – più stranieri che spagnoli. La logistica (alloggi dei giornalisti stranieri a Chieti, necessità di coprire sia L’Aquila che Roma) è ancora da definire: ma dovrebbero aggiungersi a Mora anche il cronista diplomatico, quello che segue il premier José Luis Zapatero, il corrispondente da Bruxelles che arriverà al seguito del presidente della Commissione, José Barroso. Mora, quindi, sarà più libero di seguire Berlusconi, che è la vera attrazione. Se potesse fargli una domanda? «Ormai le domande sono inutili, lui non può più dire la verità, che però sta comunque uscendo», dice Mora.

Spiega Philip Ridet, corrispondente del Monde, che sarà quasi impossibile rivolgersi direttamente al presidente del Consiglio: «Ho già seguito due G8, gli spazi per le domande sono pochissimi».Le Monde schiererà quattro giornalisti, quello che segue Sarkozy (Arnauld Leparmentier), la corrispondente dagli Stati Uniti che viaggerà con Obama (Corine Lesnes) e la specialista di relazioni diplomatiche Natalie Nougayrède. Oltre allo stesso Ridet. Dice il corrispondente: «I lettori del sito Web hanno seguito e commentato la storia del divorzio e di Noemi, ma sono un pubblico molto diverso da quello più conservatore che compra il giornale». Per questo Ridet sta scrivendo un’analisi per la prossima settimana che affronta la questione da un punto di vista più adatto allo stile del Monde:«La vera questione è quella dell’immagine all’estero, è questo che mi interessa analizzare, non raccontare il feuilleton».

Eric Joséf, invece, sarà da solo. Lo storico corrispondente di Libération dovrà raccontare il vertice con un’attenzione particolare alla parte organizzativa, alle eventuali proteste e a quello che fa la delegazione francese. «Mi sono reso conto durante la visita di Gheddafi che il clima si è irrigidito. Le domande sono molto filtrate e mai più di due, io avrei voluto approfittare dell’occasione per chiedere qualcosa su Ustica ma non è stato possibile». Dalla redazione del quotidiano che fu di Jean-Paul Sartre sperano però che emerga anche qualcosa legato al coté veline ed escort: l’ultima volta che Josef ha proposto un trafiletto sull’argomento è stato trasformato in un pezzo di apertura.
Poi c’è la stampa inglese. Ci saranno almeno 40 persone che arriveranno da Londra per coprire il vertice. Il Times si affiderà soprattutto all’esperto Richard Owen, che ha scritto tutti i pezzi sul caso Noemi (ma lui ci tiene a precisare che non gli si possono attribuire gli editoriali non firmati, come quello famoso sulla maschera del clown che cade). Poi c’è John Hooper, che scrive per Guardian ed Economist: quale sia il clima con cui il settimanale più influente del mondo si sta preparando al vertice lo indica un editoriale sul numero in edicola oggi: “Un conquistatore, non un utilizzatore finale”.

Su Roma e L’Aquila caleranno però centinaia di giornalisti e non tutti seguono in maniera così attenta la politica italiana. È stato notato che perfino il China Daily, quotidiano in lingua inglese, riporta nel sito articoli su Patrizia D’Addario, ma si tratta di lanci di agenzie internazionali copiati e incollati. Chi scrive per il pubblico cinese sembra avere altre priorità. Spiega al Riformista Aiguo Yang, uno dei due corrispondenti da Roma dell’agenzia Nuova Cina, che del vertice a lui interessa «soprattutto la parte finanziaria. I lettori cinesi hanno seguito un po’ le vicende personali di Berlusconi, ma lascio queste vicende al nostro desk che si occupa di società».

29/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

E’ uscito il nuovo numero di Aspenia: Krìsis

In libreria trovate il nuovo volume della rivista dell’Aspen Institute, con cui colaboro come membro del comitato di redazione. C’è anche una mia intervista al politologo americano Parag Khanna. In questo numero ci sono vari spunti interessanti, a partire da un testo di Giulio Tremonti, il presidente dell’Aspen, che offre una lettura della crisi diversa da quella che proponenva un anno fa. Non più catastrofe, ma cambiamento. Non sono sicuro di essere completamente d’accordo, soprattutto per le implicazioni di azione politica che ne derivano, ma è da discutere.

ASPENIA

29/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento

Il nuovo libro di Franco Bruni: l’acqua e la spugna

Questa è la mia minirecensione di un libro, “L’acqua e la spugna”, che ne avrebbe meritata una più lunga, l’ultimo di Franco Bruni. Che non è solo il professore che mi ha proclamato dottore, ma uno dei saggisti più brillanti che ho letto di recente. Un libro che per la politica monetaria è quello che “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù è per le relazioni internazionali. Due libri agili, scritti benissimo e illuminanti che consiglio.

 

Ieri la Federal Reserve ha confermato la politica del tasso zero e la Banca centrale europea ha annunciato un prestito da record alle banche (442 miliardi di euro per 12 mesi). Franco Bruni – che ieri con Lorenzo Bini Smaghi, Fabrizio Saccomanni, Dario Di Vico, Giuliano Amato e Giampaolo Galli – ha presentato a Roma il libro “L’acqua e la spugna”(Egea, 192 pp., 15 euro), mette in guardia, come dice il sottotiolo, da “I guasti della troppa moneta”. Bruni è un monetarista della Bocconi, ha studiato con Franco Modigliani e oggi si occupa soprattutto di vigilanza. Spiega: «La politica monetaria stava uscendo dal dibattito sulla crisi. Si parlava di tassi di interesse, certo, di responsabilità dei banchieri centrali (soprattutto Alan Greenspan) e di riforme della regolazione. Ma poco delle regole, del modo di fare politica monetaria, di come agire. E soprattutto si parlava poco di moneta».

