Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Brunetta vive!

di Stefano Feltri

brunetta

Non si sa se nella tasca avesse davvero la lettera delle dimissioni pronta da sventolare in conferenza stampa. E non si saprà, perché alla fine il ministro Renato Brunetta ha sventolato un corposo plico di diapositive di power point, come suo stile: la sua riforma della pubblica amministrazione è stata varata ieri dal consiglio dei ministri (primo di una lunga serie di passaggi).

Silvio Berlusconi non gli ha chiesto di vedere la mano e il bluff ha retto, benedetto proprio dal Cavaliere che ha una certa simpatia per le giocate spericolate: «Il ministro Brunetta ha messo in atto una tattica da birichino che lo ha portato ad un ottimo risultato, ma c’è stima, amicizia e affetto da parte dei ministri con lui e tra tutti». Poi, pacche sulle spalle, virili abbracci (un po’ impacciati, Berlusconi è più disinvolto con la ministra Giorgia Meloni che chiama «piccoletta», involontaria frecciatina all’altro ministro). Sfiorato il dramma, si assiste a un piccolo trionfo brunettiano. È comunque difficile immaginare che l’ipercinetico rivoluzionario dei tornelli fosse davvero pronto a lasciare, proprio ora che cerca di scalare le classifiche della saggistica con il suo pamphlet ”Rivoluzione in corso” ed è disposto perfino a trattare con la Cgil (nemico numero due dopo i radical chic dei salotti) pur di rifondare la pubblica amministrazione.

Riforma continua.

dal Riformista del 16 maggio
© 2009 il Riformista

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16/05/2009 Posted by | Articoli | , , | Lascia un commento

Da Segrate a Casoria. Così ricomincia la guerra tra l’Ing. e il Cav.

di Stefano Feltri

noemi-letizia

 

La sintesi dei rapporti l’aveva fatta il direttore Ezio Mauro nel titolo del suo editoriale del tre agosto 2005: “Repubblica, il Diavolo e l’acqua santa”. Il ruolo di demonio spettava a Silvio Berlusconi e, per esclusione, l’acqua benedetta corrispondeva a Carlo De Benedetti, l’editore. I tempi erano diversi, allora si era all’inizio di una tregua tra due nemici storici che è ufficialmente finita ieri con un comunicato di palazzo Chigi.

«Una campagna palesemente denigratoria che la Repubblica e il suo editore stanno conducendo da giorni», si legge nel comunicato di palazzo Chigi. Due i passaggi chiave: il riferimento all’editore che indica la responsabilità diretta di Carlo De Benedetti, e il limite temporale, “da giorni”, riferimento specifico alle recenti prese di posizione del quotidiano e non alla sua collocazione politica, da sempre nel centrosinistra. Il messaggio è chiaro: è di nuovo guerra.

La tregua tra il mondo berlusconiano e quello debenedettiano è durata più di tre anni. Il trattato di pace doveva essere la creazione di Managment & Capitali (M&C), un fondo di private equity per salvare e ristrutturare aziende in difficoltà. Nel 2005 il De Benedetti inizia a coinvolgere una piccola banca amica, la Bim, e alcuni imprenditori, tra cui Diego Della Valle e Luca di Montezemolo (in quel momento presidente di Confindustria) nell’azionariato di M&C. L’idea è creare una specie di nuova camera di compensazione del sistema economico e finanziario, che affianchi (o sostituisca) le istituzioni da cui lui – l’Ingegnere – è escluso, Mediobanca e il patto di sindacato di Rcs-Corriere della Sera. M&C diventa oggetto delle attenzioni degli osservatori, perchè potrebbe diventare il luogo della grande pacificazione al termine della battaglia per Antonveneta, Bnl e Rcs, oggetto delle scalate un po’ incrociate e un po’ no della razza padana, degli immobiliaristi, tra cui Stefano Ricucci.

Il 29 luglio 2005 l’occhiello di un breve articolo su Repubblica da conto del coinvolgimento di Fininvest nel capitale di M&C. Inizia una settimana di rivolte nel gruppo Espresso e nel mondo debenedettiano. Giovanni Sartori, commentatore politico del Corriere della Sera, si dimette da garante di Libertà e Giustizia, associazione culturale fondata tra gli altri proprio da De Benedetti. L’Ingegnere rilascia un’intervista al Financial Times per precisare che lui resta all’opposizione. Ezio Mauro scrive in prima pagina del diavolo e dell’acqua santa. L’operazione salta. Ma la tregua regge e si consolida, nonostante la sentenza della Cassazione del 2007 che identifica nella Fininvest «la fonte della corruzione» e in De Benedetti la parte lesa nella conclusione della battaglia di Segrate, che toglie la Mondadori all’Ing. per darla a Berlusconi.

