Perché Calearo lascia un Pd “tosco-emiliano”

07/11/2009 di statoemercato

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Massimo Calearo

da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre

“Sono uno fuori dagli schemi, quelli del Pdl dicono che sono politicamente scorretto, che sembro uno della Lega perché parlo come mangio”, Massimo Calearo torna nella sua Vicenza dopo l’addio al Partito democratico, a celebrare i 50 anni della nascita dell’Associazione dei giovani di Confindustria. “Per ora Calearo starà solo con Calearo, nel gruppo misto, poi si vedrà”, dice al Fatto, in una pausa della convention dove – racconta lui – in tantissimi gli hanno detto che ha fatto bene a lasciare un partito guidato da Pier Luigi Bersani.

L’addio di Calearo è arrivato un po’ a sorpresa, parte di quella secessione veneta che ha spinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ad annunciare che con Bersani finiva un progetto politico e quindi era il momento di farsi da parte.

Filippo Penati, numero due di Bersani, ha detto che Calearo abbandona il ristorante prima di vedere il menu. Dice Paolo Nerozzi, senatore ex sindacalista della Cgil, uno tra quelli che più hanno apprezzato il Calearo parlamentare: “La sua decisione mi ha stupito, finora si è sempre impegnato, è uno che va nei circoli o nelle sezioni, comunque si chiamino, partecipa alle riunioni, è stato una rivelazione. E non mi sembra che sia incompatibile con la politica economica che potrebbe fare Bersani”.
Ma Calearo, invece, ha le idee chiare: quella del segretario del Pd è un’idea “tosco-emiliana” dell’economia ed è questo, più che il timore di un revival socialdemocratico, ad aver spinto il numero uno del “Calearo group – Antenne auto primo impianto” verso la porta d’uscita.

A 54 anni, Calearo è arrivato in Parlamento con la fama di “falco”, in parte immeritata perché da presidente di Federmeccanica (“il primo veneto e non lombardo”, ci tiene a precisare) aveva chiuso un accordo unitario con i sindacati, senza spaccare le diverse sigle come succedeva prima e come sta succedendo ora. Poi c’era stata quella battuta sullo sciopero fiscale che lo aveva fatto amare dalla Lega e odiare da una certa sinistra: basta pagare le tasse perché “la gente non ne può più di vedere chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi, all’opposto, vive di privilegi”, dice in una lunga intervista alla Padania. Pochi mesi dopo decide di entrare a far parte della “casta”. Una delle figurine di Veltroni, dicono di lui, come Antonio Boccuzzi della Thyssen Krupp, “l’operaio”, o Marianna Madia, la “giovane”. Ma lui, imprenditore radicato sul territorio (mentre Matteo Colaninno, l’altro imprenditore, è un figlio d’arte considerato da molti più estraneo al Pd del falco vicentino), in quel progetto ci credeva davvero: “C’era l’idea di un partito maggioritario, che raccogliesse gran parte della società, di un bipolarismo che non è stato capito ma che qui in Veneto in tanti volevano”, dice oggi.

I critici dicono che Veltroni si è limitato a candidature d’immagine, senza che dietro vi fosse un vero progetto di cultura economica. E l’attività parlamentare dell’onorevole Calearo un po’ lo dimostra. Finora non è stato uno dei più assidui del suo partito, ma con una dignitosa percentuale del 69,25 delle presenze non rientra nella lista degli assenteisti. C’è un’unica proposta di legge che lo vede come primo firmatario, quella per istituire la giornata della non violenza e del dialogo. Poi ha associato il suo nome a decine di altre iniziative, da quella per la “semplificazione dei procedimenti riguardanti l’avvio di attività economiche e la realizzazione di insediamenti produttivi” alle “norme in materia di mediazione familiare”. Siede nella commissione Attività produttive, l’unica in cui gli interessava lavorare. Quando a “Buona Domenica” si è lasciato scappare che forse con questo governo si poteva anche dialogare, ha passato la settimana successiva a smentire di essere un collaborazionista. E anche se i leghisti lo hanno sempre considerato uno spirito affine, lui ripete come un mantra, in ogni intervista e conversazione, che “all’estero sono un imprenditore italiano, non veneto o padano. Bisogna fare sistema, era l’idea del patto dei produttori di Veltroni: far dialogare le forze che producono ricchezza tra loro e con lo Stato”, perché non si compete più solo tra aziende ma tra sistemi industriali dove i prezzi dell’energia e la qualità delle infrastrutture dipendono dai governi, non certo dall’abilità dei singoli.

