Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

E’ Keynes la nuova terza via


di Stefano Feltri

 berta

Nel titolo dell’ultimo saggio di Giuseppe Berta, storico dell’economia alla Bocconi, si nota l’assenza del punto interrogativo. Si chiama “Eclisse della socialdemocrazia” (Il Mulino, 136 pagine, 10 euro) e parla soprattutto della crisi (di idee prima che di voti) del partito laburista inglese, ma in realtà pone la grande questione senza risposta di questi due anni di crisi finanziaria: la sinistra ha ancora qualcosa da dire? Ha una strategia e – lo si dica senza connotazioni di valore – una ideologia da proporre per andare oltre la catastrofe? L’alternativa è rassegnarsi a un’egemonia culturale di centrodestra che in Italia si declina nell’economia sociale e di mercato che vagheggia Giulio Tremonti e in Francia nel protezionismo sociale e commerciale di Nicolas Sarkozy.

Nel suo saggio Berta parte da una constatazione: la socialdemocrazia come l’abbiamo conosciuta non esiste più e non potrà tornare. Non è riproponibile il progetto politico di un sistema economico in cui l’obiettivo di lungo periodo non è migliorare l’efficienza del mercato ma ridurre le disuguaglianze e garantire diritti, spinta culturale che si concretizza nella creazione del welfare state. Negli anni novanta il partito laburista inglese ha elaborato una terza via vincente, sostenuta dall’apporto intellettuale del sociologo Anthony Giddens, partendo dall’eredità liberista di Margaret Thatcher che non viene rinnegata, ma inglobata in un progetto politico che ne salva l’elemento caratterizzante: la centralità dell’individuo. Fin dagli inizi, il New Labour di Tony Blair smantella le fondamenta ideologiche della socialdemocrazia. A partire dal suo slogan più famoso. Le tre priorità del partito?“Education, education, education”. Una centralità dell’istruzione che doveva garantire l’occupabilità e non la piena occupazione, obiettivo delle tradizionali ricette keynesiane. Non si vuole garantire coesione sociale e omogeneità dei redditi, ma mettere ciascuno in condizione di essere competitivo nel mercato del lavoro, scatenando i meccanismi della libera concorrenza anche nella società.

Berta ricostruisce la rapida trasformazione dei laburisti inglesi che cercano di approdare a una “socialdemocrazia capitalistica”, cioè il tentativo di raggiungere vecchi obiettivi con nuovi strumenti: aumentare il benessere sacrificando l’uguaglianza, inseguire la crescita del Pil invece che la riduzione del tasso di disoccupazione. Cade l’identificazione del laburismo con il welfare state: le università tornano a pagamento, il sistema sanitario non è più una priorità e politicamente diventa possibile (e conveniente) presentarsi come pro-business anche da sinistra. Le previsioni del vecchio Joseph Schumpeter nel 1949 con cui Berta apre il libro si sono rivelate completamente sbagliate: non c’è stata alcuna «march into socialism», non è stato il capitalismo a soccombere davanti alla spinta socialdemocratica, ma il contrario.

Poi è arrivata la crisi dei subprime, e il laburismo inglese ha dovuto cambiare ancora. Il riformismo di Gordon Brown, primo ministro dopo essere stato l’anima economica del New Labour di Blair, cambia sfumature ma, di fatto, ribalta i contenuti dell’ultimo decennio: si continua a parlare di riforme per migliorare l’efficienza del mercato così da massimizzare il benessere dei cittadini. Ma le riforme necessarie sono quelle che portano maggiore regolazione, che fissano nuovi paletti e non, come nel blairismo, quelle che mirano a scardinare privilegi e a innestare la concorrenza nelle sacche di privilegio. Brown è il primo a nazionalizzare le banche, a vincolare l’aiuto pubblico a politiche di credito favorevoli ai clienti, a coordinare uno sforzo internazionale che – in senso lato – si può definire come keynesiano: spesa pubblica, espansione monetaria e stato al centro dell’economia come regolatore o, se proprio necessario, come imprenditore. In uno scenario così cambiato, i libri di Giddens sembrano vecchi di decenni.

Scrive Berta: «Ora che è passata sia l’epoca d’oro della socialdemocrazia votata alla redistribuzione e al welfare, sia l’epoca in cui la socialdemocrazia ha rinunciato alla propria identità precedente per proporsi come forza di governo efficiente nella globalizzazione, c’è da chiedersi se non stia diventando più concreta e fattibile l’ipotesi di coniugare lo spirito di libertà insieme con una ritrovata spinta a comprimere il ventaglio delle disuguaglianze sociali». Il punto di partenza di quella che potrebbe essere una nova stagione della socialdemocrazia è Barack Obama. Berta non si sbilancia troppo, ma lascia intendere che dagli Stati Uniti potrebbe arrivare uno stimolo a rimettere al centro delle politiche della sinistra questioni come l’uguaglianza sociale e il welfare state. Martin Wolf, capo dei commentatori economici del Financial Times, ha invece scritto ieri che Obama è soltanto «un conservatore pragmatico che però si trova a confrontarsi con tempi straordinari».
Il Partito democratico italiano sembra ancora molto lontano da questo dibattito, anche se di recente Pierluigi Bersani, che da ministro si era fatto interprete del «liberismo di sinistra», ha elogiato Obama dopo i suoi primi cento giorni proprio perché «ha ben interpretato in questo momento un’esigenza conclamata di tornare ai fondamentali e quindi occuparsi della produzione, di vedere come si può migliorare il welfare state. Quindi certamente socialdemocratico». Ma dopo aver scoperto con un decennio di ritardo la terza via (anche la prova del governo è arrivata molto più tardi che per i laburisti), il centrosinistra italiano sembra troppo frastornato per contribuire a superarla. Tanto che ha suscitato una certa attenzione il saggio “La sinistra invertebrata” dello storico (britannico) Perry Anderson pubblicato sulla London Review of Books, e in Italia da Internazionale, che invita la sinistra italiana a tornare alle origini. Riscoprire Antonio Gramsci, l’egemonia culturale e le fabbriche.

Meglio Keynes, suggerisce Berta.

dal Riformista del 14 maggio
© 2009 il Riformista

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14/05/2009 - Posted by | Articoli | , ,

1 commento »

  1. […] politica fondata su tassazione e redistribuzione dei redditi (ne parlano anche qui Andrea Romano e qui Stefano Feltri) . Perché la socialdemocrazia si è eclissata? Perché sono venuti meno i presupposti del […]

    Pingback di First Draft » Crisi economica e crisi della socialdemocrazia | 25/06/2009 | Rispondi


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