Nel libro Bruni sceglie un approccio non dogmatico, ma vicino a quello dei monetaristi classici, come Milton Friedman: la moneta è un bene che ha un prezzo (il tasso di interesse). Quindi è giusto trattarla come tale. Si può aumentare l’offerta, facendone scendere il prezzo, o cercare di renderla più costosa – aumentando i tassi – nella speranza che ne diminuisca la domanda. Il successo di Paul Volker, il governatore della Fed che negli anni Ottanta ha sconfitto l’inflazione americana, dimostra che intervenire sulla quantità può essere molto efficace. Il problema è che l’innovazione finanziaria ha creato un sistema di produzione di moneta parallelo, «un’umiliazione per i banchieri centrali», secondo Mario Draghi. Denaro creato cartolarizzando mutui e poi impacchettando le cartolarizzazioni in altri titoli che possono essere usati come garanzia per ottenere altro denaro o semplicemente venduti. Controllare la quantità di moneta è quindi diventato più difficile e le banche centrali, che si sono emancipate dalla politica, «forse sono cadute nelle braccia dei mercati», suggerisce Bruni. Sono state un po’ complici della crisi, quindi, anche perché non avevano – finora – poteri di vigilanza per intervenire su banche e istituzioni finanziarie (le riforme americane ed europee in discussione dovrebbero attribuire nuovi poteri a Fed e Bce). Quindi due cambiamenti sono necessari, secondo Bruni: considerare i rischi sistemici nella politica monetaria e sviluppare un coordinamento, almeno tra Europa e America, che eviti le tensioni nel mercato dei cambi che hanno contribuito a generare la crisi.

25/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Obiettivo numero uno: dimostrare che il G8 ha ancora una ragione

Agenda. Sarà soprattutto economica (dal global standard al De-tax) ma ci saranno questioni politiche che si imporranno. A partire dal dossier Iran, che ha declinato la partecipazione al vertice di Trieste.

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Silvio Berlusconi presenterà il G8 dell’Aquila lunedì, a Napoli. A bordo della nave MSC Fantasia, ormeggiata nel porto, spiegherà l’agenda, le ambizioni e le caratteristiche del summit che comincia l’otto luglio in Abruzzo. Un discorso atteso dai soggetti coinvolti nei vari dossier che ritengono possibile un colpo di scena, un annuncio a sorpresa, forse proprio su uno dei temi in cui l’Italia si annuncia più debole nel confronto con gli altri grandi: l’aiuto allo sviluppo.

I propositi

«La logistica è complessa, stiamo ancora cercando di risolvere alcuni aspetti critici», spiega una fonte impegnata nei preparativi.
Il lavoro diplomatico che è cominciato «prima del G8 giapponese, nel luglio 2008», dicono dalla Farnesina, si è ormai concluso, almeno per quanto riguarda i compiti degli sherpa, i tecnici che hanno lavorato alle bozze dei documenti che poi i leader discuteranno. Spiega l’ambasciatore Giuseppe Massolo, segretario generale del ministero degli Esteri e sherpa della presidenza italiana 2009, che l’ambizione del vertice è di «promuovere l’agenda globale». Un’espressione che, fuori dal gergo diplomatico, significa soprattutto cominciare a immaginare il mondo dopo la crisi finanziaria. A Londra, nel G20 di aprile che ha coinciso con il primo intervento europeo di Barack Obama da presidente americano, la priorità era salvare la finanza mondiale: banche, protezionismo, emergenza sociale. Questa volta si discuterà soprattutto di governance, cioè di come deve essere governato il mondo dopo la Grande recessione, e di come evitare la prossima crisi. Il piano Obama per riformare l’architettura della regolazione e della supervisione finanziaria in America e l’accordo raggiunto al Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dell’Unione europea sono la condizione per cominciare a discutere di altro. Gli obiettivi italiani sono due: il Global standard, la carta dei principi nell’agire economico e soprattutto finanziari, a cui sta lavorando da mesi il ministro del Tesoro Giulio Tremonti con un gruppo di tecnici. Poi il progetto di De-Tax, uno «strumento non coattivo di sostegno finanziario allo sviluppo attraverso la partecipazione diretta dei cittadini», come l’ha definita Tremonti. Una formula con cui il Governo rinuncia a una parte di Iva negozi, aziende, supermercati che si impegnano a legare il proprio marchio a iniziative di cooperazione allo sviluppo. I soldi «liberati dalla rinuncia fiscale», oltre a quelli donati dai venditori che decidono di farlo, finiranno in un Fondo speciale che finanzierà «progetti di cooperazione, realizzati dalle iniziative etiche colelgate a favore dei paesi poveri», come ha spiegato Tremonti in un testo contenuto nel volume “Il mondo che verrà”, a cura di Pino Buongiorno, appena pubblicato da Università Bocconi editore (422 pagine, 19 euro).

