Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Da Segrate a Casoria. Così ricomincia la guerra tra l’Ing. e il Cav.


di Stefano Feltri

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La sintesi dei rapporti l’aveva fatta il direttore Ezio Mauro nel titolo del suo editoriale del tre agosto 2005: “Repubblica, il Diavolo e l’acqua santa”. Il ruolo di demonio spettava a Silvio Berlusconi e, per esclusione, l’acqua benedetta corrispondeva a Carlo De Benedetti, l’editore. I tempi erano diversi, allora si era all’inizio di una tregua tra due nemici storici che è ufficialmente finita ieri con un comunicato di palazzo Chigi.

«Una campagna palesemente denigratoria che la Repubblica e il suo editore stanno conducendo da giorni», si legge nel comunicato di palazzo Chigi. Due i passaggi chiave: il riferimento all’editore che indica la responsabilità diretta di Carlo De Benedetti, e il limite temporale, “da giorni”, riferimento specifico alle recenti prese di posizione del quotidiano e non alla sua collocazione politica, da sempre nel centrosinistra. Il messaggio è chiaro: è di nuovo guerra.

La tregua tra il mondo berlusconiano e quello debenedettiano è durata più di tre anni. Il trattato di pace doveva essere la creazione di Managment & Capitali (M&C), un fondo di private equity per salvare e ristrutturare aziende in difficoltà. Nel 2005 il De Benedetti inizia a coinvolgere una piccola banca amica, la Bim, e alcuni imprenditori, tra cui Diego Della Valle e Luca di Montezemolo (in quel momento presidente di Confindustria) nell’azionariato di M&C. L’idea è creare una specie di nuova camera di compensazione del sistema economico e finanziario, che affianchi (o sostituisca) le istituzioni da cui lui – l’Ingegnere – è escluso, Mediobanca e il patto di sindacato di Rcs-Corriere della Sera. M&C diventa oggetto delle attenzioni degli osservatori, perchè potrebbe diventare il luogo della grande pacificazione al termine della battaglia per Antonveneta, Bnl e Rcs, oggetto delle scalate un po’ incrociate e un po’ no della razza padana, degli immobiliaristi, tra cui Stefano Ricucci.

Il 29 luglio 2005 l’occhiello di un breve articolo su Repubblica da conto del coinvolgimento di Fininvest nel capitale di M&C. Inizia una settimana di rivolte nel gruppo Espresso e nel mondo debenedettiano. Giovanni Sartori, commentatore politico del Corriere della Sera, si dimette da garante di Libertà e Giustizia, associazione culturale fondata tra gli altri proprio da De Benedetti. L’Ingegnere rilascia un’intervista al Financial Times per precisare che lui resta all’opposizione. Ezio Mauro scrive in prima pagina del diavolo e dell’acqua santa. L’operazione salta. Ma la tregua regge e si consolida, nonostante la sentenza della Cassazione del 2007 che identifica nella Fininvest «la fonte della corruzione» e in De Benedetti la parte lesa nella conclusione della battaglia di Segrate, che toglie la Mondadori all’Ing. per darla a Berlusconi.

Ma nel biennio 2006-2008 la Repubblica di De Benedetti resta molto critica verso il centrosinistra al governo lasciando all’Unità e a Micromega (che però è sempre del gruppo Espresso) la guida dell’antiberlusconismo più duro. Il quotidiano si concentra su altri grandi nemici: il Sismi di Nicolò Pollari, e soprattutto Marco Tronchetti Provera e la Telecom, alle prese con il caso Giuliano Tavaroli. Vengono date diverse spiegazioni della moderazione debenedettiana. Meri interessi economici: c’è chi si spinge a dire che il ferino istinto del raider lo avrebbe portato a speculare in borsa sul dossier M&C; c’è l’espansione degli interessi imprenditoriali dell’Ingegnere in settori come l’energia dove è utile un atteggiamento non troppo ostile del governo. Poi ci sono le spiegazioni politiche: De Benedetti si sarebbe rassegnato all’egemonia berlusconiana e avrebbe perso fiducia nel progetto del Partito democratico (non prenderà mai la tessera numero uno, come aveva promesso) e non trova produttivo ostacolare la marcia di Berlusconi verso il Quirinale. Comunque la pace fredda resiste. Ancora a maggio 2008, dopo le elezioni, i due vecchi nemici vengono notati a chiacchierare amabilmente nel cortile dell’auditorium di Roma, in occasione della prima apparizione pubblica di Emma Marcegaglia da presidente di Confindustria.

Poi, i primi segnali dell’incrinatura di un idillio arrivano da una vicenda industriale, e non politica. Repubblica è il primo giornale a parlare di un possibile ingresso di Rubert Murdoch in Telecom (previo scorporo della rete per tutelarne l’italianità). Uno scenario che complicherebbe le strategie di espansione di Mediaset, che si troverebbe ad avere un concorrente ancora più forte. Segue una mini-campagna condotta dal vicedirettore Massimo Giannini – il quale aveva appena pubblicato un libro su Berlusconi e i rischi di regime, “Lo statista” – per denunciare una norma che servirebbe a blindare Mediaset che, visto il basso prezzo delle sue azioni, è a rischio di una scalata ostile in Borsa.

Infine la notizia della decisione di Veronica Lario di divorziare da Berlusconi, anticipata in esclusiva da un altro vicedirettore, Dario Cresto-Dina (oltre che dalla Stampa) e il caso di Noemi Letizia, partito dal Corriere del Mezzogiorno ma amplificato proprio da Repubblica. Al quadro bisogna aggiungere che De Benedetti, pur avendo lasciato la presidenza della Cir (la holding di controllo della galassia debenedettiana), non ha abbandonato la scena editoriale. Tanto che all’ultima assemblea degli azionisti ha rivendicato con orgoglio la debenedettizzazione della stampa italiana, con ex-giornalisti di Repubblica alla guida di Unità, Ansa, Stampa, Rai, fino a poco fa Corriere e prossimamente forse Tg2. Dieci, cento mille Repubblica.

dal Riformista del 15 maggio
© 2009 il Riformista

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16/05/2009 - Posted by | Articoli | , , , ,

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