Ma nel biennio 2006-2008 la Repubblica di De Benedetti resta molto critica verso il centrosinistra al governo lasciando all’Unità e a Micromega (che però è sempre del gruppo Espresso) la guida dell’antiberlusconismo più duro. Il quotidiano si concentra su altri grandi nemici: il Sismi di Nicolò Pollari, e soprattutto Marco Tronchetti Provera e la Telecom, alle prese con il caso Giuliano Tavaroli. Vengono date diverse spiegazioni della moderazione debenedettiana. Meri interessi economici: c’è chi si spinge a dire che il ferino istinto del raider lo avrebbe portato a speculare in borsa sul dossier M&C; c’è l’espansione degli interessi imprenditoriali dell’Ingegnere in settori come l’energia dove è utile un atteggiamento non troppo ostile del governo. Poi ci sono le spiegazioni politiche: De Benedetti si sarebbe rassegnato all’egemonia berlusconiana e avrebbe perso fiducia nel progetto del Partito democratico (non prenderà mai la tessera numero uno, come aveva promesso) e non trova produttivo ostacolare la marcia di Berlusconi verso il Quirinale. Comunque la pace fredda resiste. Ancora a maggio 2008, dopo le elezioni, i due vecchi nemici vengono notati a chiacchierare amabilmente nel cortile dell’auditorium di Roma, in occasione della prima apparizione pubblica di Emma Marcegaglia da presidente di Confindustria.

Poi, i primi segnali dell’incrinatura di un idillio arrivano da una vicenda industriale, e non politica. Repubblica è il primo giornale a parlare di un possibile ingresso di Rubert Murdoch in Telecom (previo scorporo della rete per tutelarne l’italianità). Uno scenario che complicherebbe le strategie di espansione di Mediaset, che si troverebbe ad avere un concorrente ancora più forte. Segue una mini-campagna condotta dal vicedirettore Massimo Giannini – il quale aveva appena pubblicato un libro su Berlusconi e i rischi di regime, “Lo statista” – per denunciare una norma che servirebbe a blindare Mediaset che, visto il basso prezzo delle sue azioni, è a rischio di una scalata ostile in Borsa.

Infine la notizia della decisione di Veronica Lario di divorziare da Berlusconi, anticipata in esclusiva da un altro vicedirettore, Dario Cresto-Dina (oltre che dalla Stampa) e il caso di Noemi Letizia, partito dal Corriere del Mezzogiorno ma amplificato proprio da Repubblica. Al quadro bisogna aggiungere che De Benedetti, pur avendo lasciato la presidenza della Cir (la holding di controllo della galassia debenedettiana), non ha abbandonato la scena editoriale. Tanto che all’ultima assemblea degli azionisti ha rivendicato con orgoglio la debenedettizzazione della stampa italiana, con ex-giornalisti di Repubblica alla guida di Unità, Ansa, Stampa, Rai, fino a poco fa Corriere e prossimamente forse Tg2. Dieci, cento mille Repubblica.

dal Riformista del 15 maggio
© 2009 il Riformista

16/05/2009 Posted by | Articoli | , , , , | Lascia un commento

E’ Keynes la nuova terza via

di Stefano Feltri

 berta

Nel titolo dell’ultimo saggio di Giuseppe Berta, storico dell’economia alla Bocconi, si nota l’assenza del punto interrogativo. Si chiama “Eclisse della socialdemocrazia” (Il Mulino, 136 pagine, 10 euro) e parla soprattutto della crisi (di idee prima che di voti) del partito laburista inglese, ma in realtà pone la grande questione senza risposta di questi due anni di crisi finanziaria: la sinistra ha ancora qualcosa da dire? Ha una strategia e – lo si dica senza connotazioni di valore – una ideologia da proporre per andare oltre la catastrofe? L’alternativa è rassegnarsi a un’egemonia culturale di centrodestra che in Italia si declina nell’economia sociale e di mercato che vagheggia Giulio Tremonti e in Francia nel protezionismo sociale e commerciale di Nicolas Sarkozy.