I dossier

Oltre a questi due obiettivi, il summit dell’Aquila ne ha uno più ambizioso e generale: dimostrare che il G8 ha ancora un senso. Il dibattito sulla governance internazionale oscilla tra la necessità di allargare il dibattito a tutti i paesi emergenti (soluzione G20) e quella di restringerlo ai due attori che più hanno bisogno di concordare le loro politiche, soprattutto economiche, il G2 Cina Stati Uniti. «Questa potrebbe essere l’ultima occasione per l’Italia di trovarsi alla guida di un vertice con una rilevanza internazionale, prima di diventare solo uno dei tanti nell’allargamento a venti», spiega una fonte. All’Aquila, però, non si potevano escludere i paesi emergenti, anche perché l’Italia ha fatto dell’impegno verso l’Africa uno dei cardini della propria presidenza. Si è trovata quindi la formula del G8+5. Aveva iniziato Tony Blair, nel 2005 a Glenagles (il summit ricordato per il contemporaneo attentato a Londra), a coinvolgere Cina, Brasile, India, Messico e Sud Africa. L’Italia ha deciso, seguendo una strategia diplomatica in atto da tempo, di inserire anche l’Egitto, partner indispensabile per una politica mediterranea. La prima giornata servirà a trovare la compattezza tra gli otto paesi più industrializzati per affrontare meglio il secondo giorno di vertice, quando si riunirà il cosiddetto Major economy forum, con i grandi Paesi in via di sviluppo, copresieduto da Obama e Berlusconi. Obiettivo: elaborare una piattaforma d’accordo sul clima, per definire gli impegni delle grandi economie (e di quelle minori ma inquinanti), da presentare al segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, all’annuale Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà in settembre. Proprio il clima sarà uno dei dossier più complicati, perché la scadenza del 2012, quando scadrà il protocollo di Kyoto si avvicina. A dicembre ci sarà la conferenza di Copenhagen e tutti, a partire dall’Europa, stanno aspettando di capire quanto Obama sia davvero disposto a concedere.

Il tema degli aiuti allo sviluppo sarà affrontato, sia nella sua componente tradizionale (gli aiuti dai ricchi ai poveri) che in quello commerciale: dopo la visita a Washington, Berlusconi ha preso l’impegno esplicito a lavorare per la conclusione del Doha round, i negoziati aperti nel 2001 e in stallo da oltre un anno. La presenza all’Aquila di Pascal Lamy, segretario generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, è la premessa per cercare di trsformare il G8 nella sede istituzionale in cui si trova il consenso politico (e ancora una volta dipende in gran parte da Obama) per arrivare a una conclusione entro fine anno.

La politica

Anche se l’agenda sarà soprattutto economica – e fissare l’agenda è uno dei compiti della presidenza, cioè dell’Italia – ci saranno questioni politiche che si imporranno. A partire dall’Iran, che ha declinato la partecipazione al G8 di Trieste, il cui futuro sarà uno dei temi trasversali in tutti i vertici. Sia per quanto riguarda la repressione della protesta che per il tema della proliferazione nucleare. Non è però affatto sicuro che nel comunicato finale possa esservi contenuto qualcosa di esplicito a questo proposito. Si parlerò molto anche del futuro dell’AfPak, l’arconimo che identifica la regione di Afghanistan e Pakistan, e di Russia, sia per il suo possibile ingresso nella Wto che per le questioni energetiche e le nuove tensioni con l’Ucraina.
Alla Farnesina sono abbastanza sicuri che le inchieste di Bari e i resoconti delle feste di Berlusconi a palazzo Grazioli, riprese dalla stampa internazionale anche in questi giorni, non dovrebbero compromettere l’efficacia del vertice. Per almento due ragioni: il lavoro preliminare è già stato fatto e quasi tutti i leader ragionano sul medio termine. Ma è anche vero che la diplomazia del G8, per come è stata impostata la diplomazia di questo genere di vertici a partire dagli anni Novanta, molto si basa sulla «diplomazia del caminetto» (così la chiamava Franklin Roosevelt), gli incontri informali tra i capi di governo e il feeling che c’è tra loro. L’incontro a Washington con Obama fa sperare a Berlusconi che l’atmosfera intorno al caminetto non sarà troppo fredda.

(1. continua)

 

25/06/2009 Posted by | Articoli | , , , | Lascia un commento

l fiammingo che sognava la concorrenza e smontò l’Iri

A 67 anni è morto in un incidente domestico «un grande europeista», come l’ha chiamato Barroso. Prima di Mario Monti ha trasformato la direzione generale al Mercato interno in un pilastro della politica comunitaria. Avrebbe voluto un’autorità mondiale, ma si è dovutto accontentare di potenziare quelle nazionali. Con il ministro Andreatta ha firmato l’accordo del 1993 che ha dato inizio alle privatizzazioni italiane.

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La sua morte è stata un’incidente, una caduta dalle scale, ma la scomparsa di Karel van Miert è il simbolo della crisi di un’idea e di una politica. L’idea che l’Europa politica si costruisca con la concorrenza e con lo strumento della politica antitrust. «La politica della concorrenza è forse lo strumento migliore di cui disponiamo per integrare le economie nazionali», diceva.

Belga, fiammingo, segretario del partito socialista e vicepresidente dell’Internazionale, grande sportivo, van Miert è morto a sessantasette anni e fin da quando ne aveva venti e studiava scienze diplomatiche diceva di essere «predestinato alla Commissione», su cui ha fatto anche la tesi di laurea. E così è stato. Il presidente della Commissione, José Barroso, ieri lo ha definito «un grande europeista». Ma per gli italiani è stato molto di più: una sponda e un pungolo indispensabile per quella minoranza che, a partire da Beniamino Andreatta, all’inizio degli anni Novanta voleva guidare l’Italia verso l’Europa, dopo aver scampato il collasso nel 1992.