E chi si aspettava un salto di schieramento, dopo l’uscita dal Pd, dimenticava il Calearo imprenditore: “La mia azienda è una mosca nera, anche noi facciamo la cassa integrazione e il fatturato si è ridotto del 20-22 per cento. Quando Berlusconi dice che il peggio è alle spalle, dimostra di essere uno che guarda solo la televisione e non il paese reale”. Da imprenditore che non si considera in prestito alla politica ma solo a mezzo servizio tra due vite, come quando dirigeva Federmeccanica, Calearo ragiona con l’appoggio che i politologi definiscono one issue: tutto si giudica considerando l’impatto su Veneto, piccoli imprenditori e Nord-Est. “E nell’entourage di Bersani – dice – non mi sembra di vedere veneti”.

La prudenza (italiana) della Fiat

06/11/2009 di statoemercato

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

INCASTRI DI GOVERNO

05/11/2009 di statoemercato

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Ieri si potevano chiudere i negoziati sulle elezioni regionali 2010 che da oltre un mese creano tensioni nella maggioranza. Invece il vertice risolutorio, tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi è saltato. “Non c’era niente di urgente”, ha minimizzato il Cavaliere. Ma almeno un’urgenza comincia a delinearsi: il ruolo dell’Udc. Forse anche per l’imminente allargamento del polo centrista (con l’arrivo dell’atteso nuovo partito di Francesco Rutelli) e forse per le manovre di avvicinamento del Pd, il partito di Pierferdinando Casini è di nuovo al centro delle attenzioni. In alcune regioni, come la Puglia, dovrebbe riuscire davvero a giocare il ruolo di ago della bilancia a cui ambisce. E una nuova definizione dei rapporti con l’Udc porterà a un inevitabile cambiamento dei rapporti con la Lega che – forte del suo potere contrattuale – continua a rivendicare il Veneto, sollecitare il Piemonte e sognare la Lombardia.

Ma la cena tra i tre leader del centrodestra non c’è stata. Come previsto, invece, si è tenuto l’incontro tra Berlusconi, i coordinatori del Pdl e i capigruppo di Camera e Senato a palazzo Grazioli. Quasi a confermare l’impressione diffusa che, prima di preoccuparsi dei problemi con gli alleati, il Pdl debba risolvere quelli al proprio interno. É chiaro che c’è in corso un complesso gioco a incastri, l’ipotesi di una promozione di Gianni Letta a vicepremier è credibile. Servirebbe ad aumentare, per interposta persona, il controllo di Berlusconi sull’esecutivo, ridimensionando definitivamente anche da un punto di vista formale il peso di Giulio Tremonti.

L’arrivo di Pierluigi Bersani alla guida del Pd sembra aver fatto da catalizzatore: dalla partita europea per sponsorizzare Massimo D’Alema a mister Pesc alle possibili alleanze con l’Udc. Tutto succede più in fretta. E i nuovi equilibri interni possono avere conseguenze sul governo: dalla scelta, ormai quasi ufficiale, di mettere Dario Franceschini alla guida dei deputati all’annuncio di uscita della politica di Massimo Cacciari. Alla poltrona di sindaco di Venezia non ha mai rinunciato Renato Brunetta, che potrebbe liberare un posto nel governo, prezioso per remunerare qualche altro partecipante al grande risiko in corso.

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

05/11/2009 di statoemercato

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

INFORMAZIONE INFLUENZATA

03/11/2009 di statoemercato

da antefatto.it

Poi dicono che uno smette di leggere i giornali. Succede che la pandemia, essendo appunto pan, colpisca pure i giornalisti. Suina o stagionale, poco importa, è sempre influenza. Questa mattina, termometro sotto il braccio, accendo il pc per vedere le rassegne stampa (non posso uscire a comprare le versioni cartacee). Repubblica: Virus A, 17 morti. Poi il Corriere ci informa, con un vero scoop, che l’influenza fa paura. Se uno ha tempo da perdere, e chi è malato ne ha, può addentrarsi nelle pagine interne dove si scopre che gli ambulatori medici sono pieni di persone con nasi colanti e frequenti colpi di tosse, mentre dagli ospedali si leva un grido disperato: Non intasate il pronto soccorso, statevene a casa, sotto le coperte.