Nel suo saggio Berta parte da una constatazione: la socialdemocrazia come l’abbiamo conosciuta non esiste più e non potrà tornare. Non è riproponibile il progetto politico di un sistema economico in cui l’obiettivo di lungo periodo non è migliorare l’efficienza del mercato ma ridurre le disuguaglianze e garantire diritti, spinta culturale che si concretizza nella creazione del welfare state. Negli anni novanta il partito laburista inglese ha elaborato una terza via vincente, sostenuta dall’apporto intellettuale del sociologo Anthony Giddens, partendo dall’eredità liberista di Margaret Thatcher che non viene rinnegata, ma inglobata in un progetto politico che ne salva l’elemento caratterizzante: la centralità dell’individuo. Fin dagli inizi, il New Labour di Tony Blair smantella le fondamenta ideologiche della socialdemocrazia. A partire dal suo slogan più famoso. Le tre priorità del partito?“Education, education, education”. Una centralità dell’istruzione che doveva garantire l’occupabilità e non la piena occupazione, obiettivo delle tradizionali ricette keynesiane. Non si vuole garantire coesione sociale e omogeneità dei redditi, ma mettere ciascuno in condizione di essere competitivo nel mercato del lavoro, scatenando i meccanismi della libera concorrenza anche nella società.

Berta ricostruisce la rapida trasformazione dei laburisti inglesi che cercano di approdare a una “socialdemocrazia capitalistica”, cioè il tentativo di raggiungere vecchi obiettivi con nuovi strumenti: aumentare il benessere sacrificando l’uguaglianza, inseguire la crescita del Pil invece che la riduzione del tasso di disoccupazione. Cade l’identificazione del laburismo con il welfare state: le università tornano a pagamento, il sistema sanitario non è più una priorità e politicamente diventa possibile (e conveniente) presentarsi come pro-business anche da sinistra. Le previsioni del vecchio Joseph Schumpeter nel 1949 con cui Berta apre il libro si sono rivelate completamente sbagliate: non c’è stata alcuna «march into socialism», non è stato il capitalismo a soccombere davanti alla spinta socialdemocratica, ma il contrario.

Poi è arrivata la crisi dei subprime, e il laburismo inglese ha dovuto cambiare ancora. Il riformismo di Gordon Brown, primo ministro dopo essere stato l’anima economica del New Labour di Blair, cambia sfumature ma, di fatto, ribalta i contenuti dell’ultimo decennio: si continua a parlare di riforme per migliorare l’efficienza del mercato così da massimizzare il benessere dei cittadini. Ma le riforme necessarie sono quelle che portano maggiore regolazione, che fissano nuovi paletti e non, come nel blairismo, quelle che mirano a scardinare privilegi e a innestare la concorrenza nelle sacche di privilegio. Brown è il primo a nazionalizzare le banche, a vincolare l’aiuto pubblico a politiche di credito favorevoli ai clienti, a coordinare uno sforzo internazionale che – in senso lato – si può definire come keynesiano: spesa pubblica, espansione monetaria e stato al centro dell’economia come regolatore o, se proprio necessario, come imprenditore. In uno scenario così cambiato, i libri di Giddens sembrano vecchi di decenni.

Scrive Berta: «Ora che è passata sia l’epoca d’oro della socialdemocrazia votata alla redistribuzione e al welfare, sia l’epoca in cui la socialdemocrazia ha rinunciato alla propria identità precedente per proporsi come forza di governo efficiente nella globalizzazione, c’è da chiedersi se non stia diventando più concreta e fattibile l’ipotesi di coniugare lo spirito di libertà insieme con una ritrovata spinta a comprimere il ventaglio delle disuguaglianze sociali». Il punto di partenza di quella che potrebbe essere una nova stagione della socialdemocrazia è Barack Obama. Berta non si sbilancia troppo, ma lascia intendere che dagli Stati Uniti potrebbe arrivare uno stimolo a rimettere al centro delle politiche della sinistra questioni come l’uguaglianza sociale e il welfare state. Martin Wolf, capo dei commentatori economici del Financial Times, ha invece scritto ieri che Obama è soltanto «un conservatore pragmatico che però si trova a confrontarsi con tempi straordinari».
Il Partito democratico italiano sembra ancora molto lontano da questo dibattito, anche se di recente Pierluigi Bersani, che da ministro si era fatto interprete del «liberismo di sinistra», ha elogiato Obama dopo i suoi primi cento giorni proprio perché «ha ben interpretato in questo momento un’esigenza conclamata di tornare ai fondamentali e quindi occuparsi della produzione, di vedere come si può migliorare il welfare state. Quindi certamente socialdemocratico». Ma dopo aver scoperto con un decennio di ritardo la terza via (anche la prova del governo è arrivata molto più tardi che per i laburisti), il centrosinistra italiano sembra troppo frastornato per contribuire a superarla. Tanto che ha suscitato una certa attenzione il saggio “La sinistra invertebrata” dello storico (britannico) Perry Anderson pubblicato sulla London Review of Books, e in Italia da Internazionale, che invita la sinistra italiana a tornare alle origini. Riscoprire Antonio Gramsci, l’egemonia culturale e le fabbriche.