Van Miert entra nella Commissione nel 1973, prima faceva l’assistente universitario a Bruxelles. Breve carriera e diventa commissario, prima a trasporti, credito e investimenti, poi dal 1993 alla Concorrenza, con Jaques Delors e Jacques Santer. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993 il ministro degli Esteri del governo di Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta, arriva a un’intesa con van Miert che cambierà l’economia italiana più di quella con i sindacati per la quale il mese è ricordato. «Quell’accordo è stato un potente acceleratore delle privatizzazioni. Ed entrambi i contraenti erano ben felici di essersi vincolati, uno di obbligare, l’altro a essere obbligato al rigore contabile», spiega Benedetto della Vedova, deputato radicale nel Popolo della libertà. Questo il contenuto: l’Italia si impegnava a privatizzate l’Iri, ma senza ripianare i debiti delle società controllate dalla holding a capo dell’imprenditoria pubblica. Perché l’Europa non ammetteva che un’azienda fosse al cento per cento di proprietà dello Stato e neppure che questo si accollasse le sue passività, operazione equivalente a un aiuto con denaro dei cittadini che distorce la concorrenza. In cambio la Commissione garantiva una certa flessibilità sui tempi e modi dell’operazione. Risultato: nel 2000 l’Iri smette di esistere lasciando lo Stato in attivo di oltre 20mila miliardi di lire. Nel frattempo il processo di privatizzazione ha innescato quello di liberalizzazione. «Van Miert è stato un interlocutore indispensabile per chi in Italia voleva superare il sistema delle partecipazioni statali», spiega Michele Polo, docente di Economia industriale alla Bocconi.

Ma è stato soprattutto a livello europeo che van Miert ha lavorato per sviluppare quei principi di tutela del libero mercato già presenti nel Trattato di Roma del 1957. La sua azione si è mossa su due livelli: trasferire responsabilità alle autorità garanti della concorrenza a livello nazionale e provare a costruire un sistema di antitrust globale, in risposta alla globalizzazione che unisce i mercati. «Le autorità antitrust nazionali sono state messe in condizione di applicare buona parte delle regole europee, un processo avviato da van Miert e completato nel mandato del suo successore, Mario Monti», dice il professor Stefano Riela, che oggi insegna alla Bocconi e all’Ispi di Milano ma alla fine degli anni Novanta lavorava a Bruxelles, alle dipendenze di Van Miert. A livello internazionale – dice Riela – «van Miert ha cominciato a chiedere in sede Ocse un maggiore coordinamento internazionale sulla tutela della concorrenza, poi ha spinto molto perché fosse la Wto, l’organizzazione mondiale del Commercio, a occuparsene. Ma non ha funzionato, il fallimento del vertice di Seattle, nel 1999, ha segnato l’inizio di una fase di stallo della Wto che di fatto dura ancora oggi, e i campioni nazionali che van Miert pensava fossero scomparsi per sempre stanno tornando».
Nel 1997 il commissario si impegna in una battaglia transatlantica che, per ambizioni culturali e politiche, è seconda solo a quella di Mario Monti contro Microsoft. Le due compagnie americane Boeing e McDonnel Douglas si vogliono fondere. Sembrerebbe una questione tutta americana, ma ha ricadute europee: la McDonnel ha gran parte del suo fatturato nel settore militare, con le commesse del Governo. Una volta fusa con Boing, accusa van Miert, quei soldi finirebbero per distorcere la concorrenza nella produzione di aerei civili: i jumbo di Boing risulterebbero di fatto sussidiati dal contribuente americano a scapito dell’unico concorrente mondiale, cioè l’europea Airbus, che invece non ha commesse militari. Alla fine vince van Miert: la McDonnel si impegna a ridurre progressivamente a zero la produzione per il governo.
Poi il commissario belga, che ricordava spesso come la sua carica fosse seconda per importanza solo a quella del presidente, si è occupato di trasporti, di energia, di nuovo di aerei (intervenendo nella joint venture tra Alitalia e KLM che nascondeva un monopolio su alcune rotte decisive, progetto poi saltato), e di telecomunicazioni. C’è lui dietro il regolemento europeo – che a differenza delle direttive è immediatamente esecutivo – che impone la liberalizzazione dell’ultimo miglio della rete, per consentire la concorrenza nella telefonia fissa. «Aveva un approccio trasversale, promueva anche liberalizzazioni in settori in cui non aveva un ruolo politico diretto», spiega Riela. Ha sostenuto anche la battaglia per la liberalizzazione del calciomercato, difendendo la sentenza a favore del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dal 1995 i calciatori possono svincolarsi a parametro zero dalle società.

«I successori di van Miert, prima Mario Monti e oggi Neelie Kroes, hanno qualificato l’attività dell’antitrust in un senso più moderno, anche perché il mercato interno si era consolidato e quindi si ponevano maggiori problemi a livello internazionale», dice il professor Polo. Ma entrambi hanno beneficiato dell’eredità di van Miert, soprattutto quella di aver trasformato la direzione generale alla Concorrenza nel vero strumento operativo della volontà europeista, unica leva per agire direttamente in campo economico insieme alla politica monetaria affidata alla Banca centrale europea. Monti, nella logica del suo predecessore, ha speso quel capitale politico per affrontare la Microsoft in una sfida simile a quella di van Miert con la Boeing. Anche la Kroes ha cercato la sua battaglia atlantica, con la multa di poche settimane fa all’Intel, ma a molti osservatori è sembrato solo un remake: questa volta gli unici danneggiati dalle pratiche aggressive dell’Intel erano alcuni concorrenti nella fornitura di microchip e – forse – i clienti finali. Le battaglie di van Miert e Monti erano invece tra sistemi economici, per affermare che nel mondo c’erano due istituzioni che contavano davvero nell’antitrust: la Commissione e il dipartimento di giustizia americano.
Scaduto il mandato – e toccato da una storia di tangenti in Belgio – van Miert aveva promesso di trasformare l’hobby del giardinaggio in un’occupazione ha tempo pieno. Ma non l’ha fatto. Secondo il calcolo di Business Week, quando ieri è morto van Miert ricopriva sedici cariche in multinazionali come Vivendi e Philips e dal 2005 si occupava, sempre per l’Unione, di infrastrutture ferrovviarie.