Però la gente muore, obiettano i lettori preoccupati.

Ma basta spulciare tra le righe di articoli scritti da giornalisti irresponsabili per capire che i titoli sono una truffa, una secchiata di benzina sul fuoco dell’ipocondria. Un esempio a caso. Un trafiletto di Repubblica strilla: A Bolzano l’ultima vittima, una bambina di 11 anni. Bisogna superare 16 righe di parenti distrutti e aggettivi drammatici per scoprire che la piccola Martina aveva una polmonite che poi, complice l’influenza, si è aggravata diventando mortale. Quindi è morta di influenza o di polmonite? E tutti gli altri, cardiopatici, diabetici e malati di tumore per i quali l’influenza è stata solo l’ultima goccia, perché continuano a figurare negli elenchi delle vittime della suina?

C’è poi un dibattito, quasi una crocifissione, sul povero viceministro della Salute Ferruccio Fazio, ribatezzato topo gigio per imperscrutabili ragioni. Due le critiche: il vaccino è stato preparato troppo in fretta e ci sono troppe poche dosi a disposizione. Lenzuolate di inchiostro sull’argomento da cui faticosamente si capisce però che le due critiche si escludono: ci sono poche dosi perché? il vaccino è stato preparato in fretta, visto che bisognava vaccinare prima il personale sanitario così che gli ospedali e gli studi medici non fossero vuoti al momento di picco, che sta arrivando. Che doveva fare Fazio? E davvero c’è un’emergenza per gli effetti collaterali? Ma avete mai letto un qualsiasi bugiardino di un’aspirina o, per stare a farmaci da influenza, una tachipirina come quella che noi influenzati bloccati a letto dalla febbre prendiamo tre o quattro volte al giorno? C’è il mercurio, certo, ma come ricordano tutti i medici responsabili, c’è più mercurio in qualsiasi scatoletta di tonno o trancio di pesce spada. Poi ci sono i medici che non si vaccinano e non vaccinano perché non credono ai vaccini (o forse perché si guadagna molto poco con le vaccinazioni), ma c’è voluto qualche decennio anche perché si smettessero di usare le sanguisughe e i chirurghi imparassero a lavarsi le mani prima di operare.

Per fortuna, nelle rassegne stampa, dopo un po’ le pagine sull’influenza finiscono. E uno può rintanarsi sotto le coperte a leggere dell’ennesimo ritorno del dialogo tra Bersani e Berlusconi. Finalmente qualcosa di innocuo.

QUELLA PAROLA INNOMINABILE

29/10/2009 di statoemercato

dal Fatto Quotidiano del 28 ottobre

C’è un’espressione che, in sordina, è tornata in questi giorni ad affacciarsi sulla scena politica, densa di pessimi ricordi per i partiti del centrodestra, che evoca drammi umani e crisi di governo sfiorate: “cabina di regia”. La voleva Gianfranco Fini nel 2004 per ingabbiare Giulio Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, che alla fine si dimise prima di tornare, con mossa spettacolare che ancora oggi rivendica, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco.

Questa volta le hanno cambiato nome, per contenere il contraccolpo psicologico: “Comitato di politica economica” o “Consulta economica” dentro il Pdl di cui a Tremonti spetterà ovviamente la presidenza ma che indica la volontà di rendere più “collegiali” le decisioni in materia. L’annuncio dovrebbe arrivare il 5 novembre, quando si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl, organismo dalla natura un po’ misteriosa ma sempre attivo nel fare da stanza di compensazione durante le crisi più gravi. Questo sembra essere il risultato del vertice che si è tenuto ieri sera ad Arcore, sede provvisoria del governo causa della  scarlattina di Berlusconi (i maligni insinuano si tratti di uno dei periodici ritiri dovuti a motivi di salute o interventi). Tremonti se n’è andato da Arcore senza rilasciare dichiarazione, ma Paolo Bonaiuti, portavoce della presidenza del Consiglio, ha detto che “è stato chiarito ogni equivoco”. Si è palesato anche il leader leghista Umberto Bossi, accompagnato da Roberto Cota, che fino a lunedì continuava a sostenere che Tremonti non solo dovesse conservare la poltrona, ma anche essere promosso a vicepremier, per marcarne la superiorità sugli altri membri del governo.