Meglio Keynes, suggerisce Berta.

dal Riformista del 14 maggio
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14/05/2009 Posted by | Articoli | , , | 1 commento

Una base culturale per gli standard

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

di  Stefano Feltri

Ieri c’è stata il progetto del G8 italiano di scrivere i nuovi principi dei rapporti tra economia e diritto su cui Giulio Tremonti ha investito la sua credibilità internazionale ha fatto un altro passo. Non c’è ancora niente di concreto, ma il convegno che si è tenuto ieri a Roma, ”Global standard for the XXI century”, concluso da una conferenza stampa del ministro dell’Economia ha contribuito a far circolare idee, a creare consenso sugli obiettivi di lungo periodo delle istituzioni coinvolte. È questa – come spiega una fonte che ha lavorato personalmente al dossier – la priorità: creare il giusto clima intellettuale.
Fino al vertice del G20 del 4 aprile, a Londra, c’erano due approcci diversi in campo: Tremonti proponeva un “legal standard”, cioè una riforma delle linee generali e dei principi della finanza. Angela Merkel, cancelliere tedesco, aveva un progetto più ampio (e quindi meno incisivo, dicevano i critici) di “global charter”, intervento su tutti gli aspetti dell’agire economico, dalle pensioni ai contratti di lavoro alla finanza, ma intesa come parte del tutto e non come fonte dei problemi da risolvere e delle crisi da prevenire. Grazie anche agli sforzi del segretario generale dell’Ocse, l’organizzazione parigina dei Paesi industrializzati, si è arrivati a un processo di sintesi che ha condensato le due formule nel “global standard” (un po’ più simile all’idea italiana che a quella tedesca). E il convegno di ieri serviva anche a questo: ad affermare il concetto e a far dimenticare quel “legal standard” che non ha mai trovato posto nei documenti internazionali. Lo ha esplicitato Tremonti in conferenza stampa:«L’idea deve essere buona, condivisa e devi riuscire a venderla, perché per le nuove regole comuni serve la condivisione di tante teste in tutto il mondo».
In un’intervista al Corriere della Sera, alla vigilia della conferenza romana, Gurria ha cercato di fare chiarezza sulle ambizioni degli standard, non tecniche ma morali. Manca, ha spiegato, «una dimensione etica, non bastano le leggi o le sanzioni per arrivare a questo, del resto ce ne sono già tante a livello locale». Non si sta parlando di interventi di spesa pubblica, spiega una persona vicina ai lavori: «Non è più il tempo dei pompieri, ma di capire come prevenire il prossimo incendio». Ancora non si conoscono i dettagli: stanno lavorando in parallelo la commissione di saggi creata da Tremonti (che comprende tra gli altri Guido Rossi e Giulio Napolitano) e i deputies, cioè i delegati dei ministri economici dei Paesi membri del G8 a preparare il documento che verrà presentato al vertice dell’Aquila, a luglio. «Stiamo lavorando su 12 punti, anche con il contributo dell’Ocse», ha anticipato ieri Tremonti.
Si tratterà comunque di principi non vincolanti, perché il G8, come foro negoziale, non ha il potere di interferire nelle legislazioni nazionali ma può soltanto indicare la direzione in cui i legislatori sono invitati a muoversi. Per dirla con il ministro: «Occorre cominciare a scrivere e discutere i principi, poi si passa alle sanzioni: dobbiamo scrivere le nuove regole e poi passare alla fase applicativa. Prima i principi poi le sanzioni. Piuttosto che niente è meglio piuttosto».
A complicare il percorso – culturale e politico – verso il global standard potrebbe essere proprio l’andamento della congiuntura economica. Anche ieri Tremonti ha ribadito, come non manca mai di fare in queste ultime settimane, che «la fase apoccalittica è stata superata ma la crisi continua». Se davvero l’ottimismo dovesse prevalere, nei due mesi che mancano al G8 dell’Aquila, il sostegno politico a progetti di riforma che ledono molti interessi particolare potrebbe affievolirsi. «Il pericolo c’è e le lobby sono sempre in agguato», spiega un funzionario del Tesoro.

dal Riformista del 13 maggio
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13/05/2009 Posted by | Articoli | , , , | Lascia un commento