25/06/2009 Posted by | Articoli | , , | Lascia un commento

Fini cerca sponde tra Murdoch e piccole imprese

Il 29 giugno parteciperà a un forum del “Wall Street Journal” del magnate australiano inviso al Cavaliere. Oggi è a un convegno a Frascati. Intanto lavora a un network anti-tremontiano.

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Sul Wall Street Journal di ieri, a pagina 20, c’era una foto di “Mr Gianfranco Fini ”. Il presidente della Camera parlerà al forum Nueva Economia, a Madrid, lunedì 29, evento sponsorizzato proprio dal quotidiano di Rupert Murdoch. Tra gli altri relatori che discuteranno di crisi finanziaria, Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea. Ma se questo riguarda soprattutto il suo profilo internazionale, la costruzione di una cultura economica di destra (o almeno finiana) passa anche per un convegno che si tiene questa mattina a Frascati. Fini ha inviato un messaggio che è una benedizione della prima vera iniziativa pubblica di Valore Impresa, network di imprese e professionisti. Titolo dell’iniziativa: «L’impresa è un valore», dove si inizierà a costruire l’alternativa al tremontismo di governo.

Nel suo messaggio Fini dirà che le istituzioni devono fare interventi mirati alle piccole e medie imprese, che devono «avere pari opportunità per competere». È questo il passaggio che identifica l’approccio finiano: mentre il Governo si è concentrato sull’aiuto alle banche in difficoltà, con i Tremonti bond e la garanzia dei depositi bancari, e delle grandi imprese (commesse, infrastrutture, incentivi alla rottamazione per la Fiat), le piccole imprese si sono sentite trascurate. «In Italia fanno notizia i cassintegrati della Fiat o quelli di Alitalia, ma non le migliaia di microimprese che chiudono: per questo è nata Valore Impresa, un’iniziativa su stimolo della base, non dall’alto», spiega Gianni Cicero, presidente del «network di imprese e professionisti» nato un anno fa. L’obiettivo di Valore Impresa è aggregare le aziende troppo piccole per espandersi da sole e fuori dalle associazioni di rappresentanza tradizionali. Venti consorzi, suddivisi per filiera produttiva, per unire le forze e muoversi con più sicurezza a livello nazionale e internazionale. La “Centrale consortile” viene presentata questa mattina. «Modelli industriali e finanziari da una parte e il modello cooperativistico dall’altra hanno monopolizzato l’attenzione della politica creando un tavolo che ha fin qui egemonizzato l’economia italiana», sostiene Cicero, che però ci tiene a precisare che quello delle Coop rosse non è un modello da contestare. Ma – almeno un po’ – da imitare, tranne che per l’utilizzo dei privilegi fiscali per «fare concorrenza sleale».

A voler dare una lettura più politica dell’evento di oggi, debutto pubblico di Valore Impresa, si può vedere nell’elenco dei partecipanti l’embrione di un network finiano che avrà il compito di sviluppare le idee alla base di «un’economia competitiva ma solidale», dal titolo di un intervento di Fini pubblicato sul webmagazine di Fare Futuro, la fondazione d’area del presidente della Camera. C’è un economista come Massimo Lo Cicero, politici come Enrico La Loggia, Maurizio Leo e Francesco Aracri, che funzionano anche da sponda politica verso gli ambienti di Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo che non ha le stesse idee di Valore Impresa (è più sensibile agli interessi dei grandi gruppi), ma per ora ha rappresentato nel Governo l’unica alternativa culturale all’economia sociale e di mercato di Tremonti. Poi ci sono la Confapi, un’altra associazione di piccole e medie imprese che comincia a guardare con un certo interesse all’area finiana, e anche la Compagnia delle opere, rappresentata da uno dei membri del consiglio nazionale Nicola Colicchi.

La coincidenza temporale è forse soltanto questo, una coincidenza. Ma mentre si discute di complotti e di possibili successioni a Berlusconi, Fini rappresenta l’Italia a un forum promosso da Murdoch, che con Berlusconi è in guerra su più fronti (da Sky al Times di Londra). E cerca di intercettare la rabbia di quella parte di imprenditori e partite Iva, tipici elettori di centrodestra, che tendono ad allontanarsi dal Governo più questo appoggia le avventure della Fiat e, nel nome del rigore di bilancio tremontiano, non dà alle piccole imprese le risposte che si aspetterebbero in vista del peggioramento della crisi dopo l’estate.

24/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , | Lascia un commento

Sultanato made in Italy: il racconto del Sunday Times

From The Sunday Times
June 21, 2009
One night in Silvio Berlusconi’s ‘harem’
Former escort girl tells of dinner party at Italian premier’s home, where he showed off to female guests then took her to bed
Patrizia D’Addario

Daddario

Patrizia D’Addario says Berlusconi told her to ‘wait in the big bed’
John Follain in Bari

ON the night of Barack Obama’s election as US president last November, Silvio Berlusconi, the Italian prime minister, threw a candlelit dinner party for three beautiful women at Palazzo Grazioli, his luxurious residence in Rome.