Il risultato è stato diverso, visto che il peso di Tremonti pare sarà ridotto non solo nell’esecutivo, ma anche nel partito. Per accettare questo compromesso è evidente che Bossi ha ottenuto rassicurazioni sull’unico altro tavolo che davvero gli interessa, quello delle elezioni regionali. Nei prossimi giorni, quindi, si capirà se Berlusconi sarà in grado di mantenere le promesse, soprattutto per quanto riguarda il Veneto dove non è stata ancora ufficializzata la sostituzione dell’uscente Giancarlo Galan (Pdl) con Luca Zaia (Lega).

Conti pubblici comincia l’assalto alla diligenza

29/10/2009 di statoemercato

dal Fatto Quotidano del 28 ottobre

Ora che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ridimensionato (presiederà un comitato per la politica economica, cioè non decide più da solo), il Partito della Spesa Pubblica può iniziare a smantellare la Finanziaria a colpi di emendamenti. Una “manovra” che era stata varata a luglio senza tagli e senza spese, che non toccava l’impianto di politica economica deciso su base triennale nel 2008, prima che la crisi economica si aggravasse.

 Ieri, però, il Centro studi Ref ha scritto nel suo report periodico che il Pil italiano scenderà del 4,8 per cento nel 2009, nel 2011 il rapporto con tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento e “la finanza pubblica è entrata in una trappola che riflette non tanto problemi nella conduzione della politica di bilancio quanto il mancato sviluppo degli ultimi quindici anni”.
Ieri in Senato c’è stato un primo incontro tra i vertici del Pdl per discutere gli emendamenti alla Finanziaria, poi è cominciato il dibattito in commissione che si chiuderà entro giovedì. A quel punto il testo arriverà all’aula del Senato. Ma è alla Camera che si deciderà davvero, forse con un maxiemendamento, quando sarà chiaro il gettito dello scudo fiscale (si spera almeno 5 miliardi) che è la vera torta da spartire. C’è poi la finanziaria parallela, l’emendamento proposto dal senatore del Pdl Mario Baldassarri, che è una vera “manovra” da 37 miliardi, 12 dei quali destinati al taglio dell’Irap. Per le entrate che dovranno coprire l’intervento, oltre allo scudo, si conta su consistenti tagli di spesa. Anche il Partito democratico preme per un intervento dal lato della spesa, questa mattina presenterà un pacchetto di emendamenti che, nel complesso, vale 30 miliardi e va dal credito d’imposta per il Mezzogiorno a tagli fiscali per il lavoro dipendente, fino a una riduzione dell’Irap, rilanciata da poco da Silvio Berlusconi e seguita da grandi polemiche, per le società di persone. “ I nostri emendamenti sono più precisi di quelli di Baldassarri, soprattutto sulla copertura, dal risparmio di spesa a  un’accentuazione della Robin Hood Tax, alla tassazione movimentazioni bancarie”, spiega il senatore Pd Vidmer Mercatali.

Qualunque sia il destino in aula degli emendamenti, il Partito della Spesa dentro il governo sta moltiplicando i segnali di attivismo. Oggi Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e contrappeso di Tremonti, presenterà le “22 zone franche” in territori disagiati dove si pagheranno meno tasse per facilitare la creazione di imprese. E il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, anche lui un avversario del rigorismo tremontiano, annuncia che “ora c’è bisogno di una fase che guardi a scelte di sviluppo che possano essere ancora più incisive di quelle fatte finora e consentano la ripresa”.

 
 Il problema è che mentre tutto l’arco costituzionale discute di come spendere di più, dalla Banca d’Italia arriva un segnale non rassicurante. Il rendimento dei titoli del debito pubblico che sono stati venduti all’asta è in crescita. Tradotto: l’Italia continua ad accumulare debito pubblico che ora comincia a diventare più costoso (visto che gli investitori hanno ricominciato a investire in Borsa e non hanno più bisogno del porto sicuro dei titoli di Stato). “Il pericolo che si torni alla spesa pubblica in un momento così delicato c’è e se cediamo alla tentazione rischiamo di giocarci i prossimi 10 anni”, dice Giacomo Vaciago, economista della Cattolica di Milano.