One of the guests, a former actress and escort girl called Patrizia D’Addario, 42, says he then asked her to stay the night. Not only that, but she claims to have taped the conversation that followed.

“Go and wait for me in the big bed,” the 72-year-old billionaire is said to have told her. He was going to have a shower and change into a bathrobe.

An extract from D’Addario’s tape that was leaked to an Italian newspaper and published yesterday shows that she replied: “Yes, the big bed.”

According to D’Addario, Berlusconi’s staff reminded him that he was expected at an election night rally organised by the Italy-USA Foundation, but the prime minister stayed at home. Officials informed him later of Obama’s victory.

The next day, D’Addario says, she and Berlusconi breakfasted together and he gave her a multicoloured tortoise encrusted with precious stones, declaring: “The tortoise is a special gift I give only to you.”

Her account is the latest in a series of claims about Berlusconi’s private life that have embarrassed him and threatened to undermine his authority as he prepares to host a G8 summit next month. He has described D’Addario’s claims as “trash and falsehood”.

“I will not be swayed by these attacks and will continue to work for the good of the country,” he said.

D’Addario’s story has been supported by her friend Barbara Montereale, 23, a hostess who claims to have accompanied her to the dinner party on November 4 and to a similar event two weeks earlier.

Montereale disclosed in Italian newspaper interviews yesterday that D’Addario told her she had sex with Berlusconi on the night of Obama’s victory.

D’Addario, from Bari, southern Italy – who stood in local elections earlier this month for a party linked to Berlusconi’s, – described her alleged involvement with the prime minister in a two-hour interview last week with The Sunday Times.

She said it began when she was paid £850 to attend a dinner party with a large group of young women last October.

An elegant, green-eyed blonde with a 13-year-old daughter, D’Addario – who claimed to have worked as an assistant to David Copperfield, the magician – insisted that she could prove her story with audio tapes and footage of her visits to Berlusconi’s home.

She said that when she first walked into a large frescoed room in the residence, wearing a black Versace dress, and saw that 20 women had come for dinner, her first thought was: “But this is a harem.”

A friend she identified only as Giampaolo had asked her to come and offered her £420 – “That’s what the other girls get,” he had said – but she had insisted on £1,700, which he accepted.

She was given a ticket for a flight to Rome that day and was driven with Montereale and another woman to the residence at about 10pm. As the car approached, Giampaolo closed the tinted windows. She took a lift up to the frescoed room.

Berlusconi greeted his guests 10 minutes later with the words, “Good evening to you all”, and D’Addario was struck by how much make-up he was wearing.

“I’ve worked in the theatre and I know about make-up. He had a lot on. It made him look orange and when he laughed you could see the wrinkles,” she said.

Berlusconi walked up to D’Addario and Giampaolo – the only male guest that evening – and was introduced. “This is Alessia,” Giampaolo said, using a false name.

Berlusconi kissed her on both cheeks, stroked her arm and said: “Ciao, I’m Silvio. You are very carina [lovely].”

They sat down on a sofa as he asked her: “Where do you come from? What do you do?” She told him about a residential complex she wanted to build on her family’s land, saying she was having difficulty obtaining permits.

For more than an hour Berlusconi screened one piece of film after another for his guests, showing him at the White House with President George W Bush, at a meeting of the G8 and on the campaign trail before last year’s general election. “It was painful, boring,” D’Addario recalled.

The last film included the campaign song Meno male che Silvio c’è (I’m glad that Silvio’s here), and many of the women sang the words, waving their arms in the air in unison.

According to D’Addario’s account, Berlusconi led her by the hand to the dining room when the films ended at about 11.30pm and the other women followed.

Over a dinner of tagliatelle with porcini mushrooms, beef-burgers and potatoes, and yoghurt tart, brought by servants in livery, Berlusconi proved a relentlessly attention-grabbing host. A former cruise-ship crooner, he sang songs he had written, passed around photographs of his villas and told “very dirty” jokes.

At one point he looked across the table at D’Addario and announced: “There’s a girl who no longer trusts men and I will make her change her mind. I will fly her off on a private jet and make her see that men are not what she thinks.”

Irritated that other guests had heard this, she replied: “What are you doing – are you telling a joke about me?”

Berlusconi replied: “Yes. I know everything.”

She was convinced that he had studied her past.

During the meal he kept getting up, disappearing into another room and returning with a broad grin, laden with gifts of necklaces, pendants, rings, bracelets and other jewels – mostly shaped as butterflies – which he gave to all the women.

Towards the end he asked D’Addario for a slow dance. “We danced in front of everyone. He held me tightly, but what struck me was that he did it in front of everyone else,” she recalled.

Had Berlusconi made any other advances to her that evening? She refused to reply. Had he asked her to stay after the dinner?

“I didn’t want to stay. I was tired,” she answered. Had other women stayed? Again, she would not say.

Afterwards, Giampaolo said he would give her only £850, not the £1,700 agreed. “You made a mistake – you should have stayed,” she says she was told.

On the day of the US presidential election, however, Giampaolo contacted her again. “He wants to see you,” Giampaolo said. She was told to leave immediately.

Why had she gone? “Because I had to,” she answered, refusing to elaborate.

At about 10.30pm, she was driven into Palazzo Grazioli with Giampaolo and two young women, including Montereale. She recalled that Berlusconi had welcomed her by saying: “I’m happy to see you again. I was waiting for you.”