“Il governo aveva una strategia – spiega Vaciago – tagliare per tre anni la spesa corrente e iniziare nella parte finale della legislatura a ridurre le tasse vincere di nuovo le elezioni. Ma intanto la crisi sta riportando la produzione industriale al livello di dieci anni fa e, invece di reagire con una vera politica industriale, si finanziano solo gli ammortizzatori sociali”.
Infatti, da destra e da sinistra, la priorità sembra quella: la spesa pubblica verrà usata un po’ per spese assistenziali e un po’ per placare i piccoli imprenditori che iniziano a rumoreggiare, costringendo la Confindustria di Emma Marcegaglia ad alternare posizioni concilianti con richieste di nuovi interventi. Secondo Vaciago, “in questa fase rischiamo che tutto il mondo riparta mentre noi aspettiamo di andare a rimorchio dei nostri mercati di esportazione, la Francia, dove la politica industriale c’è stata e ha funzionato, e la Germania, dove il nuovo governo Merkel inizierà a ridurre le tasse. Serve una strategia politica chiara, perché in questa crisi sono le nostre imprese migliori quelle che soffrono di più e il governo non le sostiene, lasciando loro come unica possibilità di sviluppo quella di investire all’estero”.

DISSENSI DA FINE CRISI

23/10/2009 di statoemercato

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” -  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

PRIMA LE PRIMARIE

22/10/2009 di statoemercato

primarie

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Anche il (misterioso) viaggio privato di Silvio Berlusconi in Russia, da Valdimir Putin, arriva al momento giusto. Tre giorni di lontananza dalla scena italiana. Quando tornerà, domani mattina, il Pd sarà  ormai prossimo alle primarie di domenica, che possono essere lo spartiacque dell’autunno politico.

Le prime conseguenze saranno interne: dopo quattro mesi di paralisi, il Pd avrà un nuovo capo, si suppone Pierluigi Bersani. La fine dell’acefalia dovrebbe consentire al partito di occuparsi di nuovo del Paese, invece che investire tutte le energie in un dibattito interno privo di ogni ricaduta generale. Soltanto nella giornata di ieri si è registrata una polemica su Twitter tra Dario Franceschini e Ignazio Marino, gli altri due candidati, con reciproche accuse di “dietrologia”; un intervento di Walter Veltroni in tv sul fatto che non serviva votare nelle sezioni ma bastavano le primarie. Una volta votato, soprattutto se i votanti si conteranno a milioni e non a migliaia, tutto questo sarà archviato.

Aquel punto il Pd dovrà gestire due dossier, tra loro connessi: le elezioni regionali del 2010 e il rapporto con gli alleati potenziali (Udc, Idv, sinistra radicale) ma soprattutto con Gianfranco Fini. Ci sono almeno due regioni, strutturalemente di destra, in cui il Pd può causare parecchi problemi. Ieri Fabio Granata, deputato finiano, si è spinto a dire che la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania “è inopportuna”, anche per i suoi sospetti legami con i clan dei casalesi. In Veneto la situazione sta sfuggendo al controllo di Berlusconi, che ha fatto promesse impossibili da mantenere (ha garantito la candidatura sia all’uscente Giancarlo Galan che alla Lega) e la corsa per il comune di Venezia può avere effetti di portata nazionale. Ieri Massimo Cacciari – che già non aveva grande entusiasmo all’inizio del mandato – ha detto che non “non corro neanche contro il Padre eterno”.

Figurarsi contro Renato Brunetta che potrebbe lasciare il ministero per diventare sindaco della sua città (anche se bisogna considerare le ripercussioni nella sfida costante con Giulio Tremonti per l’egemonia economica sull’esecutivo). Poi c’è la Calabria, il destino di Antonio Bassolino da decidere, il futuro dei giornali amici “Europa” e “L’Unità”…

Ma prima le primarie.

Nessuno ha il posto fisso

22/10/2009 di statoemercato

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.