Then he led her to a buffet of cakes and ice-cream, telling her, unprompted, that he would solve her problem with building permits by sending two people to Bari.

As they ate, he again sang his songs, showed photographs of his villas and his family and presented the women with gifts. “I think the ritual is always like this,” she said. The same films were then screened in the same room as before.

“I stayed the night. I left in the morning after breakfast,” she said. At one point Berlusconi had left her to issue a statement on Obama’s triumph.

D’Addario said she had filmed herself standing in front of a mirror, a framed picture of Berlusconi’s estranged wife, Veronica Lario, and a bed.

Asked why she had taped her host, she said: “I felt safer filming and recording everything. And Berlusconi made me a promise; he was very sweet to me.” She added that she had had “serious problems” with a man in the past and she felt safer with a recorder.

She was driven back to a hotel, she explained. “When I opened the door of the suite, one of the two girls who had left after the dinner laughed and asked me, ‘Did you get the envelope?’ ” But D’Addario had received no such envelope.

The following evening, she said, Berlusconi rang her. According to a tape leaked to La Repubblica newspaper yesterday, he asked: “How’s it going?” She replied that her voice was a bit hoarse.

With mock surprise, he said that was strange because he had not heard “shrieks” the previous night.

Although she was picked as a local election candidate allied to Berlusconi’s People of Freedom party, his promise of help with building permits failed to materialise and she turned against him.

D’Addario, Montereale and two other women have been heard as witnesses by Giuseppe Scelsi, a Bari prosecutor who is leading an investigation into Giampaolo Tarantini, a 35-year-old businessman suspected of corruption and abetting prostitution.

The women testified that they had attended parties at Berlusconi’s homes in Rome or on the Costa Smeralda in Sardinia. There is no suggestion that the prime minister has committed any offence.

In an interview yesterday, Montereale said D’Addario had stayed with Berlusconi after the second dinner “to work. All of us at the dinner knew she was an escort”. She quoted D’Addario as telling her she had had sex with Berlusconi. Her flight and hotel arrangements were identical to D’Addario’s and she, too, was paid for attending the dinners.

Montereale said she had been invited to Berlusconi’s Sardinian villa in January. She had told him about financial problems and he had given her an envelope with “a very generous amount of cash”, she claimed. She said she had never had sex with him.

Asked about her future, D’Addario hesitated a long time before saying she hoped she could build her residential complex. Did she have any regrets?

“I feel I’ve been duped. I thought that, given how Berlusconi behaved with me, he would resolve the problem for me – because he is the prime minister and because of how affectionate he was,” she said.

Prosecutor chases ‘escort providers’

Patrizia D’Addario’s account and those of other witnesses are being checked by Giuseppe Scelsi, a prosecutor in Bari who is investigating Giampaolo Tarantini and his brother Claudio over alleged corruption involving contracts awarded by local hospitals.

Telephone conversations bugged during Scelsi’s investigation reportedly indicated that Giampaolo paid women to attend parties at the homes of his business associates and friends.

Giampaolo, whose homes include a villa near Berlusconi’s in Sardinia, is said to have mentioned parties given by the prime minister to which he had been invited.

The prosecutor is checking the telephone records and travel arrangements of D’Addario and other women to find out who paid for their flights. D’Addario’s audio tapes and footage are locked in a safe.

The Tarantini brothers deny any wrongdoing.

Giampaolo Tarantini reportedly referred in one conversation to the model and actress Sabina Began, who is believed to have introduced female acquaintances of his to Berlusconi in Sardinia.

Nicknamed Berlusconi’s “queen bee”, Began allegedly picked several of the 50 young women who attended a New Year’s Eve party to see in 2008 with Berlusconi at his Sardinian villa, according to L’Espresso magazine.

Twenty guests, including actresses and showgirls, were allegedly paid £1,270 a day to be present.

Berlusconi’s lawyer Niccolo Ghedini, who is also an MP, branded the account a fantasy and threatened to sue the magazine.

A source close to the investigation said: “Scelsi’s tough. He’ll go all the way on this one.”

23/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , | Lascia un commento

Verso la manovrina d’estate: il governo sogna di evitare il disastro di settembre

Il Governo prova ad arginare la disoccupazione d’autunno intervenendo adesso. Crollano gli ordinativi, Confindustria dice che il problema vero è il carico fiscale sul lavoro.

Spesa pubblica

Il Governo lavora al decreto che verrà presentato al Consiglio dei ministri venerdì prossimo. Molto è ancora da decidere: non si sa ancora se sarà davvero presentato in quell’occasione lo scudo fiscale. Il provvedimento che consente di rimpatriare capitali esportati per eludere il fisco potrebbe essere rimandato. Ma il significato politico dell’intervento dovrebbe essere negli altri due provvedimenti: il premio alle imprese che non licenziano, proposto dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, e la detassazione degli utili reinvestiti per le aziende, che invece è voluta dal ministro Giulio Tremonti. Provvedimenti che derivano dalla consapevolezza che a settembre la crisi peggiorerà, soprattutto per quando riguarda la disoccupazione. I dati di ieri dell’Istat indicano la gravità della situazione: ad aprile la produzione è crollata del 22 per cento e gli ordinativi del 32 per cento rispetto al 2008.

Con il nuovo provvedimento dopo il decreto di fine anno a sostegno delle famiglie e quello di inizio 2009 per «i settori industriali in crisi», il Governo prova a dare una scossa al sistema economico prima dell’estate, nella speranza di infondere un po’ di ottimismo e rendere meno duro l’autunno. «Altri hanno fatto di più – ha detto ieri Tremonti – noi per fortuna abbiamo fatto di meno, abbiamo fatto bene a non fare tanto e stupidamente. Noi abbiamo cercato di tenere più a posto che potevamo i conti pubblici, di investire quanti più fondi pubblici in ammortizzatori sociali e tenere aperti i canali del credito». Finora il Governo ha aggiunto solo 2,3 miliardi di euro per combattere la crisi, tutto il resto (17,8 miliardi di investimenti complessivi) è stato uno spostamento di fondi già stanziati. Lo calcola Ernst&Young in un documento che verrrà presentato nei prossimi giorni (insieme alla rivista Formiche), dove si arriva alla conclusione che «l’amplificarsi dei problemi strutturali dell’economia e dei deficit di bilancio sposterà progressivamente l’attenzione sull’esigenza di riforme sistemiche». E lo ha detto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ieri: «Mai come ai nostri tempi il potenziale di crescita di un paese avanzato è dipeso dalle conoscenze e dalle competenze dei suoi abitanti e per tornare a crescere bisogna reinvestire in questa direzione».

Prima di arrivare alle riforme, però, il governo vuole arginare i danni immediati che la crisi sta provocando. La detassazione degli utili reinvestiti, la cosiddetta norma Tremonti-ter, risponde alle esigenze di Confindustria. «Sappiamo che c’è un problema di limiti di bilancio, però è anche vero che nel medio termine dobbiamo ragionare per abbassare questa pressione fiscale», ha detto ieri la presidente Emma Marcegaglia, dopo la diffusione del dato Eurostat: l’Italia è al primo posto per carico fiscale sul lavoro, il 44 per cento del costo totale. Il problema più grave, sostiene la Marcegaglia, è che la zavorra fiscale rischia di impedire alle imprese di agganciare la ripresa, quando arriverà: «Siamo quelli che hanno la pressione fiscale più alta sul lavoro e sul capitale, è chiaro che se vogliamo parlare di competitività e di ripartenza dell’economia, quello della pressione fiscale è un problema molto serio». Detassare gli utili reinvestiti, però, non basterà a risolvere il problema. Spiega Maria Cecilia Guerra, docente di Scienza delle finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia: «C’è stato un monitoraggio accurato sulle due precedenti manovre analoghe di Tremonti, si è visto che servono soprattutto ad anticipare investimenti già previsti, piuttosto che a stimolarne di nuovi. Oggi le imprese investono poco non perché non abbiano i soldi, ma perché c’è una crisi di domanda, e quindi temono di non riuscire a vendere i prodotti».

Per il Governo la priorità è limitare l’impatto sociale della recessione. L’altro elemento portante del decreto è stato quindi discusso con i sindacati e parte dal ministero del Welfare. Il ministro Sacconi ha però già spiegato che si tratterà di una «misura a costo zero». I dettagli non ci sono ancora. La logica dovrebbe essere quella di facilitare il reimpiego dei lavoratori di aziende in difficoltà senza pesare sulle casse pubbliche. Le imprese che assumono un lavoratore in cassaintegrazione beneficiano del sussidio, che passa dal dipendente all’azienda. Non vengono aggiunti soldi, cambiano solo destinatario. Anche perché finora il dibattito interno al Governo è stato soprattutto come evitare di dover raccogliere nuove risorse. Cioè come evitare di alzare le tasse. La fermezza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi su questo punto (le tasse non si alzano) combinata con la prudenza contabile di Tremonti (non possiamo dissestare i bilanci pubblici) ha determinato quello 0,3 per cento di Pil impegnato contro la crisi che mette l’Italia in fondo alla classifica dell’interventismo. In testa c’è la Spagna con l’8,1. L’utilizzo dello scudo fiscale dovrebbe servire a superare questo stallo. In attesa di capire quali saranno le modalità, in tanti stanno facendo i calcoli: nel 2003 un condono con un’aliquota del 2,5 per cento (pagando quella percentuale l’evasore riportava in Italia i capitali sottratti al fisco senza rischiare sanzioni) ha riportato 80 miliardi di euro, e due miliardi sono finiti nelle casse dello Stato.

Questa volta, se l’aliquota sarà compresa tra il 4 e l’8 per cento, per ottenere un effetto analogo si dovrebbero muovere almeno 150 miliardi, obiettivo difficile. Ma bisogna considerare anche il clima culturale: è molto probabile che al G8 italiano di luglio venga ribadito l’impegno nella lotta contro i paradisi fiscali, e i condoni un po’ alludono ai paradisi fiscali. La prospettiva di un inasprimento delle sanzioni per chi fa ricorso ai paradisi offrirebbe la giustificazione politica per lo scudo di cui si è cominciato a parlare proprio all’epoca del G20 di aprile a Londra, dove si è molto discusso del tema. Il timore di sanzioni più dure potrebbe compensare l’effetto di aliquote più alte. L’obiettivo di Tremonti è rimettere in circolo denaro oggi parcheggiato su conti svizzeri o lussemburghesi, nella speranza che si traduca in consumi, investimenti e stipendi. «Lo scudo fiscale in un momento in cui c’è bisogno di rimettere capitali nelle imprese e c’è bisogno anche di avere sottoscrizione di debito pubblico, può essere una delle logiche concordata con l’Europa», ha detto ieri Emma Marcegaglia.

23/06/2009 Posted by | Articoli | , , , | Lascia un commento